16 novembre 2018

I canti popolari raccontano la storia: La Tammurriata nera

I canti popolari raccontano la storia: La Tammurriata nera

A volte la musica ha il potere di trasportare in un preciso momento storico. È proprio questo che avviene con l’ascolto di una famosa canzone popolare napoletana: Tammurriata nera.

Tammurriata nera è stata scritta nel 1944, durante l’occupazione americana da E. A. Mario per la musica, e da Edoardo Nicolardi per il testo.

La canzone racconta la nascita di un “criaturo niro” da una ragazza napoletana. Non si tratta di un caso particolare, in quegli anni i bambini di colore erano tanti. Edoardo Nicolardi li vede con i propri occhi: era dirigente amministrativo di un ospedale di Napoli. Il fatto era facilmente spiegabile: l’anno prima erano entrati a Napoli i soldati americani, fra loro molti uomini di colore, e da allora i casi di bambini nati con la pelle nera erano frequenti.

“S”o contano ‘e cummare chist’affare
sti cose nun so’ rare se ne vedono a migliare”

Com’è prevedibile un evento del genere scatena la forte condanna del rapporto sessuale interrazziale da parte dei paesani. Siamo nell’Italia della seconda guerra mondiale e questo risulta evidente fin dalla prima strofa:

“è nato nu criaturo è nato niro,
e ‘a mamma ‘o chiamma Ciro, sissignore, ‘o chiamma Ciro.
Seh vota e gira seh
seh gira e vota seh
ca tu ‘o chiamme Ciccio o ‘Ntuono
ca tu ‘o chiamme Peppe o Ciro
chillo ‘o fatto è niro niro, niro niro comm’a cche…”

Il colore della pelle del bambino è visto come un marchio indelebile e per quanto la madre possa ostinarsi a chiamare il bambino con nomi italiani (Ciro o Giuseppe), per farne un italiano, questo resterà “niro”.

Nella seconda strofa poi troviamo i famosissimi versi: “e vvote basta sulo ‘na guardata, / e ‘a femmena è rimasta sott’a botta ‘mpressiunata”. Questi versi hanno avuto una grande fortuna in tantissime canzoni napoletane. Anche recentemente li ritroviamo nell’ultima parte della canzone di Liberato 9 maggio.

Questi versi vengono generalmente letti come il colpo di fulmine che ebbe la ragazza alla vista del soldato afroamericano ma, secondo alcune interpretazioni, vanno visti alla luce di quelle credenze e superstizioni popolari (come il malocchio), che accordano allo sguardo del diavolo la capacità di provocare effetti negativi. Nella canzone quindi l’aver visto un uomo nero ha provocato nella madre un’impressione tale da determinare il cambio di colore del bambino, o addirittura la gravidanza stessa.

Seguono poi altri due versi di difficile interpretazione: “o grano, o grano cresce / riesce o nun riesce, semp’è grano chello ch’esce”. Probabilmente un’argomentazione contro le fantasiose ipotesi delle “cummare” espresse sopra. Alcuni sottolineano che attraverso la metafora del “seminare” si alluda alla fecondazione e quindi si conferma la realtà dell’avvenuto rapporto sessuale.

Lo scandalo provocato dalla nascita di questo bambino riflette l’ideologia patriarcale fascista, per cui le donne sono proprietà degli uomini del gruppo nazionale di appartenenza. Questa ideologia si è poi riflessa in maniera nei tanti episodi di violenza che, dopo la Liberazione, colpirono le donne che durante il conflitto avevano avuto relazioni sessuali con stranieri per scelta, come quella della canzone. Infatti queste donne subirono forme più o meno pesanti di ostracismo, di cui si trovano testimonianze nella stampa e memorialistica della guerra.

Ma siamo davvero così lontani da quei tempi? In alcuni motti della destra più becera si sente ancora l’idea nazionalista-maschilista del “vengono a rubare le nostre donne”.

 


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