COME VIENE INTESO IL FAIR PLAY NELL’ETA’ CONTEMPORANEA?

Per definizione, il Fair Play non è altro che un’etica comportamentale basata sul rispetto delle regole, sul riconoscimento e rispetto dell’altro, e nei rapporti umani intrattenuti nei vari campi dell’agire umano.

Nella teoria, quindi, il fair play è una sorta di legge morale che controlla i comportamenti tra vari individui, affinché questi ultimi la rispettino reciprocamente. Spesso, però, il termine Fair Play viene declinato in un contesto sportivo per regolare gli eventuali atteggiamenti scorretti degli atleti. Non è difficile, quindi, applicare gli stessi insegnamenti morali anche all’interno della vita quotidiana, in quanto questo atteggiamento dovrebbe rispecchiare quello di ogni singolo individuo all’interno della società. Non sempre è così.

Se si prova ad immaginare la vita come un enorme campo di calcio, si può capire come gli uomini si muovano su di esso per uno scopo: realizzare i propri desideri e i propri obiettivi, scartando gli avversari e arrivando fino in fondo per fare gol. Il concetto non è del tutto sbagliato, ma il vero problema sta nella modalità in cui gli avversari vengono dribblati. La vera sportività sta nell’aiutare chi incontriamo sul nostro cammino, anche se non appartiene alla nostra squadra, affinché anch’egli possa raggiungere i propri obiettivi. Non per forza bisogna far del male all’altro per esaltare la propria bravura, basta solo un piccolo sforzo per far camminare tutta la società, e non solo la parte privilegiata.

Nella vita reale il fair play è l’aiuto reciproco tra individui, anche sconosciuti, ma che applicano la propria legge morale interiore per rispetto del percorso altrui in nome di quell’etica sociale, e civile, che permette a tutti di essere inseriti allo stesso modo nella società. L’aiuto che viene dato è ovviamente senza secondi fini, l’azione benevola non viene mai richiesta, ma è fatta con il cuore e con l’intenzione di far felice l’altro senza avere qualcosa in cambio.

Un esempio lampante di fair play nella vita calcistica è quello di Miroslav Klose che, in una partita di campionato del 2012, ha ammesso di essersi aiutato con una mano nel segnare il gol (poi giustamente annullato) che aveva portato in vantaggio la sua squadra contro il Napoli. L’arbitro e la squadra avversaria, con l’aiuto dei tifosi, hanno dedicato al centroavanti laziale una serie di applausi e complimenti per il suo comportamento leale. In un’intervista per l’”International Business times”, l’attaccante ha dichiarato: “Noi siamo i modelli per i giovani. L’arbitro mi ha chiesto se avessi toccato il pallone con la mano, e per me rispondere di sì non è stato un problema. Ci sono tanti giovani che guardano il calcio in tv e, per loro siamo dei modelli”.

Un esempio di calibro opposto è il comportamento aggressivo, e per nulla rispettoso, di Zinedine Zidane durante i mondiali del 2006. Nella partita Francia-Italia, il giocatore francese colpì con una testata in pieno petto Marco Materazzi, il quale lo aveva insultato precedentemente. Entrambi i calciatori sono venuti meno al rispetto delle regole di comportamento durante una partita, ma il gesto clamoroso di Zidane ha dimostrato quanta poca maturità avesse nel reagire a delle parole vaganti.

I due esempi fanno capire quanto, in un semplice gioco, possa influire il risultato da raggiungere. Questo rispecchia perfettamente anche gli obiettivi della vita. Mantenendo, infatti, il confronto tra campo di calcio e vita reale, si può riflettere sul comportamento tipico dell’individuo che si sente in gabbia, e che è disposto a tutto pur di ottenere quello che vuole. Le leggi morali dentro di noi, che sono maturate con il tempo e con il senso civico, dovrebbero combattere questi atteggiamenti negativi che portano solamente alla rovina.

Infine, quindi, il Fair Play non ha lingua, né cultura, né religione, possiede solamente il dono dell’universalità, perché deve essere un’inclinazione dell’individuo in quanto essere vivente nel compiere del bene.

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