Sanzioni: un’arma economica efficace?

Quando un anno e mezzo fa è esploso lo scontro militare tra Russia e Ucraina, gli Stati Uniti, l’Unione Europea e i loro alleati hanno immediatamente varato varie misure sanzionatorie sia contro le singole personalità del governo russo e del circolo degli oligarchi che contro la Federazione Russa come paese: sequestri dei beni, congelamento dei conti, sanzioni commerciali sui prodotti russi, riduzione della dipendenza energetica dalla Russia e inoltre impossibilità di spostare capitali.

Queste misure avrebbero come scopo quello di causare il maggior danno possibile al paese bersagliato, facendolo desistere dalle sue intenzioni o incitando una popolazione economicamente strangolata alla sollevazione contro il governo, evitando perciò l’intervento militare esterno. L’idea alla base di questo ragionamento è in linea con l’odierna visione economica del mondo liberale e globalizzato, in cui una nazione per prosperare economicamente e socialmente deve essere aperta al commercio col resto del mondo, scambiando beni e servizi, confrontandosi con i propri partner e competitor sui mercati di tutto il globo, e contrapponendosi a una chiusura di stampo autarchico.

Le sanzioni inoltre consentono anche di lanciare un messaggio politico di impegno verso una causa a seconda della loro intensità e di colpire l’obiettivo non usando l’apparato militare, ma ricorrendo al peso economico del paese che le emette e al suo “soft power”. Ciò evita di ricorrere alla forza bruta per evitare di raggiungere gli obiettivi di politica estera; una guerra è una manovra politicamente molto dispendiosa, richiede molte risorse e la capacità di proiettare la propria potenza di fuoco al di là dei confini nazionali, spesso servono alleati che ti supportino se non economicamente almeno logisticamente. Inoltre bisogna considerare che i conflitti militari non così raramente non raggiungono i risultati sperati, anzi, spesso hanno conseguenze imprevedibili.

Le sanzioni: una storia lunga

Il ricorso all’utilizzo di misure economiche restrittive per convincere una controparte recalcitrante a adempiere ai desideri dell’altra controparte è tutt’altro che nuovo. È sufficiente in tal senso ricordare famosi episodi storici come il blocco delle importazioni di grano da Megara da parte di Atene, oppure il famoso Blocco Continentale che Napoleone tentò di attuare per danneggiare l’economia britannica e indebolire uno dei suoi più temuti avversari.

Tuttavia, in tempi più recenti le sanzioni hanno cominciato a essere un’arma economica sempre più utilizzata, in particolare dopo le due guerre mondiali. Il motivo è chiaro: le violenze dei due conflitti, in particolar modo il secondo, hanno aumentato sempre di più nell’opinione pubblica e nei vertici politici il desiderio di cercare mezzi alternativi per risolvere le dispute e invogliare tutte le parti della comunità internazionale al rispetto delle nuove regole. Secondo il Global Sanctions Data Base, i casi di sanzioni (tra le quali finanziarie, militari e sulla mobilità) sono incredibilmente aumentate nel corso degli ultimi settant’anni. Se agli inizi degli anni ’50 vi erano meno di cinquanta casi di sanzioni, oggi sono poco più di 400 i casi registrati, inclusi i casi di contro-sanzioni in risposta a sanzioni “primarie”.

Durante la Guerra Fredda

Nei primi anni della Guerra Fredda (1950-1975) le sanzioni divennero un’arma molto utilizzata dagli Stati Uniti in maniera unilaterale; infatti, quasi un terzo delle sanzioni implementate provenivano dal paese alla guida del Blocco Occidentale col fine di impedire l’espansione del comunismo e destabilizzare i regimi politici avversari. Uno dei casi più famosi di questo periodo è l’embargo degli Stati Uniti contro Cuba, in particolare le misure attuate dal presidente John F. Kennedy nel 1962.

Negli anni ’70, a seguito di crisi economiche e, in particolare, dell’infruttuoso conflitto in Vietnam per fermare l’espansione globale del comunismo, l’opinione pubblica statunitense era meno propensa a supportare iniziative militari. Nel periodo che va dal 1975 al 1990 il ricorso alle sanzioni aumentò sempre di più, in particolare grazie anche a provvedimenti come l’International Emergency Economic Powers Act del 1977, che concesse al presidente degli Stati Uniti vari poteri per varare sanzioni economiche in caso di stato d’emergenza.

Inoltre, in questo periodo, si modificò la composizione delle sanzioni in parte per due motivi: molte di esse cominciarono a essere varate non più dagli USA, ma anche dall’Europa, e aumentò il numero di casi in cui furono prese misure per combattere il terrorismo internazionale e per sostenere la causa dei diritti umani.

Dopo la fine della Guerra Fredda

Anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda il ricorso a misure sanzionatorie non accennò a diminuire. Infatti, anche se le sanzioni commerciali non aumentarono considerevolmente, bisogna comunque considerare che furono imposte nuove misure di natura finanziaria e contro il traffico d’armi.

Inoltre, crebbe il numero di sanzioni “multilaterali”, da parte di entità come l’Unione Europea e le Nazioni Unite. A ciò va aggiunto il grande numero di terremoti politici degli ultimi trent’anni: gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 hanno segnato un punto di svolta fondamentale nella recente storia politica statunitense, le svolte politiche autoritarie e “leaderistiche” sono sempre più presenti e incalzano l’ordine liberale, e, recentemente, è ritornata la guerra convenzionale tra stati in Europa in Ucraina nel 2022.

Conseguentemente a questo nuovo panorama internazionale più imprevedibile, il numero di sanzioni non si è ridotto, anzi, ha raggiunto livelli mai raggiunti prima. Sempre secondo il Global Sanctions Database, alla fine del 2022, su 405 casi di sanzioni emanate, all’incirca 300 sono state varate negli ultimi dieci anni. Il quadro che ci viene fornito è quello di un mondo che, seppur non attivo in una nuova guerra “calda” globale, tuttavia è ben lungi dall’essere pacifico e nel quale ci sono vari attori che si contrastano a vicenda ricorrendo a continue misure asimmetriche, quasi evitando fin quando è possibile, l’uso della forza militare.

Gli effetti delle sanzioni

Essendo stata nel corso della storia recente un’arma sempre più utilizzata e sempre con maggiore frequenza, è normale e d’obbligo porsi delle domande sulla sua efficacia.

L’effetto delle sanzioni può essere analizzato sotto due punti di vista: quello “tecnico” e economico, e, successivamente, quello politico. Cioè bisogna verificare se le sanzioni hanno, da un lato, il potere di infliggere danni economici, finanziari e commerciali alle entità bersagliate, e, dall’altro, come conseguenza di questi colpi, il potere di far aderire “i bersagli” ai desideri politici dei “sanzionatori”.

L’impatto economico

Da un punto di vista meramente economico, le sanzioni sembrano essere efficaci e impattare in maniera rilevante. In generale le sanzioni sono in grado di colpire i commerci del paese colpito, ridurre lo sviluppo economico e l’attrattività per gli investitori esteri, influenzando negativamente la ricchezza e la stabilità politica della nazione.

Gli stati sanzionati tentano frequentemente, perciò, di aggirare le sanzioni tramite terze parti, triangolando i loro movimenti di capitali e beni con altri paesi e formando alleanze con paesi terzi. Emblematico in tal senso è il caso della Russia dal 2022 a oggi; infatti, a seguito del conflitto in Ucraina, l’export russo di risorse naturali verso paesi come l’India è aumentato in maniera molto considerevole.

Contrastare i tentativi di mitigare le sanzioni è uno dei motivi per cui si applicano sanzioni “secondarie”, che colpiscono anche entità terze che intrattengono relazioni con la nazione colpita. Sarebbero più efficaci, tuttavia richiedono un maggiore impegno e capitale politico, in quanto si “aggredirebbe” economicamente paesi che sono al di fuori del contenzioso, e potrebbero essere percepite, quindi, come eccessivamente aggressive da applicare.

In conclusione, tuttavia, le indagini economiche condotte dimostrano che le sanzioni hanno un impatto negativo e duraturo sul “sanzionato”, quindi, sotto un punto di vista “tecnico-economico”, raggiungono il risultato sperato generalmente.

L’impatto politico

La capacità delle misure sanzionatorie di raggiungere l’obiettivo politico prefissato, invece, è più dibattuta. Ci sono alcuni fattori da considerare; per esempio, nel dibattito politico, la critica che le sanzioni non funzionerebbero per ottenere i loro obiettivi politici prefissati è inficiata dal fatto che molti casi di sanzioni noti al pubblico non hanno ancora avuto successo per lo meno (emblematico in tal senso è il citato embargo di Cuba).

Analisi statistiche condotte negli anni ’90 dimostrano che le sanzioni hanno raggiunto il loro obiettivo politico all’incirca in un quarto o in un terzo dei casi; in particolare, le sanzioni più efficaci sono quelle che mirano a migliorare la situazione nel campo dei diritti umani, mentre quelle meno utili sono quelle che puntano a un “cambio di regime”. Un altro fattore che complica l’analisi è la difficoltà nel misurare il potere deterrente delle sanzioni: in altre parole, non si può misurare quante volte, per esempio, i diritti umani non sono stati violati o le guerre non sono state condotte per timore delle sanzioni della comunità internazionale. Un altro aspetto che si potrebbe notare è che, a volte le sanzioni potrebbero perseguire obiettivi diversi da quelli dichiarati (il supporto interno), oppure che, molto spesso, non vengono applicate con la rigidità richiesta e che quindi risultino inutili.

In conclusione, l’impatto politico delle sanzioni è difficile da misurare e può produrre risultati contradditori e non sempre chiari, anche perché questi risultati dipendono anche dalla molto variegata definizione di successo “politico” che varia caso per caso e che quindi richiederebbe un’analisi politica delle misure restrittive situazione per situazione, piuttosto che cercare sempre e comunque una metrica comune.

Il caso russo

I recenti avvenimenti in Europa Orientale possono essere sicuramente un interessante caso di studio nel dibattito sull’efficacia delle sanzioni. Le sanzioni varate contro la Federazione Russa da parte dell’Occidente come conseguenza del conflitto in Ucraina sono di una portata vastissima per quanto riguarda sia l’intensità che l’ambito di applicazione. La Russia, dopo il 22 febbraio 2022, è diventato il paese più sanzionato al mondo, superando anche di molto per numero di sanzioni emesse paesi come Iran, Siria e Corea del Nord (secondo i dati di Bloomberg ripresi dall’Ispi, contro la Russia sono in atto circa 5.600 sanzioni, contro, per esempio, le 3.600 dell’Iran, il secondo in classifica). Tuttavia si potrebbe anche considerare il periodo antecedente, a partire dal 2014 con l’annessione della Crimea (che ha portato anch’esso a misure restrittive) per verificare l’efficacia di queste misure nell’ambito del conflitto russo-ucraino.

Dopo il 2014, a seguito delle sanzioni, si pensava che la Russia avrebbe desistito da successive mosse espansive, anche a seguito di misure economiche potenzialmente dannose per la sua economia. Tuttavia, nel periodo che va dal 2014 al 2022, l’economia e le imprese russe si sono adattate al nuovo scenario e l’atteso “arretramento” russo dalle posizioni iniziali non c’è stato, tutt’altro. Quindi, chiaramente, le sanzioni posto a seguito degli eventi in Crimea del 2014 non hanno sortito l’effetto politico desiderato e non sono state in grado di far desistere Putin.

Tuttavia, a seguito dell’attacco russo, la situazione è cambiata: le sanzioni sono molto più dure e onnicomprensive, sono applicate in maniera più rigida e vi è un maggiore impegno da parte dell’Occidente di coinvolgere sempre più paesi nell’impresa di strangolare economicamente e politicamente la Federazione Russa, tentando di rendere le sanzioni più efficaci tramite un maggiore supporto mondiale a esse.

Le sanzioni a più di un anno di distanza

Ormai siamo a più di un anno di guerra e bisogna fare il punto della situazione. Inizialmente nel 2022 si era prevista una caduta del PIL del 10%, tuttavia le stime di gennaio 2023 erano tra il 3,5 e il 2,2 per cento come riduzione. Bisogna, però, fare attenzione a questi dati, anche perché non catturano la situazione nel complesso.

Innanzitutto i dati ufficiali potrebbero non essere completi; in tal senso ci viene in aiuto uno studio di alcuni economisti della BCE pubblicato su VoxEU che ricorre a 15 variabili indipendenti da Rosstat (l’ufficio statistico russo) per misurare il PIL in maniera indiretta (dati di Google Trends, traffico aereo, prezzi degli immobili sui siti interne etc.). Lo studio ha evidenziato una caduta del 2% con previsioni negative; bisogna, in aggiunta, evidenziare che questo indicatore tende a evidenziare maggiormente la domanda interna privata rispetto a quella pubblica (dove sono incluse le spese militari).

Cosa può avere attutito la caduta dell’economia russa? Innanzitutto vi è stato un grande aumento della spesa pubblica militare, che, però, è arrivato a scapito del tenore di vita della popolazione in generale; infatti i consumi delle famiglie sono drasticamente calati. A questo bisogna aggiungere le misure messe in atto dalla banca centrale russa: aumento vertiginoso dei tassi d’interesse (soprattutto all’inizio del conflitto), obbligo di conversione per l’aziende di convertire buona parte delle valute estere in rubli russi e obbligo per soggetti russi di non scambiare il rublo russo con altre valute; questo ha evitato una spirale iperinflazionistica.

Le sanzioni nel lungo periodo

Nonostante non ci sia stato il tracollo dell’economia russa, questo non vuol dire che le sanzioni da un punto di vista economico non siano state efficaci: il PIL è comunque calato e le prospettive non sono rosee e il tenore di vita dei russi è diminuito. Bisogna, a questo punto, vedere se le sanzioni raggiungeranno il loro scopo politico, però ci sono dei punti da evidenziare sotto questo punto di vista.

Fino a questo momento le operazioni militari russe non si sono fermate, però, magari, si deve avere una prospettiva di più lungo periodo prima di dichiarare queste sanzioni come inutili: lo scopo, sotto questo punto di vista, sarebbe mettere in difficoltà l’industria militare russa, oppure causare problemi politici interni che distolgano l’attenzione di Putin dall’Ucraina per farlo concentrare sul fronte interno (esemplare in tal senso è il caso degli oligarchi o di elementi come Prigozhin, ma questo meriterebbe un approfondimento a parte ancora più complesso). In sostanza, vista la situazione, bisogna vedere come la situazione si evolverà nel lungo periodo, aspettandosi, magari, colpi di scena adesso imprevedibili.

   

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