Come si sviluppano il percorso e la carriera artistica di George Harrison all’interno dei Beatles?
La strada che il giovane chitarrista percorre dall’inizio degli anni ’60 in poi è emblematica della complessità e dell’incredibile crescita musicale che caratterizza il gruppo inglese nel breve lasso di tempo che intercorre tra il 1962, anno di pubblicazione del primo singolo Love me do, al 1970.

I Fab Four sono diventati il “fenomeno musicale del XX secolo” grazie ad un mix perfetto di genialità e talento che ha portato un gruppo di ragazzi appartenenti alla bassa middle class inglese sul tetto del mondo, tant’è che godono tutt’ora di fama internazionale.
John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr sono stati in grado di costruire qualcosa di eccezionale, eppure si sciolsero nel giro di pochi anni, il che sembra stonare se confrontato con la lunga e prolifica carriera dei (non) rivali Rolling Stones.

All’interno di questa prospettiva, la figura di George Harrison assume un’importanza particolare perché subisce un processo di sempre maggior emancipazione all’interno della band.
John Lennon e Paul McCartney sono i leader indiscussi del gruppo e firmano la maggior parte delle canzoni che vengono pubblicate sugli album, mentre Ringo Starr si ritaglia uno spazio artistico minore e in qualche modo bizzarro, che gli porta comunque un certo grado di notorietà.

Chi subisce l’evoluzione maggiore è senza dubbio George Harrison, il più giovane membro della band, nato il 25 febbraio 1943 e ancora minorenne quando i Beatles intraprendono le loro prime tournée ad Amburgo (cosa che, tra l’altro, comporterà non poche grane ai quattro giovani e al loro manager Brian Epstein).

La figura di Harrison è interessante per un motivo: se inizialmente trova poco spazio all’interno dei dischi, nel corso del tempo il suo ruolo diventa sempre più importante sia per quanto riguarda la dimensione tecnico-musicale sia per quella eminentemente autoriale.
Qualche esempio pratico può rendere più chiara la situazione: quando nel marzo 1963 i Beatles pubblicano l’album Please Please Me, tra le 14 tracce nessuna è scritta da George Harrison, mentre sono otto quelle che portano la firma Lennon/McCartney.

La situazione inizia a cambiare con il secondo album, With the Beatles, dove compare Don’t bother me, firmata da Harrison. Ma la sua posizione nel gruppo è ancora fortemente minoritaria e tale situazione continua anche in occasione della pubblicazione di A hard day’s night, di cui tutti brani sono firmati dalla coppia Lennon/McCartney (unico caso nella loro discografia).

In Beatles for Sale (1964) Harrison viene relegato a cantare il singolo di Carl Perkins, Everybody’s trying to be my baby, ma tra le tracce del disco non compare nessuna sua canzone.
Dove s’inserisce quindi la svolta della sua carriera? Senza ombra di dubbio il turning point sembra essere il 1965, con la pubblicazione di Help!, al cui interno è possibile individuare ben due canzoni del chitarrista: You like me too much e la splendida I need you, in cui Harrison mette in mostra le sue qualità di autore.

Da questo momento in poi è un tripudio: in Rubber Soul, uscito nel 1965, sono presenti due canzoni di George Harrison (Think for yourself e If I needed someone), mentre all’interno di Revolver pubblica Love you to, I want to tell you e la canzone d’esordio Taxman.
Ormai è riconosciuto a livello internazionale come membro e autore dei Beatles e per Sgt. Pepper’s lonely hearts club band, di cui ricorre quest’anno il 50° anniversario, scrive la complessa e difficile Within you without you.

All’interno di Magical Mistery Tour (1967) pubblica Blue Jay Way, mentre nel The Beatles (alias White Album) inserisce alcuni canzoni splendide: While my guitar gently weeps, Piggies, Long, long, long e Savoy truffle. La sua beatificazione autoriale esplode con Abbey Road, che sfocia nelle note-capolavoro di Something e Here comes the sun, per poi concludersi con le due ultime tracce contenute nell’album del 1970, Let it be: I me mine e For you blue.

Fonti: ondarock1ondarock2

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