Di Sebastiano Pacchiarotti

La Prima guerra mondiale è l’evento storico che segna l’esito del declino inevitabile della Belle èpoque e spalanca le porte con violenza inaudita al “secolo breve”. È un momento che segna, dal punto di vista culturale, una frattura inevitabile con il passato: si esauriscono qui in maniera quasi definitiva le vene delle Avanguardie artistiche e del Decadentismo; sono gli anni in cui, ad esempio, tramonta il periodo d’oro del Futurismo per segnare invece l’evoluzione della poesia pura di Ungaretti; la linea aulica e raffinata dello stile di d’Annunzio ha uno stravolgimento che viene espresso nel turbamento del Notturno; i War Poets britannici e Hemingway raccontano, in versi e in prosa, l’orrore della Grande Guerra.

In questo quadro allucinante la musica classica sembra restare però quasi indifferente alle stragi che si stanno consumando lungo i fronti europei. Culturalmente parlando, anche nella musica si comincia ad abbandonare il gusto impressionistico di Debussy per avvicinarsi progressivamente alle novità del jazz e alla destrutturazione tonale nella Dodecafonia.

Un’autorevole voce, però, proveniente dal morente Impressionismo francese, si fa sentire negli anni immediatamente successivi al termine del conflitto mondiale: è quella di Maurice Ravel (1875-1937).

Ravel si era formato seguendo le orme di Claude Debussy, scrivendo opere raffinatissime per pianoforte oppure per orchestra, opere in cui il gusto del grande predecessore per le suggestioni timbriche vengono rafforzate, alla ricerca di una costruzione perfezionistica. Igor Stravinskij lo paragonerà a un orologiaio svizzero, proprio per la consapevolezza estrema che caratterizza le sue composizioni. In Ravel, infatti, l’arte romantica del raccontare e dell’esporre se stessi viene abbandonata per andare invece a forgiare preziose opere di pura estetica, ponendosi come artigiano piuttosto come artista.

Tale modus operandi sembra essere smentito in una delle sue ultime composizioni, tutta impregnata dell’atmosfera di un’Europa traumatizzata dalla Grande Guerra: il Concerto per mano sinistra. La commissione gli arrivò dal pianista austriaco Paul Wittgenstein, fratello del noto filosofo Ludwig: egli aveva partecipato in prima linea nel conflitto mondiale, combattendo nell’esercito austroungarico contro i russi in Polonia; qui aveva perso l’uso del braccio destro, che gli era stato amputato. Il Concerto, perciò, fin dall’intento compositivo risente delle cicatrici che storicamente la guerra aveva lasciato sugli uomini. Lo stesso Ravel aveva vissuto in prima persona l’esperienza della guerra, guidando ambulanze presso il fronte occidentale.

Dal punto di vista formale il Concerto per mano sinistra è un unico flusso musicale in cui orchestra e pianoforte solista si alternano in tre tempi. Qui Ravel sembra abbandonare la tradizione impressionistica, per costruire invece con grande maestria ritmiche e linee melodiche che sono prima di tutto reminiscenze della nascente musica jazz (l’autore era stato in America e qui aveva conosciuto uno dei suoi più grandi ammiratori, George Gershwin). Per quanto riguarda il pianoforte solista, ad esso viene affidata una partitura virtuosistica impressionante, soprattutto considerando che deve essere eseguito (ovviamente) mediante il solo utilizzo della mano sinistra.

Ma è nel contenuto che l’opera può aprirsi a interpretazioni assai profonde. Diversamente da molte altre opere (come ad esempio il celeberrimo Bolero), qui Ravel sembra voler veramente mettere in gioco un’esperienza propria e di tutta l’Europa. La narrazione che viene esposta nel corso dell’opera tratteggia toni estremamente drammatici, per non dire epici. L’introduzione (Lento) si apre su uno scenario cupo e desolato. L’ingresso del solista elabora questa prima parte con un’esposizione ora eroica, ora colma di drammatica malinconia. L’Allegro centrale propone ritmiche pienamente jazz nel loro aspetto più feroce, con un crescendo incalzante e marziale: qui la guerra si fa marziale ed estremamente inquietante. Il ritorno al Lento nel finale recupera in parte l’eroismo iniziale, ma si fa soprattutto specchio della profonda desolazione che permea gli uomini della Grande Guerra, tanto nel corpo quanto nell’anima.


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