Quando si entra in una libreria si è immersi in un mondo pieno di libri in cui al tocco ruvido di una copertina si mescola il profumo della carta stampata. Tra gli scaffali numerosi sono ormai i libri in formato tascabile. Ma cosa significa oggi tascabile e chi ha inventato questo formato?

La parola tascabile, ricalcata sulll’inglese pocketbooks, letteralmente “libri da tasca”, indica un formato ridotto che si distingue sia per le dimensioni sia per il prezzo contenuto.

Il primo libro tascabile della storia dell’editoria nasce a Venezia nei primi anni del Cinqucento ad opera del tipografo Aldo Manuzio che decise di realizzare libri dal formato ridotto, curati sia nel contenuto sia nella veste grafica. Aldo Manuzio fu il pioniere dell’editoria nascente a cui si deve il merito di aver intuito l’importanza di offrire a tutti i lettori, non solo gli studiosi e i dotti, una piccola grande biblioteca dei classici greci e latini.

Naturalmente la natura e gli scopi del suo tascabile non sono neanche lontanamente paragonabili al successo che questo formato ebbe nel Novecento, ma ciò nonostante si è concordi nell’affermare che senza l’iniziativa del veneziano Manuzio niente di quello che segue può essere pienamente compreso. I classici pubblicati da Manuzio erano in formato 32°,dunque facilmente trasportabili. È ragionevole pensare che l’opportunità di avere a portata di mano testi che, pur nel loro formato ridimensionato, conservavano le caratteristiche di bellezza e precisione di un’edizione maggiore, abbia contribuito a mutare la percezione che della lettura e dei libri si aveva a quell’altezza cronologica da parte dell’opinione comune. E non è tutto, proprio al fine di rendere leggibile un tipo di scrittura che doveva adattarsi al formato ridotto del 32°, Manuzio inventa il corsivo. Infatti, il primo libro ad usare il corsivo è proprio l’edizione tascabile della Bucoliche di Virgilio del 1501.

La storia ci insegna che esistono oggetti nati quasi per caso, il più delle volte da un’intuizione, ma destinati, dopo vari miglioramenti, a stabilizzarsi in una forma destinata a resistere nel tempo. È questo il caso del libro tascabile. Da questo momento in poi, la storia del tascabile è segnata da diverse tappe, le più importanti avvennero nel Novecento.

Senza dubbio, quando si parla di formato tascabile non si può che pensare a due esperienze italiane ben precise. Sulla scia di una nuova mentalità consumistica e di un profondo rinnovamento culturale, prima ancora che politico, nel secondo dopoguerra si collocano le esperienze di Rizzoli, da un lato con la «BUR» (Biblioteca Universale Rizzoli) e dall’altro con la casa editrice milanese Colip che lancia «L‘Universale del Canguro».

Non c’è alcun dubbio che con la «BUR» che si propone di mettere a portata di tasca di tutti i lettori, anche quelli meno abbienti, le opere monumentali antiche e moderne di ogni letteratura, ci troviamo di fronte alla prima collana italiana di tascabili, dopo l’esperienza dell’inglese Penguin, della tedesca Reclam o della newyorkese Simon&Schuster. Le opere, dalla copertina sobria ma subito riconoscibile (si trattava di volumi grigi con il titolo in caratteri bodoni), avevano un prezzo di copertina estremamente basso, appena 50 lire ogni 100 pagine. Solitamente i libri di questo formato oscillavano tra le 200 e le 400 pagine. Si intuisce, dunque, la sinergia creata tra un prezzo economico, alla portata di tutti, e un libro dal contenuto e dalla veste grafica importante che non aveva niente da invidiare alle edizioni standard.

L’iniziativa ha un immediato successo di vendita e l’accoglienza da parte del pubblico è entusiasta, almeno nei primi anni. Finalmente si rendevano disponibili i grandi libri della narrativa italiana e straniera a prezzi accessibili. Questa situazione fa pensare, almeno in un primo momento, ad un allargamento del pubblico dei lettori. In realtà, nonostante il successo di vendita, l’iniziativa trova qualche difficoltà a generalizzarsi e a durare nel tempo.

Altra tappa importante, a questo punto, fu nel 1965 con gli Oscar Mondadori definiti da Vittorio Sereni, poeta e direttore editoriale della collana, “i libri transistor”. Agli Oscar Mondadori si deve l’importanza di aver portato il tascabile in edicola. Infatti gli Oscar furono i primi libri tascabili ad essere curati, sia nella forma che nel prezzo, da un direttore editoriale. Le edicole rappresentavano una nuova piazza per il libro, più diffusa sul territorio e aperta ad un pubblico vario e più ampio delle librerie. Il prezzo ridotto ne garantì il successo immediato e duraturo. Fu un vero e proprio affare che ben presto altre case editrici decisero di imitare.

Da allora il lavoro dell’editore non si limitò più alla scelta, alla cura e alla distribuzione dei testi: divenne fondamentale il publishing, scegliere come presentare il libro per raggiungere il pubblico di massa. La divisione tra libri per ricchi e libri per poveri non reggeva più, e questo generò effetti sorprendenti. A tal proposito furono lanciate ed ebbero successo collane in formato tascabile, ma raffinatissime, che si rivolgevano a lettori colti ma a prezzi contenuti, come la «Piccola Biblioteca Adelphi» , nel 1973, o la «Memoria di Sellerio» , nel 1979.

La storia del tascabile non si è limitata soltanto a questi casi isolati e oggi la situazione si è complicata, in seguito all’avvento delle nuove tecnologie, al bisogno di nuovi strumenti e allo scarso interesse che la lettura e il libro rivestono ancora oggi nel nostro Paese. Eppure quella del formato tascabile è un’invenzione destinata a non tramontare mai, a mutare forma, ma a resistere ancora a lungo nel tempo. Gli editori trovarono nel tascabile una formula vincente che univa la maneggevolezza del formato ad un prezzo economico e accessibile, senza rinunciare ad un oggetto prezioso e curato fin nei minimi dettagli.