Essere madre non è facile. La costituzione di un legame carnale e sempiterno con un individuo altro da sé, ma generato da sé, produce un naturale disequilibrio psico-fisico, spesso difficile da riassestare. Il ruolo della madre e l’attaccamento al figlio sono stati, da sempre, oggetto di studi e analisi approfondite. Del resto si sa: i legami più profondi, specie se di sangue, generano esiti controversi e spesso inaspettati. Questa intensità del sentimento (dall’amore estremo e incondizionato, all’odio atroce che genera ripudio) è stato, sin dall’antichità, il cuore drammatico di opere letterarie e teatrali. Sono diffuse le messe in scena di drammi famigliari, conflitti generazionali, ma anche di immense azioni di sacrificio e riscatto. Ancora una volta, il mito si presenta come una sorgente di esperienze e personaggi prototipici. Il rapporto madre-figlio è stato approfonditamente trattato nelle sue infinite sfaccettature. Si procederà illustrandone alcuni esempi.

Il mito di Edipo sembra essere l’emblema del deterioramento del rapporto madre-figlio. Un giovane, divenuto sposo della propria madre, si trasforma nell’assassino del padre. L’impatto creato dal mito fu talmente consistente da rivoluzionare gli studi psicanalitici: dalla violenza di questa carneficina, Freud ne trasse una diagnosi. Tuttavia è importante notare come la Giocasta di Sofocle sia completamente esente da tutti gli impulsi sessuali attribuitele posteriormente. Giocasta è una donna estremamente razionale, dedita alla sicurezza della corte e al mantenimento di un potere legittimo. L’estremo scetticismo conduce la donna a frenare empatie ed emozioni, tanto da apparire emotivamente piatta. Così, l’incesto non consiste in un peccato volontariamente compiuto dai personaggi, ma in una punizione divina. Edipo e Giocasta sono, infatti, vittime passive di un disegno superiore. In questo senso, il legame sanguigno tra i due rimane puro ed autentico poiché la rottura del patto d’amore materno non è compiuta consapevolmente.

Riflettendo sulle “madri” del mito, non si può ignorare Clitemnestra, identificata come l’emblema della malvagità femminile: una donna infida, crudele e assassina. Anche in questo caso, però, è bene riflettere più approfonditamente. Clitemnestra fu, prima di tutto, una vittima: Afrodite, a causa della maledizione, la condannò all’adulterio (ciò la scagionerebbe dalla colpa di aver infranto il vincolo coniugale). Inoltre, il matrimonio con Agamennone non fu mai felice, nemmeno agli albori. Il re, infatti, uccise Tantalo (suo primo marito) e suo figlio, sacrificando anche la figlia Ifigenia con un inganno. L’intero dramma di Clitemnestra è racchiuso nel nucleo famigliare, nell’amore verso i figli di cui è stata violentemente privata. Nonostante sia difficile assolvere la donna dall’assassinio compiuto, il giudizio critico, per essere ritenuto imparziale, non deve cristallizzarsi nel cliché si un personaggio divenuto emblematico. A ciò si aggiunga Oreste e la sentenza che lo assolve dal delitto della madre:

Non la madre è generatrice di quello che è chiamato suo figlio; ella è la nutrice del germe in lei seminato. Il generatore è colui che la feconda.

Apollo, nelle Eumenidi difende Oreste pronunciando questo verdetto, e successivamente lo assolve, facendo cessare la maledizione delle Erinni. La sentenza, estremamente misogina, riduce la donna a un mero contenitore passivo del nascituro, a essere serva dell’uomo. La tragicità del personaggio di Clitemnestra aumenta, così, esponenzialmente. La donna non trova pace nemmeno nella morte poiché, ancora una volta, la divinità prende il sopravvento sulla giustizia. Sembra, quindi, che Clitemnestra sia imprigionata all’interno di un dolore da cui, per condanna, non può sfuggire. Appare chiaro, allora, come la sua disgrazia sia indissolubilmente legata a quella dei suoi figli. L’identità di Clitemnestra coincide, infatti, a quella di “madre”: si vendica per i figli, ma viene vendicata e condannata da un figlio. In un certo qual modo, quindi, il suo essere violento dipende inevitabilmente dal suo essere madre.

Il mito offre anche numerosi modelli di incondizionato sacrificio materno. La storia di Demetra (moglie di Zeus) ne è un esempio clamoroso. Errò per giorni alla ricerca di Persefone, sua figlia, fino a quando il Sole le rivelò il rapimento per mano di Ade. A causa della delusione, abbandonò i suoi costumi di dea e si trasformò in una vecchia, una mortale, e fu accolta da una famiglia di pastori. In segno di ringraziamento, consegnò loro le spighe di grano e insegnò al figlio più piccolo l’arte della coltivazione. Tuttavia Demetra, la Terra madre, afflitta dall’immenso dolore per la figlia rapita, rese la terra infruttuosa. Così Zeus scese a un compromesso: fece ricongiungere madre e figlia, a patto che Persefone passasse un periodo dell’anno negli Inferi. Demetra è simbolo dell’amore materno puro e fedele. Si sacrifica per la figlia, al punto da privarsi dell’aspetto divino e abbassarsi alla natura mortale.

(…) Demetra, al vederli,
come impazzita balzò per il monte ombrato di selve.
Ma a lei di fronte Persèfone, appena ebbe visti i begli occhi
della dea madre, ecco, allora, lasciando quel carro, i cavalli,
corse, balzò, ed a lei s’aggrappò gettandosi al collo.

La restituzione di Persefone è descritta, nell’Inno Omerico, con parole gioiose: è un atto di carità. Demetra, rendendo la terra infruttuosa, non attuò una vera e propria vendetta. La sua azione può essere, più che altro, interpretata come un acuto grido di dolore di una donna, ormai impotente. Similmente ad Alcesti, Demetra viene premiata per il suo assiduo sacrificio e l’eterna dedizione di madre. Entrambe le donne sono accomunate da un ingente senso di sacrificio, che le ha condotte alla salvazione.

Il mito e la leggenda forniscono un affresco intrigante di donne, madri e simboli del femminile. Gli esempi sopraelencati sono solo alcuni accenni di uno scenario maggiormente ampio e complesso. Fondamentale è non cristallizzare o stereotipare, in lettura, vicende o personaggi. L’approccio deve essere analitico. Il lettore deve permettere a sé stesso di entrare in un rapporto empatico con la realtà di carta. Solo così il confronto diventa autentico: l’uomo può trarre un insegnamento o, forse, farsi consolare.

 

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