09 dicembre 2018

Pensiero artistico e produzione scultorea di Luciano Fabro: il rinnovamento a Milano negli anni Sessanta

Pensiero artistico e produzione scultorea di Luciano Fabro: il rinnovamento a Milano negli anni Sessanta

Luciano Fabro, nato a Torino nel 1936 e deceduto a Milano nel 2007, fu artista concettuale di grande spicco. Nel 1959 giunse a Milano e, in questa città che gli aprì le porte all’arte contemporanea, espose la sua prima mostra personale presso la Galleria Vismara nel 1965. Nel suo lavoro si avvicinò al concetto artistico elaborato da Pistoletto e dagli altri artisti facenti parte dell’Arte Povera, e grazie ai contatti con questo gruppo partecipò dal 1967 alle loro mostre.

Le sue opere, che nel corso degli anni ricevettero grandi apprezzamenti, furono esposte più volte alle Biennali veneziane a partire dal 1972, alle Documenta di Kassel dal medesimo anno e in altri luoghi espositivi di notevole valore artistico tra cui la Fundació Joan Miró a Barcellona, il San Francisco Museum of Modern Art, il Centre Pompidou di Parigi e la Tate Gallery di Londra.

Il lavoro di Luciano Fabro, contraddistinto da semplicità estetica e dall’utilizzo di materiali come il vetro, il metallo, il cuoio, è in realtà espressione di una ricercata riflessione teorica che è alla base del processo tecnico.

Luciano Fabro davanti alla Ruota, opera realizzata in acciaio inossidabile, 50,5 cm x 155,5 cm x 1,7 cm, fotografia scattata da Daniel Soutif, archivio G. Colombo, Milano.

Tra gli anni 1963- 1965 ha ideato il primo progetto dal titolo Trasparente, contraddistinto da soluzioni in vetro, metallo e specchio. Da questi primi approcci a materiali industriali ristretti in questo campo, i suoi lavori si ampliarono verso nuove soluzioni di rielaborazione, come nel progetto Italia, in opera dal 1968, che offre l’immagine della penisola analizzata da diverse posizioni e con l’utilizzo di svariati materiali (bronzo, vetro, pelliccia, cuoio, oro ecc.); la serie Attaccapanni, eseguita tra gli anni 1976 e 1982, che sfrutta pannelli di stoffa appesi alle pareti come indicatore di potenzialità espressive.

Al Museo del Novecento di Milano, attualmente, si è scelto di selezionare un’unica sala, a termine del percorso espositivo, per alcuni dei maggiori esponenti dell’Arte Povera, tra cui appunto Luciano Fabro, Mario Merz, Gilberto Zorio e Giuseppe Penone.

Nella sala troviamo alcune delle sue grandi opere, originariamente datate tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, ma in riedizioni eseguite dall’artista negli anni 2000 per essere appositamente destinate a collocazioni museali.

Le opere presenti sono espressione del ruolo da protagonista che ha assunto l’artista, in quanto parte del rinnovamento artistico sviluppatosi a Milano negli anni Sessanta.

Il suo lavoro prende le mosse dalla volontà di superare lo spazio bidimensionale, tematica già affrontata da Lucio Fontana con le sue tele, realizzando buchi, tagli, ma anche ambienti spaziali, sviluppandosi ancor più avanti nell’affrontare i differenti contesti del concettuale, dell’arte ambientale e dell’arte povera.

Nelle opere dei primi anni Sessanta, in cui si cimenta con l’uso di superfici riflettenti o tramite l’inserimento di strutture essenziali in acciaio, Fabro dimostra un interessante rapporto con l’arte del passato. Il suo agire nel mondo artistico in modo così nuovo e personale non presuppone un’opposizione verso la tradizione ma, al contrario, l’artista ricerca uno stimolo da quella che è stata la produzione artistica passata.

Troviamo questo suo approccio al mondo artistico in suoi lavori come In-cubo del 1966, dove agisce sulla sua opera ripensando e rielaborando il concetto di scultura come spazio abitabile e praticabile dall’interno.

Bisogna inoltre sottolineare come Luciano Fabro integri la sua produzione artistica con una fiorente attività teorica e didattica: dal 1983 è stato professore all’Accademia di Brera e ha inoltre pubblicato numerosi scritti: Attaccapanni (1978), Regole d’arte (1980), Vademecum (1980-1996), Arte torna Arte (1999).

Nel 1978 ha fondato la Casa degli artisti, grazie alla collaborazione di Jole de Sanna e Hidetoshi Nagasawa, un grande punto di incontro e stimolo per l’arte milanese degli anni Ottanta, che consisteva in un’esperienza autogestita di formazione, riflessione sull’essenza dell’arte e produzione di opere.

Al fine di apprezzare e comprendere al meglio il suo lavoro, possiamo porre in analisi alcune delle sue opere.

Ruota, esposta al Museo del Novecento nel rifacimento del 2001 dalla prima esecuzione nel 1964, è una scultura in acciaio inossidabile.

Un cerchio si appoggia a un braccio pensile che, nello sforzo, si tende. In pratica noi non vediamo il braccio e poniamo invece attenzione al cerchio e alla sua accresciuta instabilità, lo sentiamo ruotare già.

(Lonzi, 1966)

Queste le parole usate dallo stesso Fabro in occasione di una conversazione con Carla Lonzi, tenutasi nel 1966, in cui ricorda la sua opera esposta nella primavera del 1965 alla sua prima personale presso la Galleria Vismara a Milano.

In poche e semplici parole lo scultore riesce a presentare Ruota nel rapporto di massima sintesi tra l’oggetto stesso e l’azione compiuta. Lo stesso titolo dell’opera svela più significati di interpretazione: il sostantivo che qualifica l’oggetto, ma anche il predicato verbale che indica l’azione che esso svolge.

Buco, del 1963 (2005), è stata un’altra opera che l’artista ha presentato alla sua prima personale del 1965. Su un’ampia lastra, che si pone allo spettatore come schermo rispetto allo spazio circostante, Fabro gioca con la trasparenza del vetro inserendo segni pittorici sapientemente strutturati. In questo modo l’immagine di chi guarda e lo spazio posto alle sue spalle si fondono con la scena circostante e le altre figure poste oltre lo specchio.

Da questo presupposto Jole de Sanna ha infatti notato che:

la realtà è una relazione tra le cose e lo spettatore è responsabile della relazione.

(Fabroniopera 1994, pp. 100)

Il Buco, come indica il titolo dell’opera, consiste nella zona centrale dell’opera in cui l’artista ha deciso di non intervenire, creando così una sorta di lacerazione paradossale.

In realtà, la volontà iniziale dell’artista era quella di ottenere delle lastre dove il motivo a specchio fosse visibile su entrambi i lati; in questo modo, secondo Fabro, lo spettatore avrebbe potuto girare attorno alla scultura aumentando il rapporto singolo- spazio. Purtroppo però, negli anni in cui si stava approcciando all’opera, le tecniche di lavorazione erano ancora abbastanza limitate, e quindi fu per lui impossibile realizzare questa idea.

Negli anni 2000, riprese in mano i suoi lavori degli anni Sessanta per inserirli in contesti museali; questa fu per lui l’occasione di non fare una semplice copia delle opere, ma di attuare una rielaborazione in ottica delle nuove possibilità tecniche, al fine di compiere la sua idea originale. Il Buco presente al Museo del Novecento è frutto di questo lavoro; realizzato in dimensioni maggiori della prima esecuzione, presenta inoltre l’intreccio segnico eseguito dall’artista a computer, a differenza del precedente intervento manuale.

Queste due opere, prese ad esempio al fine di illustrare le dinamiche del pensiero artistico di Fabro, sono solo una minima parte dell’ampia produzione dello scultore degna di nota, ma sono indicative dell’importanza ricoperta da questo scultore negli anni sessanta.

L’illuminante lavoro di Luciano Fabro è stato riconosciuto nel 1993, quando ha ricevuto il premio Antonio Feltrinelli dell’Accademia nazionale dei Lincei per la scultura.


FONTI
Treccani
Il museo del Novecento la collezione, catalogo a cura di Flavio Fergonzi, Antonello Negri e Marina Pugliese, Mondadori Electa, 2011

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