Quando pensiamo a un’opera letteraria, la nostra mente forma automaticamente l’immagine di qualcosa di concreto, fisico, scritto nero su bianco da uno o più autori ai quali è doveroso rendere conto. Ci risulta oggi complicato immaginare che un tempo le certezze della carta non esistevano, e la trasmissione di storie era affidata a una più o meno diffusa riproduzione orale.

Quando ci riferiamo all’assenza di “certezze della carta” non intendiamo dire che non esistessero libri, ovviamente. Ma il libro è stato per lungo tempo un privilegio di determinate classe sociali, fuori dalle quali si collocavano coloro che per beneficiare di un’opera letteraria dovevano ricorre a mezzi alternativi. Il fatto è che ci fu un tempo piuttosto affascinante in cui ci si radunava in piazza per ascoltare storie, a volte mai sentite, a volte depositarie di una grande tradizione collettiva, come quella dei paladini di Francia: e la libertà della fruizione rendeva l’opera accessibile a tutti, come ricorda Francesco Caburacci che a proposito dell’Orlando furioso ariostesco proclama di aver visto:

“l’opera sua maneggiata dai vecchi, letta dai giovani, havuta cara dagli huomini, pregiata dalle donne, tenuta cara dai dotti, cantata dagl’indotti, star con tutti nelle città, andar con tutti in villa.”

Del resto storie di Orlando, Rinaldo e dei paladini di Francia hanno alle spalle un’antichissima tradizione che il vasto pubblico riconosceva come patrimonio comune, proprio grazie ai cantori professionisti che ne cantavano le gesta.
Ma se l’Orlando furioso sta lì come un monumento, da tutti conosciuto e legittimato, problemi di ordine diverso si presentano quando si scava nella tortuosa tradizione dei cantari popolari.

Un cantare si distingue da un poema innanzitutto per essere una composizione breve, solitamente anonima e destinata al canto, a differenza dei poemi con tradizione per lo più a stampa. E sebbene fossero destinati alla lettura e alla recitazione, i cantari si recitavano con la rapidità di una cosa spontanea, nello spirito di una performance del tutto improvvisata.  Si può ben capire come la tradizione che ne deriva sia rielaborativa e non riproduttiva: il canterino si farà continuo interprete del testo che, in assenza di un autore a cui rendere conto, si trasformerà in un materiale del tutto flessibile e adattivo. Il problema delle edizioni dei cantari deve fare i conti proprio con le difficoltà di datazione di testi anonimi la cui diffusione non era strettamente letteraria. E si tratta di veri e propri crucci per gli studiosi, i quali, confrontandosi con tradizioni tanto antiche, aspirano sempre a ricondurre tutto a un modello ottimo: eppure, esistono fenomeni non ricostruibili induttivamente, per i quali bisogna rinunciare a un approfondimento storico che possa dirsi certo. E di fatto la storia della letteratura è costellata di misteri e congetture: sarà anche questo uno dei motivi per i quali ci appare tanto affascinante e irraggiungibile.


FONTI
Lezioni del corso di Letteratura italiana II di A. Perrotta, anno 2017-2018, Sapienza