Recentemente mi è capitato di leggere uno dei capolavori della letteratura russa di Aleksandr Sergeevič Puškin, vale a dire “La figlia del capitano”. Si tratta sostanzialmente di un romanzo storico ambientato nel 1775, nel pieno delle rivolte dei cosacchi del Don, orchestrata dal brigante Emel’jan Ivanovič Pugačëv.
Il protagonista, un giovane figlio di nobili di nome Pëtr Andréevič Grinëv, si ritrova suo malgrado al centro di queste rivolte come ufficiale della Guardia Imperiale russa, spinto alla sopravvivenza dal suo amore per la bella Mar’ja Ivanovna e dal suo incrollabile senso dell’onore.
La trama si snoda attraverso il difficoltoso viaggio di Pëtr e del suo precursore Savél’ič fino alla fortezza di Belogórskaja, in cui il ragazzo giunge grazie all’aiuto di un vagabondo che sapeva orientarsi nella tormenta. Lì trascorre diverso tempo e si innamora di Mar’ja, figlia del noto capitano Mironov, caro all’imperatrice Caterina II.
Nel corso della sua carriera militare, Pëtr  sopravvive miracolosamente a diversi scontri con i cosacchi, venendo più volte avvicinato dal suo acerrimo nemico Pugačëv, che curiosamente lo tratta come un suo pari, sebbene il ragazzo continui ad appellarlo, almeno nel dialogo interno, con il termine dispregiativo “impostore”.

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Oltre alla trama, di cui non sveleremo ulteriori dettagli, l’elemento fondante di questo romanzo è la capacità dell’autore di inserire in un romanzo del 1800, un personaggio storico vissuto oltre un secolo prima e avvolto dall’odio e dall’infamia a causa delle sue azioni.
Pugačëv compare come un padre benevolo, terribile con i nemici e fedele con gli amici; spinto da un profondo senso dell’onore, sebbene fosse un brigante, Pugačëv condanna atti di violenza come stupri e omicidi sommari (nonostante egli stesso faccia impiccare ufficiali della Guardia a più riprese).
La sua figura compare molto spesso attorniata da uomini più anziani suoi consiglieri, che ne esaltano l’autorità in continuazione, ma in fin dei conti si tratta di un uomo di origini umili che è riuscito a tenere sotto scacco le forze imperiali per tre anni con un esercito male organizzato e spesso in inferiorità numerica. La sua disfatta, causata forse dalla sua eccessiva ambizione di diventare il nuovo Pietro Il Grande, sembra non aver intaccato le sue convinzioni persino davanti al boia, al quale va incontro senza chinare il capo.

Puškin è in sostanza capace di trasformare una incognita storica in un personaggio che il lettore impara a conoscere insieme al giovane Pëtr, continuamente combattuto tra il senso dell’onore nei confronti dell’Impero Russo e l’idea di trovarsi dinanzi ad una persona altrettanto magnanima.