Muore il 28 dicembre, a causa di un tumore, Amos Oz. L’autore aveva 79 anni e lascia di sé, insieme a numerosi scritti, un messaggio pacifista e moderato per la risoluzione del conflitto arabo-israeliano che può estendersi a qualsiasi forma di fanatismo e integralismo religioso.

Le sue opere sono in gran parte ambientate a Gerusalemme – dove nacque nel 1939 – a partire da quella d’esordio, Terre dello sciacallo, pubblicata nel 1965 all’età di ventidue anni. Il romanzo che ha consacrato il suo successo è l’autobiografia, tradotta in più di quindici lingue, Una storia di amore e di tenebra, del 2002, che racconta la storia della sua famiglia nel contesto del nascente Stato di Israele. Determinante è stata la morte della madre, che si suicida quando l’autore ha dodici anni, e che ha contribuito a inasprire la tensione con il padre, del quale non condivise le idee politiche di destra. Lo scontro con il genitore lo condusse perfino a sostituire il cognome Klausner con Oz, che in ebraico significa “forza”. Ancora adolescente andò a vivere all’interno del kibbutz Hulda; i kibbutz sono comunità associative ebraiche con rigide norme basate sui concetti di uguaglianza e comunità, in cui ciascun individuo lavora anche per tutti gli altri e riceve in cambio, invece del denaro, i frutti del lavoro comunitario. Qui maturarono le sue idee politiche, convintamente schierate in senso laburista sionista.

Segnato dall’esperienza sotto le armi – prima con la leva obbligatoria, poi nelle guerre dei Sei Giorni nel 1967 e dello Yom Kippur nel 1973 – divenne presto un convinto sostenitore del dialogo tra i popoli del Medioriente e della “soluzione dei due Stati”.

L’autore è stato una delle voci più importanti e rappresentative del partito, ma il suo impegno rimarrà sempre culturale e intellettuale, mai strettamente politico. Sebbene l’ingresso in politica gli venisse proposto negli anni Novanta proprio da Shimon Peres, nel pieno del difficile Piano di pace con i palestinesi, egli rifiutò rispondendo: «Ho un handicap, non posso pronunciare le parole “No comment”».

Se i personaggi dei suoi romanzi si muovono nello scenario del conflitto, pur relegandolo allo sfondo, i suoi saggi ne analizzano le cause prime e propongono soluzioni pacifiste, all’insegna del compromesso. Due in particolare, Contro il fanatismo e Cari fanatici, pubblicati rispettivamente nel 2008 e nel 2017, riflettono sul fanatismo come componente onnipresente della natura umana, che precede qualsiasi forma di governo o religione. In proposito, Oz affermava che il fanatismo

«è in ognuno di noi, […] è un punto esclamativo deambulante: […] uno dei tratti più distintivi del fanatico è il suo fervido desiderio di cambiare te per renderti come lui […] Il fanatico non vuole che ci siano differenze tra esseri umani. Lui vorrebbe che fossimo tutti come “un sol uomo». (Cari fanatici, Feltrinelli)

Contro un fenomeno antropologico così radicato, Oz ha sempre sostenuto un approccio di moderazione e compromesso che vada di pari passo con la crescita culturale e in particolare con la lettura di opere letterarie che possano “smontare” l’ideologia fondamentalista. Infatti, lì dove il fanatismo si configura come imposizione univoca del proprio punto di vista, la cultura risponde con la conoscenza e la comprensione del diverso. Nel saggio Contro il fanatismo, che racchiude tre lezioni tenute nel 2002 all’università di Tubinga, l’autore consiglia gli scritti di Shakespeare, Gogol’, Kafka e Faulkner:

«Ogni estremismo, ogni crociata oltranzista, ogni forma di fanatismo, in Shakespeare si conclude in una tragedia o in una commedia. Il fanatico non è mai più felice o più appagato, alla fine: o è morto o diventa una burla». (Ibid.)

Purtroppo, nella realtà, il fanatismo si riduce raramente a una burla, molto più spesso si risolve nella violenza e nel sangue; come nel Medioriente, così in Europa e nel resto del mondo. Il coraggio di Oz sta nel non voler additare “buoni e cattivi”, ma nell’identificare il conflitto come una guerra tra due ragioni o, forse, tra due torti.

«Ma oggi non è tanto importante stabilire i torti e le ragioni. Nel reparto del pronto soccorso dell’ospedale, i medici non si chiedono di chi sia stata la colpa ma decidono quello che c’è da fare.» (Corriere)

La lezione di Amos Oz è universale, come universale è il fanatismo, e il suo messaggio di pace si rivolge a chiunque sia in grado di accoglierlo.