C’è una citazione magnifica di Dostoevskij su Dostoevskij che suona come un sacro monito e una prece pagana a cui l’autore si appella, e mai tradisce, lungo l’intera sua vita biografica e letteraria:

sempre e in ogni cosa io giungo fino al limite estremo.

Racconto di matrice fantastica, ma dagli inconfondibili toni arcigni, gracchianti e beffardi, Il sogno di un uomo ridicolo fa parte della non vasta produzione di racconti di Dostoevskij. Scritto nel 1877 e inizialmente uscito all’interno del volume Diario di uno scrittore, il testo è ascrivibile a un’ideale seconda stagione dostoevskijana che raccoglie gli scritti successivi al periodo di prigionia e presenta una scrittura più complessa, elaborata e uno sguardo più maturo sull’uomo.

Il merito di aver rispolverato e riportato all’attenzione questo testo importante è di Lorenzo Loris, regista di teatro e già frequentatore dello scrittore russo – nel 2015 aveva messo in scena Le notti bianche –, che ha portato dal 7 Maggio al 2 Giugno al Teatro Out Off di Milano la parola monologante de Il sogno di un uomo ridicolo.

Scrittore dell’animo, Dostoevskij ha tracciato con la sua scrittura la sismografia imperfetta della psiche umana, dando voce e sostanza letteraria a ossessioni, biechi istinti, desideri illeciti inconfessabili e indicibili. Il sogno di un uomo ridicolo è la storia, raccontata in prima persona, di un uomo rassegnato alla sua ridicolezza; non solo non viene ascoltato ma viene ridicolizzato, minimizzato dalla comunità. La reazione, superata la tragedia, la violenza e la rabbia, è l’indifferenza, lo scollamento dalla propria realtà:

Forse perché nella mia anima è cresciuta una spaventosa angoscia per una circostanza che ormai era infinitamente al di sopra di me, e precisamente per la consapevolezza che avevo ormai raggiunto, che al mondo ovunque tutto è indifferente.

Il sentimento di insofferenza si risolve, secondo una precisa linearità nichilista, nella decisione di suicidarsi. Togliersi la vita diventa allora un atto qualsiasi, la cui vuotezza di significato ne esaurisce la tragicità ed elimina quell’unica possibilità di sottrazione alla ridicolezza. La vita beffarda infatti non concede al protagonista nemmeno questa ultima consolazione: a costringerlo alla vita è l’incontro casuale con una bambina in una sera cupa, «la più cupa che vi possa essere». Disperata e abbandonata, la bambina chiede aiuto all’uomo, il quale, infastidito, quasi al limite del disgusto, la caccia via a calci, tappandosi le orecchie per non sentire quelle urla strazianti che chiedono aiuto. L’incontro genera nell’uomo un senso di pietà inaspettato, che incrina il piatto flusso nichilista e compromette il premeditato suicidio. Il personaggio della bambina, nella sua accezione blakiana di pura innocenza e vulnerabilità, è paradigma ricorrente nella poetica dello scrittore russo. Indimenticabile è la bambina che compare in Delitto e Castigo a Svidrigailov, ai cui occhi allucinati appare come una donna provocante e volgare e dall’ambiguo comportamento. L’incontro tra fanciullezza ed età adulta determina lo scontro tra purezza e corruzione, da cui si scatena l’atto violento, rabbioso, di fronte a un’incolpevolezza che lascia disarmati e scoperti.

Il sogno di un uomo ridicolo può ricordare, per alcuni tratti tematici e per l’impianto narrativo, il romanzo monologo del 1956 di Albert Camus, La caduta, il cui protagonista, il brillante avvocato parigino Clemence, scopre, in seguito a una risata udita dal niente lungo un ponte di Parigi, la verità della sua intera esistenza che, di colpo, gli si svela come assurda e falsificata. Anche l’incontro con la bambina è un ingranaggio narrativo che porterà poi l’uomo ridicolo allo svelamento della propria condizione umana e alla conoscenza della Verità. Ma nel racconto di Dostoevskij lo svelamento del Vero avviene in un’altra dimensione, quella onirica, in cui sprofonda il protagonista, una volta a casa dopo l’incidente serale. Durante un bulgakoviano volo cosmico notturno, accompagnato, in questo caso non da un maiale, ma da un essere altrettanto inaspettato e dall’aspetto semi-umano, l’uomo ridicolo sogna di approdare in una nuova Terra, dalle fattezze del tutto simili alla nostra, ma che si rivela ben presto un eden incorrotto e ancora incontaminato dal vizio e dalla colpa. È questa la Verità che l’uomo ridicolo riesce a conquistarsi: l’età dell’oro è realmente esistita e c’è possibilità di redenzione per l’uomo. Scaturisce allora un sentimento di amore e speranza incondizionate verso le sorti del genere umano; ciò che prima era odioso e indifferente ora diventa necessario e gli umani, tanto meschini e insignificanti, oggetti di amore assoluto.

In questa conclusione emerge il tono di un Dostoevskij più maturo in cui confluisce l’eredità del suo trascorso. Arrestato il 25 aprile 1849 con l’accusa di partecipazione a società segreta con scopi sovversivi, Dostoevskij fu condannato alla pena di morte. Da quella esperienza all’estremo tra la vita e la morte – Dostoevskij è stato graziato soltanto dopo la lettura pubblica della sentenza –, sul palco del patibolo l’autore è colpito da una cruciale presa di coscienza. Così, infatti, scriveva al fratello mentre partiva per la fortezza di Osmk in Siberia:

La vita è dappertutto, la vita è in noi stessi e non fuori di noi. Accanto a me ci saranno sempre degli esseri umani, ed essere uomo tra gli uomini e restarlo sempre, in nessuna sventura avvilirsi o perdersi d’animo: ecco in che cosa consiste la vita, ecco il suo compito. Ne ho preso coscienza ora. Questa idea è entrata nella mia carne e nel mio sangue.

E da allora si aggira tra le strade del mondo un uomo ridicolo che predica, tra farfugli e balbettii, la sua Verità inascoltata.

 


FONTI

Fedor Dostoevskij, Racconti, traduzione di Luigi Vittorio Nadai, Garzanti, 1988