Un uomo è solo, in piedi su una zolla di terra. Guarda il pubblico in silenzio, col sorriso ingenuo degli infanti, di chi spera ancora in una salvezza individuale o collettiva. Nel tempo dello spettacolo, Bertrand Russell non è il grande matematico per cui è passato alla storia, ma un semplice contadino sulla propria zolla di terra. Russell è alla fine della sua vita. Abbandona il suo più grande amore, la matematica, per dedicarsi alla concreta e nobilitante attività di coltivazione. Blocca la sua frenesia e inizia a pensare; alza gli occhi al cielo. In un dialogo delicato ed elegante con Cassiopea, la costellazione della dea africana, Russel ripercorre frammenti di vita vissuta, alla ricerca di un ultimo brandello di speranza. Il Pacta ospita una produzione di TrentoSpettacoli, drammaturgia e regia di Maura Pettorruso.

Ma chi fu Bertrand Russel? Matematico e filosofo, divenuto famoso per il cosiddetto “paradosso di Russel”, cercò di distruggere il progetto di Gottlob Frege di ridurre la matematica alla logica. Si occupò, inoltre, della costruzione di un sistema assiomatico, i Principia Mathematica, ma venne confutato. Fu un importante esponente del movimento pacifista e ottenne il Premio Nobel per la Letteratura. L’assegnazione avvenne per “i suoi vari e significativi scritti nei quali egli si leva in alto a campione degli ideali umanitari e della libertà di pensiero”. Fu attivista e un divulgatore della filosofia, si occupò anche di studi di epistemologia. Dalla biografia, quindi, è intuibile la presenza di un connubio di personalità. La discretezza e riservatezza dello studioso si uniscono alla forza d’animo e determinazione dell’artista; la razionalità si scontra con l’immaginazione. Ed è proprio questa ambiguità a essere messa in risalto nella messa in scena.

Bertrand Russell, vecchio, ripercorre frammenti della vita. Parla con Cassiopea, la costellazione, per sentirsi meno solo. Nonostante l’illustre passato di studioso, i momenti evocati sono intimi e personali: il rapporto con la moglie e la figlia, o quello con Dio. A tratti, quasi in modo schizofrenico, i suoi studi riappaiono. Tuttavia, la forma è mutata: sono scintille che zampillano nella memoria; non prendono mai il sopravvento. Appaiono sotto forma di incubi: la sequenza di numeri, ad esempio, che Russell era solito ripetere per tranquillizzarsi, non è più utile. Ora è un’ossessione che è difficile da scacciare.

Il palcoscenico è limitato al frammento di terra, una superficie obliqua di pochi metri quadrati. Ciò accentua la disarmonia e la disarticolazione del movimento e si contrappone al clima elegante e magico del monologo. La costrizione all’interno di un piccolo spazio assume una forte carica metateatrale: viene accentuato l’ambito recitativo della messa in scena. In sintesi: un palco sul palco, un teatro nel teatro. Contemporaneamente il vincolo spaziale sembra una prigione: più volte Russell tenta di fuggire, ma rimane sempre attratto alla zolla. A causa del posizionamento in obliquo, inoltre, il palco sembra sospeso nel vuoto. Diventa perciò una zattera (questa dimensione è richiamata anche da una partitura di gesti all’inizio dello spettacolo), naufragata in mezzo al mare e lontana dall’approdo. Come si vede, quindi, lo spazio astratto e grezzo trasmette una forte comunicazione emotiva con lo spettatore: offre spazio all’immaginazione dello spettatore, evocando numerosi impulsi.

La recitazione è marcata. Oltre alla delimitazione spaziale, anche il corpo dell’attore non è naturalistico. I movimenti sono spezzati e a tratti marionettistici, come a sottolineare la non autenticità del personaggio. L’impressione è, infatti, quella di un Russell che recita sé stesso, rivivendo il passato; ciò è accentuato dalla forte carica metateatrale dell’intera rappresentazione. Il costume, invece, ricorda un prestigiatore. La dimensione magica è, infatti, parecchio presente nei gesti e nell’atmosfera.

Il dialogo assomiglia a un’operetta morale leopardiana, dai toni alti e a tratti sapienziali. In particolare, è rilevante soffermarsi sul Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Come il pastore errante si rivolge alla luna, “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/ silenziosa luna?” così Russell si rivolge a Cassiopea, immobile ed eterna. Proprio come la luna di Leopardi, la costellazione contempla il mondo dall’alto e ne custodisce le verità. Nella IV stanza dell’operetta, infatti, il pastore sottolinea la contrapposizione tra l’onnipotenza e onniscienza della Luna e l’infima condizione dei mortali.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore

Nello spettacolo Russell contempla la piccolezza dell’uomo di fronte all’infinità dell’universo. Un tema, ancora una volta, ricorrente in Leopardi: basti pensare a La ginestra:

(…) e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo? (…)

Russell è alla ricerca del segreto della vita, proprio come Leopardi. Come il pastore errante, da grande pensatore e filosofo, indaga sul senso della vita e dell’eterno: “ove tende/ questo vagar mio breve?” E ancora: “che vuol dir questa/ solitudine immensa? ed io che sono?” Di fronte all’apparente pessimismo che accomuna i due pensatori si nasconde il segreto della pura felicità. Sembra impossibile eppure, al tramonto della vita, la verità si è rilevata. La rivelazione non è maestosa o impressionante, ma è tenera e fragile: è la nascita di un fiore. Dall’arido spazio di terra, alla fine dello spettacolo, un fiore sboccia, proprio come la ginestra di Leopardi, che nasce sulle sponde del deserto Vesuvio, presto destinata a soccombere a causa della lava. Il fiore è il simbolo della vita che si batte e, nonostante destinata alla morte, imbellisce la terra e spande il suo profumo.

Forse allora il segreto della felicità è nella fragilità delle piccole cose, nel vivere a pieno ogni dono offerto, nel ricercare la bellezza. Bisogna essere come la piccola ginestra, un fulcro di energia che combatte nell’aridità del mondo.

(…) Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola.

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