Chi ha la passione per la scrittura, si sa, a un certo punto dovrà fare una scelta di coscienza: far sì che questa passione resti un semplice hobby, nobile tanto quanto piacevole, spesso anche terapeutico, oppure farlo diventare qualcosa che vada oltre al diario segreto. E, nel caso della seconda, è spesso probabile ci si avvicini al mondo della tecnica della scrittura e della narrazione, guardando i diversi manuali e corsi di scrittura, spesso chiamati di “scrittura creativa”. A meno che non si racchiuda in sé la capacità d’osservazione di Jose Maria Arguedas e la forza d’animo di Marco Aurelio, allora si può scrivere direttamente, senza alcuna patente necessaria.

Sempre più spesso mi capita di incontrare manuali di scrittura creativa o annunci di corsi scrittura della stessa che si propongono di dare al lettore o al frequentante, non solo basi di carattere tecnico per una buona narrazione, ma anche di individuazione del contenuto da proporre al lettore.

Un sano manuale di scrittura o un corso di scrittura, oltre a fomentare l’autodidatta ad intraprendere l’avventura solo se si hanno forti basi di grammatica, analisi logica e analisi del pensiero, di semantica e via dicendo, lo introduce al mondo della narrazione, e dunque tenta di dare uno schema razionale su come costruire una storia, almeno le sue basi. E fino a qui tutto regolare, se anche in parte viene data una versione soggettiva del mondo della narrazione e dunque l’interessato subirà una certa influenza che lo potrebbe “incubare”.

Il vero problema nasce quando questi manuali, e vi posso assicurare che ne incontrerete tanti se vi fate un giro in qualche grande negozio di libri, spesso scritti da esperti di narrazione più che da scrittori veri e propri, invitano il seguace anche a scegliere bene il contenuto del suo libro in proposito. E tra i consigli che dominano, almeno stando ai manuali e ai programmi di molti corsi, si incontra frequentemente quello di scegliere contenuti adatti al mercato letterario. Cioè: non scrivere su qualcosa che è già stato scritto (es. Seconda Guerra Mondiale), seguire lo stile di uno scrittore contemporanei o trarne spunto, non provare a buttarsi su argomenti già ampiamente narrati, eccettera, eccettera. Fino ad arrivare all’omicidio del genio che dovrebbe essere l’energia di uno scrittore o aspirante tale tramite il consiglio peggiore di tutti: provare a trovare un’idea accattivante per il mercato, ovvero, per il consumatore letterario. Ed eccoci entrati nella alienante realtà del capitalismo consumistico, dove anche l’arte è prodotto e dunque anche il suo contenuto si ritrova sottoposto alle correnti marine del marketing istantaneo che vuole essere dittatore delle forme d’espressione e dei temi più letti. Subito viene facile pensare che certo, se si vuole pubblicare qualcosa, bisognerà pur seguire i gusti del momento e quindi, questi consigli sono solo che utili e pragmatici. Per carità, questo articolo non vuole assolutamente vietare a nessuno di provare a pubblicare; del resto, se davvero alcuni argomenti piacciono ai lettori d’oggi, perchè non farglieli leggere? Però resta fermo il fatto che così, oltre a massificare un’arte, ovvero l’arte di scrivere, si attacca anche il genio, ovvero quella fluida brezza che dovrebbe attraversare il pensiero di pochi eletti al grande mondo della scrittura vera.

O meglio, per non dramatizzare troppo il tutto, bisognerebbe essere coscienti del fatto che oggi esistono scrittori per professione e scrittori per vocazione. Differenza che è vecchia quanto ovvia per ogni mestiere del mondo, da sempre. Anche nello stesso mondo della scrittura e della letteratura. Però oggi c’è un tassello in più: la massificazione tramite la commercializzazione consumistica. Ovvero: ora esistono scuole di scrittura, con centinaia di studenti, tutti lì a studiare e seguire lezioni per scrivere un romanzo, una raccolta di racconti o a loro volta aprire un corso di scrittura. Sicuramente sui 200 partecipanti di un corso, dubito possano uscire anche solo un quarto degli iscritti con le doti di Herman Melville o Philip Roth. E non voglio mettere in dubbio che molti partecipano solo a perdita di tempo, cosa molto più simpatica di chi, come i peggiori studenti dei master di Finance newyorkesi, è lì perché anche la scrittura è ormai un qualcosa per incoronare il turbo-individualismo che fomenta la guerriglia tra formiche di cui siamo vittime noi abitanti dell’occidente.

Come fare allora? Io non sono di certo uno scrittore, ma chi se ne intende propone di leggere qualcosa sulla scrittura non di un guru della narrazione, americano, che sforna titoli tipo “How to write your best story” ma qualcosa di Stevenson, tipo “L’arte della scrittura”, i consigli di Vincenzo Cerami, un corso di Raul Montanari (davvero interessante e illuminante), un buon manuale di punteggiatura, una grammatica italiana della Garzanti per tener vive le basi fondamentali, studiare bene un romanzo di Tolstoj, uno di Gabriel Garcia Marquez, uscire di casa un sabato mattina presto, prima dell’alba per sentire il profumo del pane fresco che si sente a Porta Lodovica a Milano o salutare Gigi che ha cinquantacinque anni, una figlia di due anni e spazza ogni mattina la banchina della fermata Re di Roma e tifa Lazio, purtroppo Lazio.

E così vorresti fare lo scrittore di Charles Bukowski

E così vorresti fare lo scrittore?
Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo
a meno che non ti venga dritto
dal cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.

se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.

se lo fai solo per soldi o per fama,
non farlo
se lo fai perchè vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.

Se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.

se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.

non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e
pretenzioso, non farti consumare dall’autocompiacimento

le biblioteche del mondo
hanno sbadigliato
fino ad addormentarsi per tipi come te
non aggiungerti a loro
non farlo
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da sè e continuerà finchè tu morirai o morirà in te.

non c’è altro modo
e non c’è mai stato.

 

Italo Angelo Petrone