Caratterizzate da suole esagerate e linee bozze, il nuovo trend in materia di sneakers dà davvero l’impressione di essere intenzionalmente brutto.

A meno che non ci si sia isolati dal mondo negli ultimi mesi, è impossibile non essersi accorti dell’ascesa delle ugly sneakers, il cui nome è già un programma. Le settimane della moda tenutesi nell’estate 2017 hanno visto una sfilza di intenditori e appassionati sfoggiare queste famigerate calzature, tanto da dare l’impressione ad occhi ingenui di trovarsi più che in una metropoli in una gara alla scarpa ortopedica più assurda e colorata.

Dopodiché, queste scarpe non hanno tardato a compiere il salto di qualità e da monopolio delle élite di fashionisti diventare prevedibilmente mainstream. Tant’è che nemmeno le altrettanto prevedibili copie a buon mercato di Zara e affini ci hanno fatto aspettare troppo, perlomeno riempiendo di gioia il cuore di chiunque non possa permettersi un paio di Raf Simons, Balenciaga Triple S o Vetements Insta Pump nuove fiammanti, ma non voglia saperne di restare indietro coi tempi.

La reazione iniziale ed istintiva, che non si può biasimare, è: perché? Come siamo giunti alla quasi-venerazione di questi modelli ingombranti ed assurdi? Chi ne è il responsabile?

Taylor Okata, consulente creativo e stilista di Catching Feelings, agenzia di consulenza creativa che tra i propri clienti annovera grandi nomi al pari di Adidas e Apple, ritiene che l’inizio della follia per le sneakers “brutte” sia avvenuto nel 2013, all’uscita delle Ozweego firmate Raf Simons.

Da allora, le sneakers proposte dalla maggior parte delle case di alta moda non hanno fatto che acquistare centimetri di suola gommata, dettagli sempre più grafici e combinazioni di colori sempre più contrastanti. Sempre Okata sostiene che la radice di questo trend sia anche da trovarsi nella progressiva mescolanza dell’alta moda con il mondo dell’athleisure.

Secondo altri, l’avvento delle sneakers orribili si deve anche al fatto che dopo un decennio di sneaker design che puntavano ad essere quanto più minimali e leggeri potessero, un’inversione ad U era necessaria per mantenere in vita il mercato delle sneakers e continuare a suscitare ardente interesse e voglia di acquistare nei collezionisti. Inoltre, è impossibile non notare che molti marchi stanno progressivamente abbracciando il concetto di comodità: dopo anni di dominio dello skinny e del fitted, le tendenze si stanno spostando verso linee più morbide e confortevoli. Un discorso parallelo segue per le scarpe.

Non c’è pericolo che un paio di New Balance 990v4 possa sostituire il fascino dei tacchi a spillo, ma è certo che le prime sono ormai considerate accettabili se indossate sotto ad un abito elegante o un tailleur, accostamento che fino a qualche anno fa sarebbe stato squadrato con non poco disgusto.

Visto l’esorbitante successo che queste ugly sneakers stanno riscuotendo nella cultura mainstream, per definizione più lenta ad aprirsi ad avanguardie e nuovi trend, viene anche da domandarsi cosa sia accaduto per elevarle dalla reputazione di accessorio indispensabile per qualsiasi nerd di una commedia anni ‘90 che si rispetti allo status di fashion statement tra i più desiderati delle ultime stagioni.

L’associazione ha fatto molto per la reputazione di questi carri armati variopinti.

Mentre era solito collegarle ad un immaginario un tantino infelice, adesso è più facile apprezzarle perché le si vede in contesti diversi, accostamenti diversi e, soprattutto, le si vede indosso a persone già considerate coolInoltre, sebbene queste scarpe possano oggettivamente considerarsi bruttine, o perlomeno non belle, è da ricordare che sono brutte apposta, piuttosto che un infelice risultato di cattiva pianificazione e pessimo design. Questa intenzionale ricerca di bruttezza contribuisce già a dar loro un’allure di fascino. 

La moda è come sempre molto buffa e altrettanto incomprensibile.

Il fenomeno della popolarità delle ugly sneakers, che per le prossime collezioni non accenna ad andare da nessuna parte, ne è l’ennesima prova. Ci porta ancora una volta ad investigare la labilità del confine tra improponibile ed imperdibile, che spesso necessita solo un tocco della mano giusta per essere varcato.