Mi chiamo Louise Josephine Bourgeois. Sono nata il 24 dicembre a Parigi. Tutto il mio lavoro degli ultimi cinquant’anni, tutti i miei soggetti hanno tratto ispirazione dalla mia infanzia. La mia infanzia non ha mai perso la sua magia, non ha mai perso il suo mistero e non ha mai perso il suo dramma.

Do not abandon me, 2009

Louise Bourgeois indaga il tema della maternità in chiave profondamente autobiografica. Le sue sculture sono pervase dalle ferite di un’infanzia travagliata, segnata da un padre assente e una madre inerte di fronte agli eventi. Per l’artista l’arte è liberazione, psicanalisi, espressione di una rabbia a lungo tempo repressa nelle profondità dell’inconscio. Uno scandaglio interiore che permette la manipolazione della materia attraverso la narrazione. E certamente Louise ha tanto materiale narrativo, lo dimostra un’esistenza scandita lungo tutto il Novecento e spentasi a 99 anni, nel 2010.

La possibilità di vivere a lungo permette l’acquisizione di un ampio bagaglio conoscitivo e, al tempo stesso, di rileggere l’infanzia in chiave critica e filtrata dall’esperienza. Per questo, dalla sua prima esposizione a 71 anni, Louise mostra un forte spirito concreto e materialista. Prima i fatti, poi le parole. Perché l’arte non è nient’altro che esperienza reificata, riproposizione di un trauma passato in forma sedata o eccitata dal tocco creativo. È emozione che trapassa la materia, lasciando le sue tracce sul corpo con il dolore. L’artista sceglie di mostrare apertamente il suo corpo, martoriato da ferite profonde e  psicologiche. Lo fa attraverso una rappresentazione cruda e diretta della donna, dall’anatomia della sua fragile nudità, al momento traumatico del parto, fino al ruolo di madre protettrice della casa e dei figli.

La distruzione del padre, 1974

In questo immaginario evocativo, forgiato sulla memoria personale, dove si colloca però la figura del padre? Per Louise Bourgeois è un argomento molto delicato, riletto in un rovesciato Complesso di Elettra freudiano nell’opera La distruzione del padre (1974). L’artista uccide metaforicamente il padre, smembrandolo nelle sue componenti organiche interne su un tavolo da pranzo. Il tutto avviene in una grotta dall’atmosfera disturbante; sembrerebbe quindi l’inizio di un rito cannibalico, dove Louise esprime il suo desiderio di rivalsa e controllo sul padre. Il simbolo del tradimento della madre con un’istitutrice, il simbolo dell’abbandono della famiglia e della casa, il simbolo della solitudine generata in Louise e mai fagocitata.

L’artista è un lupo solitario. Ulula tutto solo. Il che però non è così terribile, perché lui ha il privilegio di essere in contatto con il proprio inconscio. Sa dare alle sue emozioni una forma, uno stile. Fare arte non è una terapia, è un atto di sopravvivenza. Una garanzia di salute mentale. La certezza che non ti farai del male e che non ucciderai qualcuno.

Femme Maisons (1942-1947)

Mentre la figura maschile è abbandonata alle sue macerie carnali, la figura femminile assume le fattezze antropomorfiche di una casa. Lo dimostra la raccolta Femme Maisons (1942-1947), una serie di dipinti in cui il corpo della donna si fonde simbolicamente con la struttura della casa. Spesso rimangono visibili e identificabili le braccia e le gambe, mentre la testa è assente, nascosta. La casa non è per la madre una gabbia, ma è un limite di separazione tra interno ed esterno, protezione e pericolo, conosciuto e sconosciuto. La casa umanizzata è però anche simbolo della transizione dall’intimità domestica al sentimento collettivo, universale. Esprime l’esigenza della donna di superare i propri confini, valicando la corporeità a favore della libertà del pensiero.

Spider (Cell), 1999

Il concetto di passaggio attraverso un confine fisico è rappresentato perfettamente dal parto. Dalla creazione di un varco per una nuova vita. Si tratta di un argomento da sempre affrontato come un tabù, perché prevedeva di mettere sotto la lente dell’osservatore il corpo femminile anatomizzato. Nudo, spogliato, privo di pudore e contaminato nella sua verginità sacrale, da donna angelo. Louise decide di sviscerare questo tema, renderlo visibile, drammatico, esperibile universalmente. Se la madre racchiude parte di sé nel focolaio domestico, al tempo stesso esperisce l’altra parte di sé durante il parto, donandola al bambino. Lo stesso bambino che crescerà e riceverà cure e affetto nella casa-madre. A tal proposito è emblematica l’opera Spider (Cell) del 1997, dove un ragno sovrasta una cella dalle pareti trasparenti. Louise, sull’esempio di Femme Maisons, rappresenta la madre sopra la casa, nella forma di un ragno. Ma perché un ragno?

Il ragno è un’ode a mia madre. Lei era la mia migliore amica. Come un ragno, mia madre era una tessitrice. La mia famiglia era nel settore del restauro di arazzi e mia madre si occupava del laboratorio. Come i ragni, mia madre era molto brava. I ragni sono presenze amichevoli che mangiano le zanzare. Sappiamo che le zanzare diffondono malattie e per questo sono indesiderati. Così, i ragni sono protettivi e pronti, proprio come mia madre.

La lettura finale del rapporto tra Louise e la madre si scioglie sulle zampe ambulatorie di un gigantesco ragno. L’artista chiama la sua scultura Maman e la colloca in diverse città, accanto alle più importanti istituzioni museali. New York, Tokyo, Bilbao, Seoul, Ottawa e poi ancora a Dohr, in Qatar e a Bentonville, Arkansas. Ciò che rende speciali questi ragni è l’idea di protezione che veicolano, al di là della fobia del mostro suscitata in aracnofobici e non. Con le loro immense zampe, creano una gabbia protettiva intorno ai passanti, che si trovano sopra le teste il ventre con le uova dell’aracnide. La peculiarità di un’opera dal successo internazionale sta nella ridefinizione di una creatura respingente nell’immaginario collettivo per costruirne un nuovo significato, forte e universale, di maternità. Louise riesce quindi a mostrare in maniera controversa un tema universalmente condivisibile.