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24 giugno 2018

Kendrick Lamar, DAMN: tribolazioni del dannato di Compton

Kendrick Lamar, DAMN: tribolazioni del dannato di Compton

Rapper natio di Compton, enfant prodige della nuova black music, capace di equilibrare una incredibile tecnica canora con una scrittura tanto viscerale quanto esplosiva. Dopo la follia urbana di good kid, m.A.A.d. city (2012), il jazz-rap politico e introspettivo di To Pimp A Butterfly (2015), Kendrick Lamar ha deciso che era tempo di recuperare le proprie origini, per potersi districare tra le dannazioni che lo affliggono e che costituiscono l’ossatura di DAMN., il suo ultimo parto artistico.

Ora, è comprensibile che Kendrick volesse rimodellare, con questo album, il ruolo messianico che il mondo musicale e politico black gli aveva assegnato, e che lui stesso pareva aver ricercato, in particolare con “The Blacker The Berry”, esempio della virata riottosa e antagonistica che aveva preso col suo precedente album, o “Alright”, diventata un vero e proprio inno della comunità afroamericana. Il peso della celebrità, dell’essere diventato un modello pubblico di riferimento, viene espresso con forza nell’album, tanto da fargli affermare più volte (“ELEMENT.”, “FEEL.”, HUMBLE.”) che nessuno sta pregando per lui, mentre con i suoi album Kendrick afferma di non aver fatto altro che “pregare” per l’umanità. Dopotutto, le crisi religiose e le preoccupazioni individuali sono da sempre elemento cardine all’interno della sua carriera e vita personale. Politica, religione e intimità si sono fin dalle prime produzioni fuse nella musica del californiano; ma in DAMN. Kendrick accentua la riaffermazione delle sue radici, quelle del debutto indipendente Section.80, e cerca di mettersi nuovamente al centro dell’attenzione.

copertina di “DAMN.”

Già si intuisce questo cambio di paradigma dalla cover dell’album, ma sono le prime due tracce ad essere la cesoia che ci getta nella psiche del nuovo Kendrick. La intro, “BLOOD.”, si apre con un “Is it wickedness? Is it weakness?”, dicotomico dilemma che verrà affrontato attraverso ciascuna delle 14 tracce, mostrandoci un Kendrick ancor più vulnerabile di quanto non fosse in “u” (da TPAB); tuttavia, invece di preoccuparsi di quanto le sue azioni abbiano ripercussioni sul mondo, sull’opinione pubblica, invece  di lanciare invettive contro sé stesso, stavolta la sua ricerca interiore è incentrata sulla salvezza: è come se Kendrick si facesse qui simulacro della “dannazione sociale” che colpisce da secoli gli afroamericani. Il suo percorso di redenzione diventa quello di un’intera genealogia etnica. Anche per questo, richiede che si preghi anche per lui. Forse oltrepassando il confine tra delirio di onnipotenza e sanità, Kendrick si fa carico del passato, storico e familiare, altro tema ricorrente in DAMN. (“DUCKWORTH.”).

 

Con “DNA.” discendiamo nel vivo del ritmo, incandescente e inarrestabile, come d’altronde il rapping di Kendrick su questa traccia: un’impeccabile esibizione di tecnica e anche un assalto diretto a chiunque denigri la sua arte e il rap in generale (come il commentator di Fox News, Geraldo Rivera, di cui è inserito un sample nel chorus). L’obiettivo è riaffermare la propria superiorità; lo fa anche in “ELEMENT.”, traccia che purtroppo, nonostante l’ottimo beat notturno prodotto da James Blake, risulta troppo ridondante e, in particolare nel ritornello, banale. Un uso migliore delle ripetizioni lo troviamo in “FEEL.”: altro beat molto rallentato, essenziale, ma che è accompagnato da un testo che riesce a scavare più a fondo nelle paure del cantante.

Poi arriva uno shock: “LOYALTY.”, collaborazione con Rihanna. Per quanto sia ben strutturata e affronti un tema caro alla cultura hip-hop, si ha l’impressione che Kendrick qui si sia lasciato andare al semplicistico – il beat è definibile solo come “radiofonico” – e dispiace vedere già due macchie su sei tracce finora attraversate. Ci mancherebbe, ovviamente, che un artista del suo calibro non possa cercare anche dei momenti di leggerezza all’interno della sua musica, ma è impossibile non storcere il naso sentendo il ritornello di questa traccia.

 

La situazione non migliora con la successiva “PRIDE.”: il beat si salva soltanto grazie ai campionamenti eccellenti e i giochi di Kendrick col pitch vocale scoccerebbero, se non intervenisse il corale ritornello a rendere passabile la traccia. Segue la gemella “HUMBLE.”, singolo d’anteprima, nella quale il rapper sfodera un’altra volta le sue abilità, con lo scopo qui di mettere a tacere quelli che si definiscono suoi pari nel mondo dell’hip-hop; il beat old-school aggiunge un sapore smargiasso, che ricorda il 2Pac degli esordi.

A seguire, un’altra diade: “LUST.” e “LOVE.” si ricollegano ancor più direttamente col tema impostato dalla intro, ma anche qui solo metà del dilemma è affrontato con la qualità a cui Kendrick ci ha abituato. “LUST.” è facilmente il beat migliore di tutto DAMN. (cortesia del complesso neo-jazz BadBadNotGood). La tensione creata è tangibile e anche il testo è molto più solido rispetto ai precedenti. Lo stesso non si può dire della successiva “LOVE.”, il cui beat e testo sono al di sotto delle capacità del rapper di Compton, che si assesta con una traccia che potrebbe essere uscita dal repertorio di Drake. Identico discorso potrebbe essere fatto per la penultima traccia, “GOD.”, in cui la deriva presa pare invece essere quella dell’auto-divinizzazione del Kanye di Yeezus.

Buona invece è la collaborazione con gli U2 (altro shock), “XXX.”: qui, è accattivante l’alternanza tra il momento cupo iniziale, quello impetuoso centrale e, infine, l’ingresso conclusivo del piano e di un ritmo jazz, introdotto dalla voce di Bono. Da qui Kendrick torna ad indossare le vesti del cantastorie e ci regala la migliore traccia dell’album, “FEAR.”, strutturata come fosse uno scavo archeologico nella sua vita famigliare e fra le strade di Compton; il beat minimale e groovy intessuto da The Alchemist lascia che la voce di Kendrick scivoli come su di un tappeto di velluto.

A chiudere DAMN., un’ultima storia, pietra angolare attorno a cui ruota ogni tema dell’album. Kendrick racconta il modo in cui suo padre finì per incontrare Anthony “Top Dawg” Triffith, l’uomo che anni dopo permise al giovane Kendrick di entrare nel mondo del rap. I cambi di beat che accompagnano la narrazione sono azzeccati e fa piacere sentire K-Dot riavvolgere il nastro della propria vita, riflettere su quanto a fatto. DAMN. è una riflessione sul compiuto, un fermarsi per guardarsi attorno e riconoscere di essere il migliore, permettendosi così qualche scivolone e un album che comunque, nel complesso, non rovina affatto la reputazione finora costruita da Kendrick; ma, attenzione, nemmeno la consolida.

 


Credits: Img 1, Img 2.

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