Se i quadri si potessero spiegare e tradurre in parole,
non ci sarebbe bisogno di dipingerli.
Gustave Courbet

 

Maurizio Nannucci, All Art Has Been Contemporary

La conservazione implica il mantenimento dello stato originario dell’opera d’arte.  Ancora di più in un’epoca in cui l’arte cerca la concettualizzazione, allontanandosi dal materialismo del significato e forma. L’ artista Maurizio Nannucci, però, con la sua celebre scritta a neon All Art Has Been Contemporary ci racconta una verità. Non c’è differenza tra passato e presente nella modalità di espressione dell’arte. Ciò che cambia è la realtà che circonda l’artista.

Così le innovazioni tecnologiche aprono la strada ai Nuovi Media e l’arte si piega a una natura più fragile ed effimera. Quella della performance, del video, del suono, del dato digitale. Un’ampia cerchia sottostante al nome di Time Based Media, che purtroppo soffre di una carente modalità di archiviazione e musealizzazione.

Pablo Helguera

Che cosa ne sarà del digitale? Non si può toccare, non si può odorare, non si può sentirne la granulosa fragilità frammentarsi tra le dita di una mano. Una differenza sostanziale tra passato e presente, tra quei prodotti che si possono restaurare tangibilmente qui e ora e quelli a cui sarà affidata l’inconsistenza pericolosa del futuro. Il digitale è un all in. O tutto o niente. La perfetta conservazione di ogni minuzia dell’esistente contro l’oblio, la cancellazione del tutto.

Il termine tecnico è obsolescenza ed è un rischio contro cui corre l’arte digitalizzata. Questo perché qualsiasi forma di reperto artistico sul digitale è legata a un sistema operativo, un software, a sua volta connesso a diversi strumenti fisici informatici, gli hardware. Accade così che le tecnologie sono esposte a un continuo ricambio informatico legato a nuove scoperte. La modernizzazione potrebbe quindi lasciare indietro alcune opere, digitalizzate con un vecchio sistema e non più leggibili.

Potrebbe succedere. Si potrebbe rimanere deprivati di ciò che fino a un momento prima sembrava impresso nel digitale in eterno. Per questo è importante la conservazione, che deve fondarsi sul rispetto dell’intenzione originaria dell’artista e sulla continua ricerca scientifica, accompagnata da una corretta documentazione.

Dino Buzzati

La conservazione del contemporaneo deve aprirsi così anche a nuove strade. Lo dimostra l’artista messicano Pablo Helguera che, il 28 febbraio 2013, ha inaugurato alla Galleria Bianconi di Milano il suo progetto Vita Vel Regula. Le regole della vita, quindi, che si affidano come base narrativa al racconto di Dino Buzzati, I sette messaggeri. Così come il principe della storia affida il suo messaggio a fedeli cavalieri, Helguera affida la sua arte al popolo.

Più precisamente a un insieme di cento partecipanti alla mostra, a cui sono state consegnate delle buste contenti indicazioni sulle performance da attuare in un arco di 84 anni. Fino al 2097, quando l’artista, classe 1971, non sarà più in vita per goderne gli sviluppi. Spera però che la figlia possa essere tra coloro che continueranno nel tempo a trasmettere la sua parola.

Sì, il rischio è che la parola perda la sua direzione, che si annidi tra i corpi di coloro che hanno cercato di preservarla, ma l’hanno perduta. Per questo un moderno concetto di conservazione artistica non può prescindere dalla fiducia. Quella di considerare sempre, accanto a un inesauribile archivio digitale, il contraltare umano e l’effetto che può avere una corretta e ragionata trasmissione di sapere.

What is Media Archaeology?

Questo apre una parentesi sulla natura relazionale dell’arte contemporanea, che implica naturalmente una partecipazione attiva dello spettatore. Tale aspetto è legato anche alle nuove forme di arte digitalizzata, ancora più frammentarie e solubili, perché sciolte tra un network ramificato e potenzialmente infinito di persone.

La comunicazione tra queste è di tipo digitale e richiede dispositivi informatici a cui ancorarsi. È importante quindi puntare innanzitutto sulla preservazione di tali apparecchi, limitandone l’uso che provoca usura e il progressivo malfunzionamento di determinate applicazioni. Così come i libri sono le gabbie di cristallo delle parole impresse con l’inchiostro, i dispositivi informatici sono gli scrigni dei dati digitali. Serve quindi anche una loro corretta conservazione.

Contro il progressivo decadimento dei supporti fisici informatici deve intervenire l’archeologia dei media, come viene definita dal teorico dei media Jussi Parrika nel suo libro What is Media Archaeology?. Una forma di rievocazione di un passato già proiettato nel futuro.

Perché, nonostante gli stravolgimenti che subirà il nostro mondo sotto l’egida digitale, l’arte richiederà sempre un patrimonio di cure e supporto, indipendentemente dal periodo in cui è nata o quello verso cui si estingue.