L’astio e la diffidenza nei confronti del diverso da sé si sedimentano in una dimensione sotterranea. In anfratti bui e umidi questi due sentimenti ramificano, fermentano, corrodono. Alla prima scintilla esplodono: la distruzione che spargono è simile a quella prodotta dalla detonazione di una bomba reale; la ferita che producono è insanabile. Ed è proprio la ferita della guerra, dell’esilio, il tema centrale del romanzo fresco di stampa di Daniela Dawan, Qual è la via del vento, pubblicato ad agosto 2018 da Edizioni E/O. Un’opera dai spiccati tratti autobiografici: infatti proprio Dawan, quasi cinquant’anni fa, fu costretta ad abbandonare la sua terra natale, la Libia, e a fuggire in Italia con la sua famiglia. La sua colpa? Ancora una volta, quella di essere ebrea.

Esattamente come la protagonista del romanzo, Micol Cohen: nata da genitori ebrei a Tripoli, terra intrisa di storia e caratterizzata da un originale mistura etnica e, soprattutto, religiosa: musulmani, ebrei e cristiani sono legati da una convivenza difficile, spesso minata dai conflitti mediorientali, primo tra tutti quello che vede contrapporsi in due fronti compatti gli ebrei sionisti e i palestinesi. In questo scenario, il 5 giugno 1967, quando scoppia la Guerra dei sei giorni tra Israele ed Egitto, la bomba dell’odio detona anche in Libia, travolgendo Micol e la sua famiglia, costretti a fuggire dalle loro case perché minacciati dal pericolo imminente. Gli arabi mettono a ferro e fuoco la città, hanno fame di corpi da uccidere, oggetti su cui sfogare la loro sete di vendetta.

Tutto questo accade sotto gli occhi passivi e indifferenti della componente cristiana della popolazione, abilmente simbolizzata da Dawan nella figura della madre superiora direttrice dell’istituto scolastico frequentato da Micol: nonostante la questione della guerra esponga la suora a problematiche etiche non indifferenti (per esempio, quella inerente all’esercizio della carità che la religione cristiana è solita vantare come fiore all’occhiello), ella preferisce non immischiarsi, poiché, dopotutto, il conflitto è qualcosa che non la riguarda. Che cos’hanno a che fare i cristiani con le diatribe tra musulmani ed ebrei? Tra arabi e israeliani? Così, quando finalmente Micol lascia l’istituto con i genitori, la donna può tirare un sospiro di sollievo: sono infatti previste pene orribili per chi cerca di proteggere o aiutare in qualsiasi modo gli ebrei.

Micol e i suoi genitori si nascondono per qualche tempo dai nonni paterni, in attesa dei visti. Poi, in tutta fretta, approdano in Italia, dove cercano di rifarsi una nuova vita. Trentasette anni dopo, Micol è diventata un’importante avvocatessa, e accompagna la delegazione dei libici emigrati in Italia a Tripoli, per trattare le proposte del colonnello Gheddafi. Egli infatti vuole riallacciare i rapporti con la componente esiliata e umiliata della popolazione libica: quella ebrea. La storia di Micol, dei suoi genitori, si intreccia con quelle degli altri membri della delegazione, e tratteggia i momenti salienti di un popolo rinnegato, costretto a vivere sulla propria pelle quel dramma dell’ostrica di sapore verghiano, che in questo caso si connota di un’ulteriore significazione: quella, cioè, dell’incapacità di accettare che il guscio che ci ha espulsi non è rimasto immobile, come la sua rappresentazione nella memoria. Al contrario, la vita e il tempo, i passi del nuovo hanno continuato la loro opera di evoluzione ed erosione, rendendo l’antica patria agli occhi dell’esiliato quasi irriconoscibile, nel momento del ritorno a casa. O, forse, nonostante tutto, talmente riconoscibile da fare ancora più male.

ventoÈ in questo contesto che viene innestato il dramma privato della famiglia Cohen: Leah, la primogenita deceduta prima della nascita di Micol, è un’ombra assente che permea tutto il romanzo. Solo il finale scioglierà il mistero sulla sua morte, dando all’avvocatessa la possibilità di riconciliarsi con il passato e ricominciare una nuova vita.

Dal punto di vista tematico, dunque, il romanzo affronta argomenti cruciali, oggi più attuali che mai: l’esilio, la fuga verso terre estranee, l’incapacità di adattarsi a una società diversa da quella cui si sente di appartenere e al tempo stesso il distacco dei cosiddetti migranti di seconda generazione, cui suo malgrado Micol appartiene, data la giovane età al momento della fuga. Un distacco dalla terra natia che soltanto all’apparenza risulta indifferente. Non è difficile sovrapporre le storie e le figure presenti nel romanzo con le persone reali che oggi migrano, e immaginare che storie simili siano accadute a tutte le persone che tentano di approdare in Europa: chi scappa da guerre, carestie, regimi totalitari e oppressivi, o semplicemente chi si sposta per condizioni di vita ed economiche più favorevoli.

Siamo abituati in modo sconcertante a considerare i migranti in quanto masse (dis)umane indistinte e uniformi, scolpite dai nostri pregiudizi; riflettere invece sull’individualità di cui ciascuna storia è portatrice è altresì di fondamentale e cruciale importanza. Questo sembra essere l’invito implicito di Dawan: puntare l’attenzione sulla tragedia che è insita in ogni separazione dal posto nel mondo che si vuole chiamare casa, sul disorientamento che esso comporta, sulle perdite dell’io che possono essere colmate solo con il ritorno, quando si ha la fortuna di poterlo compiere.

Anche l’orchestrazione dell’intreccio è certamente degna di nota: Dawan ripercorre le vicende della famiglia Cohen e dei componenti della delegazione attraverso oscillazioni continue nel tempo, tra il presente storico e un passato ancora vivido. L’andamento analettico viene di sovente attivato dai ricordi dei personaggi, scaturiti dalle suggestioni della realtà attuale. La prosa di Dawan è curata e uniforme, anche se in certi frangenti forse troppo piatta: i personaggi parlano la stessa lingua e vi sono poche differenziazioni stilistiche nel loro modo di parlare e di pensare, nonostante spesso il testo venga impreziosito da parole in arabo o in ebraico.

Inoltre, bisogna porre l’accento sul nodo centrale del dramma privato di Micol, cioè il fantasma della sorella Leah. Tale filone narrativo viene sciolto quasi in maniera fantastica, grazie al ‘provvidenziale’ incontro dell’ex domestica della famiglia Cohen. Le ultime pagine del romanzo sviluppano una sorta di dimensione onirica, in cui Micol può finalmente ritrovare la sorella. Questi ultimi accadimenti, però, paiono stonare con il tono preponderante del romanzo, incentrato sulla guerra e su un ritorno sofferto. In aggiunta, il mistero della morte di Leah in realtà non è un mistero: nella prima parte del romanzo seguiamo le riflessioni di nonno Hiam, e del suo rimpianto, cioè quello di aver trasmesso alla nipote l’amore per il mare.

Nonostante i difetti, la lettura è scorrevole e soprattutto pregevole per i significati che trasmette. In primo luogo, il ritratto fugace di una società sempre sull’orlo della detonazione, l’angoscia di scoprirsi perseguitati nel proprio paese, il terrore della fuga; e, in secundis, ciò che è forse il messaggio più importante del romanzo, il sentimento dell’esiliato, sospeso in uno spazio che non trova luogo: il cammino dei delegati nelle vie di Tripoli si trasforma in una processione di rigenerazione e di morte insieme, al re-incontro dei luoghi perduti e abbandonati che, nonostante tutto, continuano a esistere. Il ritorno viene anche richiamato nel titolo, una citazione del libro biblico Ecclesiaste: «Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra ai suoi giri il vento ritorna».

 


FONTI

D. Dawan, Qual è la via del vento, Edizioni e/o, 2018