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A Kinshasa le vedove si uniscono contro l’oppressione

A Kinshasa è un’ordinaria domenica mattina: nel cortile della parrocchia Saint Bernard di Limete, sotto un cielo grigissimo ma dal quale, come nel resto della stagione secca, non cadrà una goccia di pioggia, si dà il cambio il fitto gruppo che ha assistito alla messa delle 07.00 – quella in lingala, una delle 5 lingue ufficiali del paese  – con il gruppo che arriva per assistere a quella in francese, alle 10. Lo spazio sotto la tettoia e le aule di quella che durante la settimana è una scuola sono inoltre popolati dei gruppi più svariati: ci sono i gruppi di preghiera dedicati a un santo, a Maria o alla luce, la catechesi per i più giovani, il gruppo di chi inizia il conteggio delle offerte.

Ciondolo tra le persone tentando di eleggere il gruppo su cui soffermarmi e con cui trascorrere il resto della mattinata, ma non riesco a scegliere. Quando vedo il curato dirigersi verso il suo ufficio ne approfitto per intercettarlo e presentargli la lista di persone con cui vorrei mi mettesse in contatto e che vorrei intervistare. Per tutta risposta mi propone un incontro insolito: la riunione delle vedove, che sta per iniziare.

Les Mamans Veuves

Incontro un primo gruppetto di donne vicino al cancello della parrocchia, davanti al gabbiotto del guardiano. Padre Rino mi introduce rapidamente e mi lascia con loro. Les Mamans Veuves (ovvero Le Mamme Vedove, ma non per questo devono essere mamme: Maman è un appellativo utilizzato come forma di rispetto nei confronti delle donne) scherzano tra loro in lingala, ma una di loro mi prende leggermente in disparte per iniziare a introdurmi l’argomento. Nessuna di loro indossa il nero, ma molte indossano il turbante azzurro, che è il loro simbolo. Ne noto, in particolare, una con l’abito de Les Mamans Veuves: qui è molto comune ordinare delle stoffe con i simboli del proprio gruppo di appartenenza, con simboli legati a precise festività (come il calice o la croce) o con direttamente le immagini di Gesù, della Madonna o dei santi.

Mentre parliamo ci dirigiamo verso una delle aule al piano terra della scuola, e mentre alcune si sistemano frontalmente e attendiamo che arrivino tutte (19, delle quali una decina appartenenti alla parrocchia e altre provenienti perlopiù da quartieri limitrofi) la donna continua a spiegarmi quello che poi ascolterò, un po’ in lingala con la sua traduzione e un po’ in francese, durante l’incontro. Mi dice che, quando muore un uomo, la famiglia del defunto cerca di appropriarsi di tutti i suoi beni, che siano la casa, la macchina, i soldi o i terreni. Questo accade soprattutto nelle aree rurali, dove la tradizione ha ancora la meglio sulla legge positiva, ma la riunione che sta iniziando dimostra come il problema sia vivo e sentito anche in ambienti urbani come la capitale.vedove

La scusa è quella per cui la donna non avrebbe prestato sufficiente attenzione alla salute del marito, lasciandolo morire. La vedova, così, si ritrova in povertà estrema, spesso con tanti bambini a carico da gestire. In Congo, infatti, l’aspettativa di vita è di circa 48 anni: considerando che in Italia per gli uomini è di 80,5 anni, praticamente in media gli uomini congolesi muoiono una generazione prima rispetto a quelli italiani. Le vedove si ritrovano spesso gettate, letteralmente, fuori dalle proprie abitazioni, e ci sono situazioni in cui addirittura la famiglia del marito si reca a casa sua a cambiare le serrature prima ancora che lui sia morto. In casi come questi, le donne vedove possono solo sperare di avere o di incontrare qualcuno che le aiuti – nel caso migliore, un’associazione, altrimenti qualcuno che non solo abbia la volontà ma anche i mezzi per farlo, soprattutto considerando che secondo i dati della World Bank nel 2022 circa il 62% dei congolesi viveva con meno di 2.15 dollari al giorno.

La forza grande di queste donne sta nell’unirsi. Loro al posto di incontrarsi e piangere come vorrebbero facessero alcune Chiese del Risveglio presenti qui, e abbassare la testa o piegarsi a una norma culturale che le vuole – almeno in questo contesto – succubi, si ritrovano con un’invidiabile costanza, si segnalano vicendevolmente casi di donne in difficoltà e immaginano soluzioni concrete, a partire dall’offerta di un rifugio per coloro che stanno subendo degli episodi di violenza.

Quadro legale e attenzione internazionale

Risale al 2016 la risoluzione 65/189, che prevede all’interno della legge congolese l’introduzione di un nuovo Codice della Famiglia, secondo il quale la vedova avrebbe il diritto di ereditare tutto ciò che apparteneva al marito defunto, a meno di disposizioni differenti nel testamento. Il problema è che spesso le donne non conoscono questa legge che potrebbe contribuire a proteggerle e difenderle, e quando la conoscono spesso hanno paura di denunciare: svariate sono le testimonianze che, durante la riunione, riportano storie di donne raccontate in prima o in terza persona che riguardano azioni di minacce, molestie quando non direttamente pestaggi ai danni proprio delle donne vedove.

Per sensibilizzare la popolazione mondiale rispetto alle condizioni delle vedove nel mondo, nel 2010 le Nazioni Unite hanno indetto per il 23 giugno di ogni anno la Giornata Internazionale delle Vedove. Ancora a giugno 2023 sempre le Nazioni Unite denunciavano infatti la presenza di più di 258 milioni di vedove nel mondo, un decimo delle quali vive in condizioni di estrema povertà.

Quali soluzioni per l’emancipazione

Il Fondo per le Donne Congolesi, un’organizzazione non-profit che vede tra i suoi focus proprio l’attenzione alle donne vedove, ha stilato un programma per migliorarne la condizione. Questo prevede un’azione di sensibilizzazione – sia per gli uomini che per le donne – per quanto riguarda la legislazione del paese relativa a queste tematiche, ma anche per quanto riguarda l’importanza di regolarizzare i matrimoni. In Congo, infatti, spesso vengono considerati matrimoni anche accordi informali presi tra le famiglie, soprattutto perché sposarsi costa molto (e non solo per il prezzo dei vestiti, della cerimonia e della regolamentazione dei documenti, ma anche perché non esiste una regolamentazione relativa alla dote, che spesso la famiglia dell’uomo non si può permettere).

Questi accordi, tuttavia, non tutelano in alcun modo la donna al momento della scomparsa del marito. Inoltre, l’ideale è che le persone conoscano la possibilità di scrivere un testamento prima di morire, in modo che esista un documento ufficiale a cui fare riferimento per quanto riguarda la spartizione dei beni. Infine, il Fondo propone un accompagnamento psicologico per le donne che restano sole, e che si ritrovano a dover fronteggiare la paura delle aggressioni, della povertà e la responsabilità di gestire tutto il resto della famiglia. L’applicazione di tutti questi propositi porterebbe, di fatto, a un grosso cambiamento della vita delle vedove e di conseguenza di parte della cultura almeno su tre piani: quello sociale, quello economico e quello culturale.

La riunione si conclude con una preghiera tutte insieme: avevo delle domande ma l’ascolto delle testimonianze ha già fatto luce sugli aspetti che avevo poco chiari. Beviamo insieme un sucré, una bibita gasata, e sdrammatizziamo ridendo assieme di un bambino con il rosario al collo che è schizzato da un banco di legno all’altro per tutta la riunione, e che ora è concentrato a colorare pagine a caso dal mio quaderno degli appunti.

Crediti

Fotografie di Chiara Pedrocchi

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