Backpacking: un turismo sostenible?

Forme alternative di turismo stanno diventando sempre più popolari negli ultimi anni e sono dovute al desiderio crescente, specialmente nei giovani, di vivere esperienze autentiche che favoriscano la crescita personale e la scoperta del mondo. Uno dei trend di viaggio che sta prendendo sempre più piede è il cosiddetto backpacking,  un modo di viaggiare economico ed essenziale che prevede spostamenti frequenti per un medio-lungo periodo con uno zaino in spalla. Un termine analogo in italiano può essere “saccopelista”, che veniva utilizzato a metà del XX secolo per indicare coloro che dormivano nel proprio sacco a pelo, spesso all’aperto.

Ma viaggiare con lo zaino in spalla evitando di prendere aerei forse non è sufficiente e anche i backpackers possono essere dannosi per l’ambiente, quindi questo turismo può davvero essere definito sostenibile?

Cosa si intende per sostenibilità e turismo sostenibile?

Solitamente si tende ad identificare questa nicchia con il turismo sostenibile, dal momento che i turisti si spostano lentamente, sono alla ricerca del contatto con le popolazioni locali e alloggiano e mangiano in luoghi tradizionali e non convenzionali, favorendo lo sviluppo economico del territorio. In realtà, secondo alcuni studi tratti dalla letteratura accademica, la relazione tra backpacking e sostenibilità è più controversa di quanto si possa credere e non sempre essere backpackers significa automaticamente assumere atteggiamenti rispettosi dell’ambiente.

Prima di prendere in esame la relazione tra backpacking e sostenibilità, è importante definire quest’ultimo concetto e la sua declinazione turistica perché è uno dei temi più caldi al momento ma non sempre è chiaro cosa si intende con questo termine.

La definizione di sostenibilità

La questione ambientale è diventata di interesse pubblico nella seconda metà del secolo scorso grazie alla Conferenza di Stoccolma del 1972, dove per la prima volta la politica internazionale si è confrontata sul tema della scarsità di risorse naturali e dei problemi legati all’ambiente.

La definizione di sostenibilità è stata però stipulata in seguito, nel 1987, dall’ONU, che la inserisce nel Rapporto Brundtland, un documento creato dalla Commissione Mondiale dell’Ambiente e dello Sviluppo e che la definisce come “lo sviluppo che soddisfa le esigenze della generazione attuale, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie esigenze.” Il concetto mira quindi a sottolineare l’importanza del sostentamento delle risorse, specificando le tre colonne portanti per uno sviluppo del genere: l’aspetto economico, sociale e ambientale posti a pari livello e che devono essere preservati e accresciuti allo stesso modo.

Il turismo sostenibile

In questo contesto il turismo sostenibile è, secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo (OMT), “un turismo che tenga pienamente conto degli impatti economici, sociali e ambientali attuali e futuri per soddisfare le esigenze dei visitatori, dell’industria, dell’ambiente e delle comunità ospitanti.Pertanto i tre obiettivi principali sono: il rispetto dell’autenticità socioculturale della comunità locale, l’uso ottimale delle risorse naturali evitando ogni tipo di spreco e aiutando a conservare la biodiversità e il mantenimento di attività economiche nel tempo che assicurino una distribuzione equa dei guadagni e che contribuiscano alla riduzione della povertà.

Sulla base di queste considerazioni è possibile esaminare se una determinata forma di turismo rispetta le “regole” della sostenibilità oppure no. In questo caso la tendenza turistica presa in esame è il backpacking.

Il backpacking è davvero sostenibile?

I backpackers, come anticipato nell’introduzione, sono conosciuti per essere viaggiatori lenti e con un budget ridotto che ricercano esperienza autentiche e il contatto con la comunità locale. Per questo motivo spendono i loro soldi in alloggi spartani, prodotti tipici e trasporti locali e molto spesso alternano il loro vagabondaggio ad attività di volontariato, per entrare in maggiore sintonia con le persone del luogo e approfondire la loro conoscenza della cultura in questione. Alla luce di queste osservazioni i tre pilastri del turismo sostenibile sembrano essere rispettati ma perchè non è sempre così? E quali sono gli effetti negativi?

Questa categoria di turisti a volte genera un impatto negativo nella comunità che li ospita: alcuni si rinchiudono in una sorta di enclave, in cui i soli contatti che instaurano sono con altri viaggiatori simili a loro e con l’industria turistica che offre loro i servizi. La conoscenza della comunità, in questo modo, rimane superficiale così come tutte le problematiche che vive se si tratta di Paesi poveri e in via di sviluppo.  I cittadini nativi diventano riluttanti nei confronti di questa categoria e dei turisti in generale e, in tali circostanze, viene meno la tolleranza interculturale e la componente sociale del concetto di sostenibilità.

La tensione si genera dal punto di vista ambientale, nel momento in cui non tutti assumono comportamenti ecologicamente responsabili. Il tema dei rifiuti, della difficoltà e dei costi per rimuoverli, che ricadono sulle spalle dei residenti, sono primari, soprattutto dal momento che i backpackers prediligono destinazioni naturalistiche. Gli ecosistemi sono fragili e necessitano di grande cura e attenzione per la loro conservazione e la presenza di residui non può far altro che provocare impatti negativi significativi.

Il problema dell’educazione turistica

Uno studio condotto dal Queensland Department of Environment and Heritage (DOEH), dimostra la mancanza di educazione e formazione quando si tratta di comportarsi in un ecosistema delicato.Un esempio è quello dell’isola di Fraser, la più grande isola di sabbia al mondo al largo della costa di Brisbane in Australia, tutelata come parco nazionale. Secondo i dati raccolti dagli studiosi, i backpackers si vedrebbero più come visitatori a breve termine e non dimostrano di essere più consapevoli delle altre categorie di turisti che la conservazione sia necessaria in riserve così fragili. Di conseguenza alcuni aspetti della gestione ambientale dell’isola sono resi più difficili per il DOEH che deve assumersi il compito di educare, trasmettendo ai visitatori un messaggio forte rispetto ai requisiti della protezione ambientale in un contesto di patrimonio mondiale. Se il comportamento non cambia le autorità potrebbero anche pensare di chiudere determinate aree a scapito del turismo naturalistico oppure di limitare l’accesso per prevenire un sovraffollamento difficile da controllare.

Se da un lato i backpackers sono attratti dalla vita vagabonda e spensierata, dall’altra si riscontra un loro interesse crescente verso forme di volontariato che vanno ad intervallare i loro spostamenti. Il turismo legato al volontariato è considerato più sostenibile. specialmente dal punto di vista sociale, dato che combina motivazioni altruistiche al concetto di viaggio. Ciò potrebbe incrementare esperienza di turismo sostenibili all’interno del fiorente mercato dei backpackers, risolvendo così alcune delle critiche rivolte a questi ultimi.

 

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