“Fare una vita da artista significa parlare continuamente dell’arte di vivere.”

Nessun artista, se non Adelmo Fornaciari, potrebbe incarnare meglio questa frase. Forse questo nome non dice tutto, ma il nome d’arte chiarirà ogni dubbio: Zucchero.
Proprio quest’anno ricorrono i 12 anni dallo spettacolare concerto tenutosi alla Royal Albert Hall.
Giovedì 20 e venerdì 21 ottobre Zucchero si è esibito nuovamente alla Royal Albert Hall di Londra per i due concerti nella capitale inglese. Il live fa parte del “Black Cat World Tour” che durerà fino a metà novembre toccando, fra gli altri Paesi, Germania e Francia. È la quinta volta che Zucchero tiene un concerto in una delle sale storiche di Londra; la prima fu nel lontano 1990. Decenni ed il pubblico inglese continua ad avere fame di vedere e sentire il cantante Italiano.

Lo spettacolo di giovedì non può essere però definito come un concerto e neanche come un evento; semplicemente come un percorso nella vita di un cantante, con canzoni, momenti che hanno lasciato impresso un grande quid nella vita dell’artista. Zucchero, con il “BLACK CAT WORLD TOUR 2016”, è uno tra i pochi artisti italiani ad esibirsi nel tempio della musica londinese per due giorni consecutivi, dimostrandosi ancora una volta uno dei pochi artisti a ricevere un così grande consenso da parte del pubblico internazionale.
Le porte della Royal Albert Hall si sono aperte alle 18.45 e ad aprire la serata, tra aria di attesa e di gioia, è stato il giovane cantautore britannico Kelvin Jones, che con due suoi inediti e una sua cover ha saputo scaldare il pubblico e dare la nota di avvio.
Zucchero si presenta sul palco alle 20.30 e tra inglese e italiano, comincia a dar colore alla sala, che piano piano si scoglie e comincia a far sue le canzoni che, con un’acustica perfetta, si diffondo in un ambiente che a primo impatto meraviglia ed allo stesso tempo mette soggezione.

Il concerto è diviso in quattro parti che rappresentano quattro fasi di Zucchero, della sua musica e della sua vita. Apre con l’ultimo album “Black Cat world”, che rappresenta tra il difetto e l’imperfezione, gli ultimi anni della sua vita. Come promesso, l’artista Emiliano porta sul palco londinese alcuni dei suoi brani più vecchi, ma conosciuti:
“Così celeste”
“Diamante”
“Un soffio caldo”
“Overdose d’amore”
“Va pensiero”

Fornaciari fa una cosa: incanta e lascia tutti stupiti. La grande sala coglie al volo l’occasione di scatenarsi e urlare a più non posso sulle note di “Vedo nero” e “Baila morena”: la clap, i piedi, voci stonate e non, si alzano all’unisono per far vibrare letteralmente la Royal Albert Hall.
Non si ferma neanche davanti all’emozione di “Un soffio caldo” che con immagini trasmesse nel grande schermo a forma di cuore che si trova alle spalle della band, fa ammutolire e versare qualche lacrima, intenerendosi insieme a chi prima ha riso di cuore e ha ballato spontaneamente. Ti fermi: luci, buio. Inferno, paradiso. Caos e ordine. Perdita ritrovamento. Richiami alla memoria i migliori ricorsi e anche i peggiori pensieri.

Emozioni a non finire: chi sorride, chi si stringe con qualcuno, braccia in alto, braccia che si intersecano. Occhi che luccicano anche sulle note del “Miserere”, un omaggio a Luciano Pavarotti, accompagnata da un bellissimo video: una loro esibizione, probabilmente l’ultima. Finisce con il ringraziamento per quello che il tenore italiano ha donato durante la sua lunga carriera.

Quel qualcosa che rende questo concerto un evento indimenticabile è anche la band live, con la quale suona in tutta Europa; una straordinaria band internazionale composta da 13 musicisti: Polo Jones (Musical director, basso), Kat Dyson (chitarre, dobro, mandolino, bvs), Brian Auger (hammond organ C3), Doug Pettibone (Pedal Steel Guitar, dobro, lap steel, banjo, chitarra), Queen Cora Dunham (batteria), Nicola Peruch (keyboards), Adriano Molinari (batteria), mario Schilirò (chitarre), Andrea Whitt (violino, mandolin,o pedal steel guitar), Tonya Boyd (backing vocals), James Thompson (sax tenor, sax baritone, flute, harmonica), Lazaro Amauri Oviedo Dilout (trumpet, flugelhorn, french horn) e Carlos Minoso (trombone, tuba). Un continuo alternarsi di suoni che si stagliano nell’aria e attraverso i corpi presenti quel giovedì sera. Un mischiarsi di suoni dolci e duri, aspri e armoniosi, che si fondano per dare vita ad una musica che fa ritrovare il pezzo di noi che in quel concerto agogniamo di trovare.

Band che trova i suoi momenti, soprattutto quando Zucchero cede a loro il palco per dimostrare quanto sia importante la presenza di una band internazionale, che fa della musica la ragione principale di felicità. E ascoltiamo voci, assoli, cambi di strumenti, ballad indimenticabili e disarmanti. Così davanti a tanta bravura, l’unico gesto è quelli di portarsi le mani alla bocca per lo sbalordimento che si viene a creare.
Se qualcuno volesse fare la pazzia dell’ultimo momento, i prossimi concerti saranno:
– 2 novembre a Ginevra
– 6, 7 e 8 novembre a Parigi
– 10 novembre a Dresda
– 12 novembre a Cluj-Napoca
– 14 novembre a Bucarest
– 15 novembre a Sofia
– 17 novembre a Ruse.

Di tanti concerti a cui ho assistito, questo è stato uno dei concerti che più ho vissuto. Quando è arrivata la fine, quella non era veramente la fine che si può immaginare. Quello che lascia un cammino nella vita di un musicista, di una musica che vuole raccontare e che vuole stravolgere, è qualcosa che ti lascia sveglio la notte a pensare a come riiniziare, a come dare un nuovo senso, a come potersi emozionare ancora di più: tutto questo, cambia.