05:02 pm
19 luglio 2018

I Love Amsterdam | #LoSbuffoOnTheRoad

I Love Amsterdam | #LoSbuffoOnTheRoad
Amsterdam

Di Vincenzo Mirigliano 

Quasi ad ogni angolo, in ogni vicolo, nei tanti negozietti di souvenir, troverete spille, calamite, magliette e tanto altro con su la scritta “I love Amsterdam”. Io di oggetti simili non ne acquisto mai in nessuna città che mi capita di visitare, ma posso affermare tranquillamente: anche “Io amo Amsterdam”.

Me ne innamorai subito, al primo sguardo, mentre le andavo incontro lentamente con l’aereo durante la fase d’atterraggio. Sotto i miei occhi apparve una enorme ragnatela luminosa, composta da circa una decina di ottagoni, dal più piccolo al più grande. Si tratta dei canali della città, che la sezionano in piccole parti, con estrema precisione.

Già questa prima visione, serale, fece sì che mi innamorassi perdutamente di questa graziosa capitale dei Paesi Bassi.

Mentre mi avvicinavo alla casa che mi avrebbe ospitato durante il mio soggiorno, notai con facilità il copioso verde che circonda la città. Giunsi in una zona a sud del centro, composta da numerose e basse villette a schiera.

Il giorno successivo il sole, che inondava la stanza nonostante un’inutile tenda, mi svegliò presto. Subito mi accorsi di una cosa anomala, il silenzio. Cosa piuttosto rara nelle metropoli. Alzai la tenda, e un tranquillo canale scorreva sotto la finestra, popolato da silenziose anatre, cigni, qualche airone, e numerosi altri uccelli. Mi sembrò di essere in aperta campagna. In realtà, con poche pedalate, giunsi alle porte di Vondelpark, il parco più grande e antico della città, e attiguo al centro.

Era il King’s day, avvero il giorno in cui tutta la città festeggia il compleanno del Re Willem-Alexander. Un fiume arancione sembra scorrere per le vie della città. Almeno un capo d’abbigliamento del colore che rappresenta la nazione è d’obbligo. Una maglietta, un cappellino, un calzino…qualcosa di arancione insomma, che manifesti il proprio spirito “nazionalista” in maniera giocosa. Un’altra caratteristica della giornata è il vrijmarkt, ossia un mercatino libero dove chiunque può vendere quello che non usa più, e questo per lo più si trova nei viali di Vondelpark.

Per le strade della città si ride, si balla, si beve, si scherza con chiunque, e il mio primo fu quello di credere le case della città completamente vuote. Le strette stradine parevano degli alvei di fiumare dall’acqua arancione.

Attraversare brevi e strette vie a volte mi risultò un’ardua impresa. L’aria di festa pervade ogni via, ogni angolo di strada, ogni piazza. Scorrono fiumi di risate, fiumi di musica…e ovviamente di birra.

Questa la prima, calorosissima accoglienza che mi riservò la capitale d’Olanda.

Il giorno successivo la città era tornata ai suoi ritmi naturali. Un’efficiente servizio di nettezza urbana ripulì in modo impeccabile le strade. Decisi di girovagare per un po’ senza meta, perdendomi tra le stradine e i canali. Pedalai così per circa un paio d’ore, fino a quando, dopo essermi fatto una discreta idea del centro della città, legai la bicicletta, e iniziai a camminare.

Giunto a Spuistraat, attraversai una porticina dedicata a Sant’Orsola, e spuntai nel Begijnhof, il più antico tra i vecchi cortili della città. Fondato nel 1346, è un complesso di 164 abitazioni, dimora un tempo delle beghine, ovvero donne che non avevano preso i voti, ma dedicavano la loro vita alla cura dei malati e degli anziani.

Possiede ancora un fascino particolare, che aumenta ancor di più se si ha la fortuna di entrarci in un momento poco affollato da rumorosi turisti.  Passeggiando nel suo giardino, mi diede l’idea di essere in uno strano monastero. Il silenzio, i canti che giungevano dalla chiesa che si trova nel cortile, la struttura a pianta circolare con solo due piccole vie d’uscita, tutto questo contribuì a far crescere ai miei occhi lo stupore per questo luogo.

Appena fuori dal Begjinhof, entrai nell’adiacente Museo della Storia di Amsterdam.

Nata nel XII secolo da un villaggio di pescatori situato vicino a una diga (“dam”) sul fiume Amstel, da qui il nome originario: Amsteldam. A causa del terreno eccessivamente fangoso, vennero infilati nel terreno imponenti tronchi d’abete, per poi sopra costruirci sopra. Tutto questo, il villaggio di pescatori, i pali infissi nel terreno, mi fecero volare con la mente a Venezia, nata e costruita in situazioni simili.

L’anima commerciale della città non tardò ad emergere, e presto divenne fiorente, e nel 1300 o 1301 ottenne ufficialmente il titolo di città dal vescovo di Utrecht Guy Van Henegouwen. I Paesi Bassi rimasero uniti alla corona spagnola fino al XVI secolo, quando ebbero fine le guerre d’Indipendenza. Sciolti dal legame con la cattolica Spagna venne introdotta la libertà di religione, e questo fece sì che Amsterdam, ed il resto dei Paesi Basi, diventassero rifugio per i numerosi perseguitati durante il periodo delle guerre di religione che scossero l’Europa.

La città ebbe il suo secolo d’oro durante il ‘600. Il suo commercio e i suoi affari raggiunsero il Brasile, il Nord America, l’Indonesia e l’Africa, e tutto questo portò alla creazione di un impero coloniale tra i più imponenti d’Europa. Amsterdam divenne il porto più importante al mondo ed un centro di finanza internazionale. La grandezza di questo secolo per la città, lo testimonia senza dubbio la nascita di Rembrandt, genio della pittura. Nei secoli successivi la città si incamminò verso il declino, a causa anche delle guerre contro la Francia e la Gran Bretagna. Nonostante i periodi di crisi, fino alle due guerre mondiali, la città però non perse mai completamente il suo ruolo importante, e questo lo dimostra ancora oggi.

La sera del mio secondo di giorno di permanenza in città, io e la mia compagna, con grande emozione, acquistammo due biglietti per il Concertgebow, una delle più importanti sale da concerto al mondo, per la qualità del suono.  Ad un certo punto, durante il concerto, ebbi quasi la sensazione di poter toccare il suono, mi sentii completamente avvolto nelle note prodotte dagli archi, dai legni e dagli ottoni. Dopo circa un’ora e mezza in compagnia di Mozart, Djvorak e Weber, uscimmo dalla imponente sala concerti entrambi con un sorriso enorme stampato in volto. Bighellonammo ancora un po’ con le bici per la città, grazie anche ad una serata primaverile, mite, nonostante fosse luglio.

Attraversando Vondelpark, da poco passate le undici, ci fermammo per ammirare un tramonto stupendo, formato da tutte le tonalità dell’arancione e del viola. Essendo nel nord Europa, durante l’estate le ore di luce si dilatano parecchio, quindi il tramonto lo si può godere ad un orario piuttosto insolito per noi.

Tornato a casa, andai a gettare alcuni sacchetti di pattume, ovviamente differenziato. Vi erano altre persone che gettavano i loro sacchetti, ma i contenitori eccessivamente piccoli, sembravano non riempirsi mai. Apparivano come una sorta di “borsa di Mary Poppins” della spazzatura. La mia compagna mi spiegò che al di sotto quei piccoli contenitori, un sistema di tubi con aspirazione, trasporta il pattume nei vari centri di raccolta. Rimasi stupefatto, vera fantascienza per le nostre città.

Le prime ore del mattino mi divertii a girovagare senza meta, scorrazzare con la bici fra i canali, nelle strette viuzze. Fino a quando decisi di fermarmi nel celebre quartiere De Wallen, noto per i locali a luci rosse. Mi incamminai in questo quartiere dove, di tanto in tanto, qualche ragazza seminuda da dietro una vetrina mi invitò a trascorrere con lei qualche attimo di piacere. Declinai sempre con gentilezza, e proseguì nella mia passeggiata. Senza scadere in inutili discorsi moralistici, nonostante non apprezzassi affatto che quelle ragazze fossero esposte in vetrina come carne in un bancone da macelleria, qualche tutela in più rispetto a chi svolge lo stesso mestiere per strada probabilmente c’è. Iniziai a pensare all’Italia, con la sua pesante e inutile morale, in buona parte di derivazione cattolica. Nel nostro bel Paese quando potremo affrontare in modo serio, scevro da problemi morali, un discorso legato alla prostituzione e al sesso?

Di tanto in tanto incontrai piccole frotte di anziani turisti, con la classica guida in testa al gruppo, armata di ombrellino colorato issato in alto simile ad un parafulmine. Soprattutto durante il giorno, più che luogo di perdizione, il quartiere è una delle principali attrazioni turistiche della città.

Mi incamminai verso la Rembrandthuis, ovvero la casa di Rembrandt. Nonostante sia stata in parte trasformata in un luogo ad uso e consumo del turista, mantiene ancora qualche angolo della casa in grado di trasmettere l’idea di come vivesse il grande pittore fiammingo.

Verso le sette di sera, insieme alla mia compagna ormai libera da impegni di lavoro, entrammo nel Van Gogh Museum, e per circa un paio d’ore, camminammo silenziosi tra le sue sale, quasi ipnotizzati dalla potenza dei colori del maestro olandese. Oltre ai colori, un’altra caratteristiche che mi ha sempre affascinato, è la sua pennellata circolare. Mi trasmette inquietudine e fascino allo stesso tempo. D’altronde, l’artista si trovò a dover affrontare, durante la sua breve vita, gravi disturbi mentali, e trasportò certamente questo suo vissuto sulle sue tele.

All’uscita dal museo cenammo in un luogo che trovai simpaticissimo: Foodhallen. Una vecchia fabbrica dismessa, e trasformata in un mercato coperto pieno di piccoli locali da fast food. Quello che mi divertì parecchio, oltre ad un buonissimo hamburgher, fu una cosa anomala per le nostre città: un parcheggio sotterraneo…per le biciclette!

Nei due giorni successivi, decisi di girovagare in qualche cittadina fuori Amsterdam, avevo voglia di avere uno sguardo il più ampio possibile su questa nazione.

Al mattino, verso le nove, presi un treno dalla Zuid Station e mi diressi verso Utrecht. Sferragliai per circa un’ora attraverso le pianure olandesi, interrotte di tanto in tanto da immobili mucche al pascolo. Probabilmente il loro latte sarebbe stato utilizzato per l’ottimo formaggio olandese.

Arrivato ad Utrecht attraversai la stazione, trasformata come molte in centro commerciale, e mi ritrovai a camminare tra le sue strette e colorate viuzze. La prima impressione che ebbi, fu quella di essere stato catapultato in uno dei romanzi di Harry Potter, in particolare tra le vie di Diagon Halley, dove i maghi della Rowling facevano le loro compere.

Arrivai presto nella piazza della Domkerk (Duomo), guidato dall’attigua Domoteren (Torre del Duomo) che svetta imponente su tutta la città. Dall’alto della sua cima, nei giorni in cui il cielo terso lo permette si può addirittura avvistare Amsterdam. Ma quel giorno le nuvole non mi permisero una vista così lunga.

L’interno del Duomo, maestoso, per la sua destinazione protestante lo trovai piuttosto spoglio, senza orpelli o decorazioni particolari. D’altronde noi italiani da un punto di vista artistico e architettonico siamo sempre stati abituati eccessivamente bene. Detto questo, non vuol dire che al di là delle Alpi non vi siano meraviglie da andare a scoprire e visitare.

Vagabondai per la città fino al tardo pomeriggio. Attraversai in lungo e in largo i canali, caratterizzati, come la vicina capitale, dalle simpatiche e coloratissime case strette e basse. Visitai il suo imponente teatro, munito di ben tre sale da concerto, dove durante l’anno si eseguono concerti di ogni genere, da Mozart al Metal. Visitai l’altra imponente chiesa cittadina, Santpieterkerk, la chiesa dedicata a San Pietro. Anch’essa imponente ma spoglia.

A pranzo gustai un buon panino acquistato in un fast food con un nome significativo per noi: “Da Mario”. Il proprietario aveva infatti origini siciliane. Siamo sparsi ovunque noi italiani. A buon diritto, quando i momenti di crisi lo hanno imposto, siamo partiti con le valigie di cartone e poco altro. Oggi però, molti pare abbiano dimenticato questo nostro passato, e si comportano in modo arrogante nei confronti di chi giunge sulle nostre coste in cerca di fortuna, senza neanche le valigie di cartone.

Le mie ultime ventiquattr’ore in Olanda, le dedicai totalmente ad Amsterdam, in particolar modo al Rijksmusem, la più imponente raccolta olandese di arte fiamminga. Il prezzo del biglietto vale da solo per la possibilità di potersi trovare di fronte l’imponente tela di Rembrandt, “la ronda di notte”.

Così, quasi senza accorgermene, mi ritrovai in fila all’aeroporto di Schiphol, in fila per imbarcarmi sul volo di ritorno.

Rientrato a Milano, la prima sensazione che provai non fu affatto gradevole. Dopo quasi dieci giorni di ritmo cittadino dettato dalla bicicletta, mi ritrovai congestionato nel traffico automobilistico. Venni subito preso da una pesante botta di malinconia e di rabbia allo stesso tempo. Iniziai a fare il giochino delle differenze tra il Nord e il Sud dell’Europa. A mio parere, alcuni gradi di “civiltà” purtroppo noi non li abbiamo ancora raggiunti. Fortunatamente a distrarmi ci pensò il mal di gola e qualche linea di febbre.

 

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