Anche se alcuni mammiferi superiori sembrano capaci di ridere, solamente noi uomini sappiamo sorridere. Il sorriso è un nostro segno distintivo, di grande espressività e capace di trasmettere segnali inconfondibili, di accoglienza, simpatia, non aggressività e captatio benevolentiae. Esistono due tipi di sorriso. Uno forzato e parziale, che coinvolge solo alcuni muscoli del mento e delle guance e uno spontaneo, totale e aperto, che coinvolge anche i muscoli detti “periorbitali”, cioè quelli che si trovano intorno agli occhi, che così sembrano “ridere”.

Edoardo Boncinelli parla del sorriso, un’espressione del volto umano che esprime uno stato d’animo, serenità e apertura nei confronti di un’altra persona.

Se vi dicessero che l’arte percorre una vera e propria storia del sorriso?

Partendo dall’arte greca troviamo statue di uomini e donne raffigurate con un sorriso tanto da essere stato poi denominato “sorriso arcaico”: i volti sono rappresentati con le labbra incurvate in su.

Questo tipo di sorriso, però, non indicava un sentimento ma è una soluzione tecnica per raffigurare su un unico piano la curvatura delle labbra: il Cavaliere Rampin, con il riccioli che circondano il viso, ha questo tipo di sorriso.

Il sorriso arcaico nasce intorno al 590 a.C. viene poi abbandonato dopo il 480 a.C., quando l’età arcaica lascia spazio allo stile severo e all’età classica.

Nel Medioevo la Chiesa guarda inizialmente il sorriso e il riso con un certo sospetto perché Gesù, infatti, non ride mai, e le risate presenti nei Vangeli sono sempre risate maligne, di scherno.

Solo nel XII secolo inizia una rivalutazione del riso in senso positivo e per questo le figure realizzate durante il medioevo non hanno una spiccata espressività con ampi sorrisi: gli artisti erano attenti alla raffigurazione di dettami della precettistica laica e religiosa.

Ci sono, nonostante questo, alcune eccezioni come Reglindis, scultura realizzata nel 1245 da artista ignoto.

L’arte moderna ha invece messo l’accento sulla spontaneità delle espressioni.

Non a caso il sorriso più famoso dell’arte appartiene a questo periodo: La Gioconda di Leonardo Da Vinci, dipinta nel 1503\1505 è caratterizzata da un sorriso indefinito e indefinibile sul piano delle emozioni.

un ghigno piacevole che era cosa più divina che umana a vederlo, et era tenuta cosa meravigliosa, per non essere il vivo altrimenti”: è Vasari a descrivere il sorriso della Gioconda, affermando che “Leonardo teneva mentre la ritraeva, chi sonasse e cantasse, e di continuo buffoni che la facessino stare allegra per levar via quel malinconico, che suol dar la pittura a’ ritratti che si fanno”.

Andrea Mantegna provò a rappresentare il sorriso di un uomo di colore. L’artista crea un contrasto tra lo scuro della pelle e il chiarissimo sorriso. Riesce a creare così un dipinto al limite del grottesco.

Nel Cinquecento, ciò che doveva essere esaltato era lo status. Si descrivevano minuziosamente l’abbigliamento e gli accessori per far passare lo stato d’animo attraverso l’interpretazione di questi dettagli piuttosto che manifestarla sul volto.

Nel SeicentoCaravaggio inserisce nella rappresentazione sacra e nei suoi giochi di chiaroscuro la spontaneità delle espressioni dando poi via a un vero e proprio studio sull’espressione e sulla rappresentazione del sorriso nel Settecento.

Molti artisti iniziano a soffermarsi sulla mimica del volto per descrivere il carattere dei soggetti.

Tutti, non solo gli artisti, capiscono che non è semplicemente un “accessorio” ma che ha moltissimi pro: il sorriso è qualcosa che si trasmette ed è quindi contagioso, cambia l’umore, aiuta ad avere un atteggiamento più positivo, riduce lo stress, fa bene alla salute, ringiovanisce, rende tutti più belli, produce endorfine, muove moltissimi muscoli.