L’artista veste ruoli femminili del cinema anni ’50 in una riflessione sulla rappresentazione mediatica stereotipata della donna e sull’azione pervasiva delle immagini nella società contemporanea.

Cindy Sherman è una trasformista. Modella la propria figura sull’immaginario mediatico femminile, dando vita a infinite personalità. Lo fa attraverso la fotografia, ma i suoi scatti non sono autoritratti, solo riflesso delle sue infinite maschere. L’arte diventa così gesto rituale e strumento di lotta e affermazione della fotografa nel panorama artistico contemporaneo. È l’arena dove presentare il ritratto della donna moderna attraverso gli stereotipi con cui la promuovono i mass media. Per primo il cinema, che diventa punto di riferimento per la serie fotografica “Untitled Film Stills (1977-1980)”. 70 scatti in bianco e nero tra scenari interni e urbani, dove la Sherman mette in scena se stessa. Un progetto in cui l’artista gode dell’aiuto del fotografo e amante Robert Longo e di amici e familiari.

L’opera, letteralmente “fermo immagine senza titolo”, raccoglie una serie di fotogrammi che sembrano esser tratti da sequenze di una pellicola cinematografica. Il riferimento è il cinema noir degli anni ’50 e ’60. Lo dimostrano i costumi delle protagoniste femminili e gli ambienti in cui si muovono. Tuttavia ogni singolo fotogramma racconta una sua storia ed è svincolato da un copione. Cindy Sherman gioca con lo spettatore e con la sua creatività interpretativa. L’artista inscena in ogni scatto donne differenti, dalla casalinga, alla vamp, alla ragazza giovane e romantica. Il suo volto è protagonista in quell’unico istante immortalato dove lo spettatore può immaginare una storia. Un attimo di riflessione e di suspense nella contemplazione del viso della Sherman, che punta su uno sguardo drammatico e fortemente teatrale. Ad accentuare l’espressività contribuiscono la luce e l’inquadratura studiata, dove la protagonista rivolge lo sguardo ad un fuoricampo immaginario, che l’osservatore non può conoscere.

È rappresentativa a questo proposito l’”Untitled Film Still #21”, dove l’artista appare come un’eroina cittadina che aspetta il suo nemico. Uno sguardo oscilla tra la preoccupazione e la spavalderia, mentre lo sfondo urbano rimane in secondo piano rispetto alla carica emotiva della donna. L’osservatore non sa dove sia collocata la scena e quando sia avvenuta. Tutto gli sembra familiare e al tempo stesso sconosciuto. Ma non è importante, perché la storia non continua, si ferma a quell’unico momento. Un solo scatto libero e isolato da una storia che non è mai stata scritta. La foto colpisce lo spettatore così come lo attacca quotidianamente la pervasività delle immagini mediatiche. Il consumatore assorbe le immagini una alla volta, senza neanche rendersene conto. Così la Sherman propone al suo pubblico scatti unici, da osservare singolarmente. Non c’è una reale storia oltre la fotografia. Tutto inizia e finisce unicamente con l’artista, che si mostra allo spettatore così come l’immagine si vende al consumatore.