Tre artisti, un unico soggetto: Narciso. Personaggio di spicco della mitologia greca, l’affascinante giovane viene riproposto dalla pittura nella lettura del rapporto tra il Sé e l’altro attraverso lo specchio dell’anima.

La storia di Narciso è costruita sulla natura matrigna dell’immagine speculare. Al momento della sua nascita, viene predetto ai genitori del giovane, il dio fluviale Cefiso e la ninfa Liriope, che Narciso sarebbe vissuto a lungo a patto che non guardasse mai il suo riflesso. Un gioco di specchi, dai quale il ragazzo viene allontanato per tutta la sua adolescenza. Ma è fatidico l’incontro con la ninfa Eco, una giovane donna condannata dal tocco iracondo di Era. Eco era un’ancella della dea, incaricata da Zeus di distrarre con le sue parole la moglie, così che lui potesse godersi i suoi incontri libertini. Quando Era scoprì l’inganno, condannò Eco a ripetere solamente le ultime parole che la ragazza udiva. L’incontro con Narciso segna l’apoteosi di un destino maledetto, un rifiuto che la ninfa accoglie con amarezza lasciandosi morire e consegnando per sempre le sue parole all’eco tra le rocce. I suoi lamenti, strazianti, sono uditi dalla dea Nemesi, che lancia la sua maledizione contro Narciso.

La punizione di Nemesi colpisce la superbia e l’arroganza nascoste sotto la bellezza superficiale di Narciso facendolo imbattere in uno specchio d’acqua dove per la prima volta vede la sua immagine. L’acqua è uno specchio naturale, non può essere coperta. È la verità veicolata dalla natura, è conoscenza. E solo al momento della vera conoscenza di sé, Narciso avrebbe raggiunto la morte. Così predicava l’indovino Tiresia ai genitori del ragazzo. La meraviglia e lo stupore destati da qualcosa che suscita un profondo coinvolgimento emotivo sono rappresentati dal Narciso di John William Waterhouse. Uno scenario fiabesco, shakespeariano, dove è descritto alla perfezione il triangolo di sguardi Eco-Narciso-Acqua e la malinconia della giovane ninfa che non vede ricambiato il suo sguardo e il suo sentimento d’amore. Il dipinto di Caravaggio è invece un ritratto solitario, su uno sfondo cupo, dove ciò che emerge è solo l’immagine di Narciso. È completamente assorto nella contemplazione e noncurante dello spettatore. Le sue vesti medievali, anacronistiche, sono riflesse dettagliatamente in tutti i loro particolari nello specchio d’acqua. Caravaggio coglie il momento esatto in cui Narciso prende coscienza dell’impossibilità di ricongiungersi alla sua immagine. Nella sua opera c’è tutta la solitudine e la sofferenza di chi, alla ricerca della perfezione impossibile, allontana l’imperfezione dell’affetto umano.

Mentre Caravaggio rappresenta la solitudine, Salvador Dalì inscena il doppio, risultante dal riflesso speculare. Ne La Metamorfosi di Narciso, il pittore descrive la trasformazione dal corpo morente in fossilizzazione ad una nuova creatura, i cui lineamenti trasparenti diventano via via più opachi e materializzano il doppio. È una rinascita, rappresentata dalla natura polisemica dell’immagine, dove il corpo dell’individuo assume la forma di una mano che stringe un uovo da cui emerge un fiore. Il narciso. La sua natura carnosa, forte e delicata al tempo stesso, dipinta da un colore bianco o giallo appariscente alla vista fa luce sulla personalità di Narciso. Dai ritratti di Waterhouse, Caravaggio e Dalì scaturisce il rapporto ossimorico tra una corazza forte, indipendente e egoista e un’anima solitaria, abbandonata, morente. Il ritratto della natura umana, in continua lotta con sé stessa e con l’altro.