Baco di Giacomo Sartori (Exorma, 2019) è un racconto di famiglia e intelligenze artificiali, di linguaggio binario e linguaggio dei segni.

Si ringrazia la casa editrice Exorma per la collaborazione.

Nell’Italia provinciale di un futuro prossimo — forse cinque o dieci anni in avanti, forse solo pochi giorni — in cui in campo informatico si sono fatti notevoli progressi ma la crisi climatica resta irrisolta e il sistema scolastico continua a non fornire un sostegno adeguato agli alunni disabili, un ragazzino sordo e iperattivo di undici anni detta alla sua logopedista il resoconto degli avvenimenti degli ultimi mesi, in un lunghissimo messaggio destinato alla madre in stato di coma vegetativo dopo un incidente.

Certi accadimenti accettano di essere intrappolati nelle parole solo a patto che le frasi restino murate in un archivio elettronico criptato, senza farsi vedere in giro, senza mai andare a spasso nella rete o altrove. Ci siamo insomma messi d’accordo che lei scriverà come sempre quello che le dètto con i segni, ma poi parcheggeremo la lettera nel mio computer, dove rimarrà in clausura per la notte dei tempi.

L’elemento caratterizzante di Baco è proprio la peculiarità della voce narrante: il lettore si trova infatti trasportato in un flusso continuo di metafore e similitudini esternate dal protagonista e dettate alla sua logopedista un po’ a voce, in frasi spezzate, e un po’ con una lingua dei segni imparata troppo tardi. Questa dissonanza, tuttavia, non rende il narratore inaffidabile, anzi consegna, nelle sue frasi bislacche e contorte, uno sguardo caleidoscopico della realtà, capace di travalicare i limiti dei singoli sistemi linguistici.

Il protagonista, di cui non è dato sapere il nome, vive in un allevamento di polli riconvertito ad abitazione insieme alla sua famiglia: il padre, un giovanissimo esperto di informatica rientrato in casa dopo l’incidente della madre; il nonno, ex rivoluzionario reinventatosi allevatore di lombrichi, che spinge il nipote a mettere in gioco le sue potenzialità e il suo vivissimo spirito di osservazione in barba ai limiti sensoriali; infine il fratello, soprannominato QI185, tanto intelligente quanto anaffettivo, che ha costruito un supercomputer nella sua cameretta e messo a punto un programma di deep learning destinato allo sviluppo di intelligenze artificiali.

Proprio da questo programma prende vita Baco, il deus ex machina della storia, dalla natura mutevole e sfuggente sin dal suo nome. Letteralmente, “baco” è la traduzione italiana di bug, termine utilizzato in informatica per designare un errore di scrittura nel codice sorgente di un programma, ma nel contesto della storia richiama anche i vermi di cui si occupa il nonno del protagonista. Come un verme si insinua all’interno di un frutto, che chiunque si può ritrovare a mordere inconsapevolmente, così Baco entra nella vita del protagonista. Tuttavia, quella di Baco non è una presenza antagonistica: l’intelligenza artificiale – perché di questo si tratta – si presenta come una figura amichevole nei confronti del protagonista, con il quale presenta non pochi tratti in comune:

Adesso io non essere pronto ancora, ha detto lui. Niente paura, non c’è fretta, ho chattato io, sollevato. Certo io dovrei stare zitto, in quanto a scrittura, ma lui era proprio una catastrofe. Si sarebbero dette parole tirate in aria e cascate a casaccio sullo schermo. Senza contare il tempo che ci metteva per partorirle, mentre io giocavo a dama, sfidando me stesso. Si vedeva però che ci teneva molto, e quindi mi dispiaceva dirgli di sforzarsi di imparare un po’ meglio a maneggiare le parole, prima di intavolare una chat. Anche a me avevano detto un sacco di volte la stessa cosa, non volevo essere io adesso a piantare il coltello.

Dal momento che è basato su un sistema di apprendimento profondo, una volta presa confidenza con il nuovo linguaggio, quello dell’umanità, in pochissimo tempo Baco fa progressi incredibili, realizzando appieno le sue potenzialità, in modo più o meno ortodosso a seconda dei casi, e arrivando ad avere un ruolo attivo nella vita del protagonista e della sua famiglia in una escalation su scala sempre più ampia.

Il punto di forza di Baco risiede nella capacità dell’autore di far dialogare in modo coerente tematiche solo apparentemente lontanissime tra di loro: natura e tecnologia, famiglia biologica e famiglia acquisita (a questo proposito è degna di una menzione d’onore la figura della logopedista), apprendimento delle macchine e apprendimento nell’età adolescenziale. Il parallelismo tra il protagonista e Baco è gestito in modo delicato e impeccabile, particolarmente intorno alle tematiche del linguaggio e delle difficoltà comunicative. D’altra parte, non è fantascienza ma realtà l’utilizzo di intelligenze artificiali per facilitare l’apprendimento nei bambini disabili grazie a programmi didattici personalizzati. Il taglio empatico con cui le tematiche scientifiche vengono affrontate va di pari passo con l’amore di cui questo romanzo, una lunghissima e accorata lettera a una mamma, è pervaso.

Oltre alla tematica centrale delle intelligenze artificiali, in Baco Giacomo Sartori, agronomo di professione, tocca anche altre tematiche: la contrapposizione tra agricoltura naturale e farmacologica, l’emergenza climatica, l’insufficienza delle strutture scolastiche nell’offrire un sostegno non coercitivo all’apprendimento. Il futuro prossimo di Baco può sembrare a primo acchito una distopia, ma altro non è che una leggerissima traslazione in avanti dell’odierna realtà provinciale: fredda e forse un po’ squallida, ma non per questo priva di affetti.