Prima che tu dica «pronto» fu pubblicato da Calvino sul «Corriere della Sera» nel luglio del 1975. È entrato a far parte della raccolta cui dà il nome diciotto anni più tardi, per volere di Esther Singer Calvino.

Negli ultimi due anni, ho letto Prima che tu dica «pronto» (il racconto) tre volte.
Una volta, la prima, avevo con me un matita, una volta una penna blu dalla punta sferica e l’ultima volta, la più recente (ma non per questo la più consapevole) una penna rossa.

Così mi appare oggi il racconto. Le pagine (otto e mezzo in una delle ultime edizioni degli Oscar Mondadori) sono quasi interamente sottolineate: alcuni paragrafi sono evidenziati da parentesi graffe, alcuni da quadre, diverse parole sono cerchiate, altre sottolineate più volte.
Alcuni di questi segni sono a matita, altri sono della penna blu dalla punta sferica e i più recenti (ma non per questo i più consapevoli) rossi.

Questo qualcosa significa.
Per esempio, che dovrei leggerlo un altro paio di volte, o qualcosa di più, e in altri momenti della mia vita, perché non tutto posso cogliere, non adesso. E anche che nelle visioni calviniane c’è sempre, in fondo, qualcosa che sfugge.

Significa anche che ci sono dei limiti: ogni lettura del racconto sarà transeunte; cosa potrei sottolineare ancora tra sette mesi?
Amo Calvino e sono fortemente sedotta da Prima che tu dica «pronto», tanto da tornarci di tanto in tanto. Questo non rende, forse, l’articolo inaffidabile?

Ecco cosa troviamo in queste pagine (otto e mezzo in una della ultime edizioni degli Oscar Mondadori): una teoria. L’ipotesi di una forma tendenzialmente infinita. La misura del racconto è contenuta: è molto importante la misura quando si parla di infinito.

La situazione è quotidiana: un uomo parte per lavoro, arriva in albergo, dove vuole deve telefonare all’amata.
Ci è richiesto subito uno sforzo: quando Calvino scrive è il 1975. Ripetiamo: un uomo parte per lavoro, arriva in albergo, e da lì userà un telefono a disco rotante.
Un nuovo piccolo sforzo: dimentichiamoci che il racconto è del 1975. Calvino ha questa tendenza a parlarci da un luogo fuori dal tempo e da un tempo che è in nessun luogo.

L’uomo è in un albergo, quindi, in un giorno di una stagione.
Ma c’è una precisione quasi allucinata, quella con cui il narratore segue insegue descrive il gesto del protagonista di provare a telefonare, di voler telefonare. E non già di parlare con chi, si suppone, sia dall’altra parte del telefono: il racconto, si badi bene, non parla di questo e a questo non arriva mai.

Intendiamo questo, che l’uomo non è nuovo ai viaggi di lavoro. E ogni viaggio ha la sua ritualità: in albergo, con il soprabito ancora indosso, l’uomo si siede e telefona all’amata. Prova a telefonare. Vuole telefonare. All’amata.

Ma non ha nulla da dirle. Lo sa. Lo confessa. Ce lo confessa.

Mentre compone il numero, eccolo il senso del suo viaggio:

“parto per poterti telefonare ogni giorno, perché io sono sempre stato per te e tu sei sempre stata per me l’altro capo d’un filo […]. e quando non c’è tra noi questo filo a stabilire il contatto, quando è la nostra opaca presenza fisica a occupare il campo sensorio, subito tra noi diventa risaputo superfluo automatico […]. Le emozioni sono tanto più forti quanto più il rapporto è precario azzardoso insicuro. Ciò che non ci soddisfa dei nostri rapporti quando siamo vicini, non è che vadano male, ma al contrario, che vadano come devono andare. Mentre ora mi ritrovo col fiato sospeso…”

La facilità di telefonare è il vero ostacolo: tutti telefonano a tutti, e nessuno parla a nessuno. Il lavoratore in trasferta, ancora con il soprabito indosso, stacca e riprende la linea più volte. La conseguenza è che telefonare, no, non è affatto facile.
Allora deve comporre il numero, lo fa con grande concentrazione, come se dalla precisione del polpastrello dipendesse il percorso che l’impulso intraprende.

Ma così non è, l’impulso inciampa e torna indietro e si perde e naviga e rimane impigliato. Quanto dura questo percorso? Un tempo tra il niente e l’eternità.

È in questo silenzio dei circuiti che ti sto parlando […]. Sto parlando come mai ti parlerei se tu fossi in ascolto; ogni volta che abbasso il tasto cancellando la fragile successione di numeri cancello pure ogni cosa che ho detto o pensato come in un delirio: è in questo cercarci ansioso insicuro frenetico il principio e il fine di tutto; mai sapremo l’uno dell’altro più di questo fruscìo che s’allontana e si perde per il filo”

L’uomo che viaggia per lavoro va lontano per sentirsi vicino e si sente vicino solo quando avverte il desiderio della vicinanza. Serve sottolineare che l’etimo di desiderio contiene il concetto di lontananza? Quindi la sola vicinanza possibile è la lontananza.

Come sempre, ecco il Calvino che amiamo, il giocoliere, il funambolo, lo scrittore dei paradossi, risolti e no.

Siamo lontani, abbiamo con noi il telefono, vediamo le parole che diremmo, le visualizziamo, le scegliamo con cura, le accarezziamo anche, preferiamo un’intonazione a un’altra… ma nella nostra testa, nel tempo di cui hanno bisogno le connessioni, i cavi di rame e tutto il resto. È lo spazio che ci è dato, quello della sospensione, per parlarci senza fraintenderci. Poi risponderemo e precipiteremo ancora.
Non è tragedia, è la storia dell’uomo.
Ridateci i telefoni a disco e il rischio che la chiamata cada prima che raggiunga chi, si suppone, sia dall’altra parte.
Prima che tu dica pronto, cara, un milione di cose vorrei dirti. Aspetta a rispondere, ora lasciami parlare…


 

FONTI

Fonte 1: Italo Calvino, Prima che tu dica “pronto”, Milano, Mondadori, 1993