Abbiamo un problema, riusciamo a trovare una soluzione, lo risolviamo; la nostra mente inizia a convincersi che tutti i problemi a esso simili (ma non identici) si risolvano così: ecco come rischiamo di cadere in una delle tante psicotrappole che complicano la nostra vita.

Impariamo a risolvere problemi con l’esperienza, in prima persona, e da piccoli vedendo come si comportano gli adulti intorno a noi: quelli della nostra famiglia, con le loro “soluzioni” tipiche, e più in generale tutti gli altri, influenzati dalla cultura di cui ogni contesto è portatore il più delle volte inconsapevole. Durante questo lungo processo di apprendimento non è impossibile imboccare quindi la strada di una o (frequentemente) più delle psicotrappole descritte da Giorgio Nardone nell’omonimo saggio breve.

Di che si tratta esattamente?

Innanzitutto Nardone descrive le trappole del pensare e sentire, di cui la più clamorosa è l’inganno delle aspettative: si attribuiscono agli altri le proprie percezioni e convinzioni, aspettandosi da loro che poi si comportino proprio come sé stessi al loro posto. Purtroppo la nostra mente funziona secondo un principio di efficienza che la porta a minimizzare gli sforzi, compreso quello di provare a vedere le cose davvero da un punto di vista diverso dal proprio. Eppure ne varrebbe la pena, visto che una tale rigidità porta spesso a delusione e rabbia, se non ad autentica depressione, quando le scelte degli altri sono assai diverse rispetto a quello che avevamo previsto basandoci sulla nostra limitata prospettiva.

Un altro errore di pensiero, evidenziato anche dalla psicologia clinica cognitivista, è credere che se una cosa “la sento” a livello viscerale, allora è vera, autentica, più indicativa rispetto alla situazione, di un’elaborazione razionale. In altre parole, l’errore consiste nel credere ciecamente alle proprie sensazioni ed emozioni nel giudicare una persona o una situazione. Una valutazione puramente viscerale può certamente essere corretta, ma anche no! La credenza nella superiorità dell’intuito, retaggio di una tradizione mistico-profetica, va bilanciata con la forza della verifica pratica prudente, graduale, scettica; mantenendosi in equilibrio tra gli estremi dell’atteggiamento meramente intuitivo (“lo sento quindi è”) e quello iper-concreto si eviterebbero una quantità enorme di scelte sbagliate e fonte di dolore.

Pensare positivo a tutti i costi è un’altra psicotrappola insidiosissima: favorita da correnti spirituali new-age e da letture superficiali degli studi di psicologia positiva, la credenza che occorra sforzarsi volontariamente di immaginare che le cose vadano bene può creare l’effetto paradossale di non vedere i pericoli e aumentare le chance di non raggiungere un traguardo molto ambito, ingigantendo la delusione finale rispetto alle aspettative riposte e favorendo l’insorgere della depressione. Pensare ottimisticamente va bene, ancora una volta, se non raggiunge l’estremo di annebbiare la vista di fronte ai dati di realtà, ed è particolarmente utile a potenziare l’autostima di fronte a traguardi effettivamente già raggiunti; viceversa può far danni seri.

Quante volte pensiamo di dover essere coerenti a tutti i costi? Quando la coerenza diventa principio dogmatico siamo di fronte all’ennesima psicotrappola, perché nega l’evidenza di una realtà in continuo mutamento e ostacola la capacità di adattamento all’ambiente, come Nardone afferma:

la coerenza assoluta è di un altro mondo, non di quello di noi umani. Quando la pretendiamo da altri o da noi stessi entriamo nel dominio della patologia travestita da virtù.

Sin qui abbiamo visto alcune delle trappole che l’autore descrive rispetto al pensare e al sentire, ve ne sono di altre che riguardano il modo di agire e che sono altrettanto pericolose

Insistere fino all’esasperazione è un tipico comportamento disfunzionale: nelle relazioni di coppia, riempire di attenzioni l’altro/a fino a sfinirlo, nel lavoro, perseguire a tutti i costi un obiettivo irraggiungibile nella convinzione di non aver perseverato abbastanza. Questo perché ripetere lo stesso agire consente di non cambiare, e come abbiamo accennato all’inizio dell’articolo, la nostra mente cerca di evitare gli sforzi che divergono dalle abitudini reiterate. Sebbene osservare i propri comportamenti sia difficile, noi possiamo invece coltivare una certa qualità di attenzione che ci consenta di individuare i copioni di azione disfunzionali e sostituirli.

All’estremo opposto dell’insistenza esasperata abbiamo la rinuncia immediata di fronte alle prime difficoltà, che in fin dei conti è comunque una forma d’insistenza, ma nell’arrendersi immediatamente:

credere poco in sé, rinunciando a mettersi alla prova per dimostrare il contrario, non fa che confermare una presunta incapacità, sino a renderla reale.

Accettare la fatica di confrontarsi con le frustrazioni che derivano dagli scopi desiderati è l’antidoto a questa trappola, senza diventare spericolati avventurieri, ma ricordando che l’unico modo per aumentare la fiducia in se stessi è superare le prove che la vita ci pone, e che un’eventuale frustrazione per un fallimento non farà mai male quanto una rinuncia.

I comportamenti caratterizzati da mania del controllo rappresentano una psicotrappola abbastanza comune nel mondo contemporaneo, perché siamo dotati di un’enorme quantità di applicazioni e strumenti in grado di fornirci informazioni sulla realtà utili a fare previsioni. Ancora una volta, una capacità utile e che sicuramente ha consentito all’umanità di progredire, se portata all’estremo diventa, paradossalmente, perdita di controllo, incapacità di gestire in modo efficace gli imprevisti inevitabilmente presenti nella quotidianità, difficoltà nel capire quando controllare una situazione sia controproducente.

Praticamente tutte le psicotrappole sono, nell’ottica di Nardone, esagerazioni di modi di pensare, sentire e di comportarsi che di base sono utili a risolvere problemi in determinate circostanze. Rendersene conto, e accettare la sfida dell’elasticità e del cambiamento, è possibile e, benché faticoso, rappresenta un modo irrinunciabile per continuare a crescere lungo tutto il ciclo di vita.


FONTI

Nardone G.,(2013), Psicotrappole, Milano, Ponte alle Grazie