Fino al 6 dicembre la galleria Tornabuoni Arte di Milano ospita una mostra dedicata ad Arman, uno degli esponenti più apprezzati del Noveau Realisme. L’esposizione monografica è una finestra su tutti gli aspetti coinvolti nella produzione dell’artista. Dai primi anni ’50 in poi, la mostra punta a dare allo spettatore un’idea a tutto tondo della sua poetica.

Arman, all’anagrafe Armand Fernandez, nasce a Nizza nel 1928. Dopo un primo breve tentativo di seguire i dettami dell’arte tradizionale, abbandona presto l’uso del cavalletto, alla ricerca di una nuova espressività. Tra un esperimento e l’altro, dai timbri su carta moltiplicati ripetutamente all’ossessione per le impronte, focalizza la sua attenzione sulla natura moderna, industriale e urbana. Si avvicina agli oggetti di strada, assemblandoli, comprimendoli, fino ad inondarli di colore e a caricarli di drammaticità. L’artista francese è così artefice di un nuovo modo di osservare gli oggetti ritenuti inutilizzati dalle masse, ma al contempo onnipresenti nelle loro azioni quotidiane, convertendoli, attraverso un linguaggio semplice, a mucchi di colore. L’esplorazione dei rifiuti e degli scarti industriali conduce a una dissacrazione dell’arte tradizionale a vantaggio di una revisione dell’estetica dell’oggetto.

Paintbrushes & Violin, 1980.

Dalle Accumulations del 1953 agli Strumenti musicali sezionati, lo spettatore viene guidato alla scoperta di un percorso che appare in perfetta sintonia con la società contemporanea. Attraverso il principio di accumulazione, Arman riempie le sue scatole di vetro con immondizia di vario genere. Dalla polvere ai fili, passando per i contenitori per alimenti, riporta i visitatori ai problemi ambientali di tutti i giorni, tra cui l’emergenza rifiuti. Se gli accumuli di Arman a un primo sguardo possono sembrare confusionari, a una visione più attenta si rivelano un insieme perfettamente controllato. Frutto di un lavoro minuzioso e consapevole.

Nell’accumulo, Arman cerca di cogliere l’essenza e dare una misura a quanto lo circonda.

Così evidenzia la storica dell’arte Rachele Ferrario nel testo introduttivo al catalogo.

Il progressivo controllo del concetto di accumulazione va di pari passo con la crescita artistica di Arman: da cumuli di oggetti di varia natura, l’artista passa ad affastellare oggetti molto simili tra loro, che si differenziano solo da minimi particolari.

Pensare di razionalizzare il mondo in una lista di bellezze diverse ha qualcosa di folle. Ha a che fare con il desiderio di alterazione della materia. Ma è una caratteristica insita nello spirito della società del secolo scorso da cui nasceranno i mass media, con le vetrine che hanno ispirato poeti, filosofi e artisti, da de Chirico, ai surrealisti, al Neo-dada e alla Pop.

Aggiunge Rachele Ferrario.

Sull’onda delle contraddizioni della società contemporanea, la poetica di Arman si sviluppa su due binari paralleli: se da un lato troviamo le Accumulations, dall’altro la mostra espone anche le Frammentazioni, che a prima vista potrebbero porsi in contraddizione con l’idea di accumulo. Concretamente però, un aspetto non esclude l’altro. Si tratta di due facce della stessa medaglia che, in un percorso di riflessione e di presa di coscienza, hanno l’intento di far aprire gli occhi allo spettatore sulle incoerenze dei fenomeni che ci circondano.

Credo che nel desiderio di accumulare sia insito un bisogno di sicurezza, mentre nel distruggere e tagliare vi sia la volontà di fermare il tempo.

Sostiene Arman.

Arman
Senza titolo, 1989.

Risposta europea alle sperimentazioni del new dada americano, il Noveau Realisme è una tendenza che vuole introdurre nell’opera d’arte oggetti usati e di scarto, come lattine, scatolette, frammenti di indumenti e tutto ciò che fa parte della nostra vita quotidiana. Il gruppo viene fondato nel 1960, attorno al critico Pierre Restany che ne firmò il manifesto: “Il Noveau Realisme è una rivoluzione dello sguardo, una nuova dimensione della sensibilità”.

Pur prendendone le distanze, il movimento trae spunto dalle Avanguardie dadaiste del primo Novecento, di cui riprende l’orientamento dissacrante nei confronti dell’arte tradizionale. A differenza del Dadaismo storico, tuttavia, l’oggetto viene inserito in un contesto polemico nei confronti del consumismo e dei miti della società industriale.

Senza arrivare a una denuncia morale, l’obiettivo è quello di stimolare lo spettatore a una riflessione critica sul proprio modo di vivere e di “consumare” la realtà circostante. Oltre ad Arman, tra i suoi rappresentanti più noti al pubblico, si ricordano Yves Klein, Daniel Spoerri, Jean Tinguely, Christo e César, le cui opere appaiono spesso come veri e propri monumenti alla civiltà dello spreco.

Con un intento irriverente e provocatorio, Arman si fa portavoce di un’idea di materialismo e cristallizzazione che si ritaglia il proprio spazio nel panorama dell’arte contemporanea. È artista peculiare per aver sintetizzato tutte le procedure sull’oggetto, con il proposito di attirare la nostra attenzione su ciò che non notiamo. Si esalta così il valore di quello che non utilizziamo quotidianamente, in una tragicomica celebrazione della civiltà industrializzata.

 

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Materiale fornito dall’ufficio stampa Studio ESSECI

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