Libertà e censura. Tra buon costume e politica

Approvata il 27 dicembre del 1947 ed entrata in vigore nel capodanno successivo, 1 gennaio 1948, la Costituzione italiana ha compiuto 75 anni. Uno dei più famosi articoli è quello che garantisce libertà di espressione e che vieta la censura.

La Costituzione contro la censura

L’articolo in questione è il 21. È diviso in sei comma: il primo riguarda la libertà di espressione in generale, gli altri cinque regolano principalmente la libertà di stampa.

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Questi i primi due emblematici comma. Un forte distacco dalla censura, nominata espressamente, in quanto termine che riconduce a quello che è stato il ventennio fascista. Cinema, libri, musica e ogni forma di comunicazione e d’arte, erano al servizio della propaganda. Non bisogna pensare che per venti anni siano uscite solamente opere di propaganda fascista. Tuttavia è da tener presente che la censura operava in ogni ambito possibile pur di controllare l’opinione pubblica, l’immagine del Duce e del regime. Tant’è che a tal proposito venne istituito il Ministero della Cultura Popolare. È bene notare però che seppure non sia stata prevista un’espressa censura, non è assoluta la libertà di stampa o di manifestazione artistica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

Tuttavia il “buon costume” è un concetto soggettivo, o che quantomeno lascia delle ambiguità. Il buon costume di oggi, non equivale più a quello della Prima Repubblica, con un’Italia fortemente cattolica e spesso conservatrice in cui la censura ha continuato ad avere forza per molti anni.

La censura nella musica italiana

Negli anni del fascismo, come detto, la censura era all’ordine del giorno e interveniva anche in ambiti abbastanza banali. Venivano ad esempio tradotti nei giornali i nomi di famosi musicisti americani, anche in via delle politiche linguistiche.

Il fatto che, caduto il fascismo, non ci sia stato un organo di censura effettivo, non significa che questa smise di agire. Si parla non solo di una società pudica e cattolica, ancora poco aperta ai cambiamenti culturali, ma anche di una società che sembrava voler evitare a tutti i costi molti temi spigolosi. La censura degli anni del boom economico degli anni Cinquanta, ma poi anche degli anni Sessanta e Settanta, ha sempre agito per motivi morali e apparentemente non politici. Ma era davvero così?

C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones

C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e rolling Stones è una delle canzoni più conosciute di Gianni Morandi. Il testo si riferisce alla guerra in Vietnam. Il punto di vista è quello di un soldato americano che dal cantare “Viva la libertà”, viene mandato a morire dall’altra parte del mondo con il solo ordine di sparare ai Vietcong. La canzone dunque è di denuncia contro la futilità e le barbarie della guerra. Siamo però nel periodo della Guerra Fredda, nel periodo di filo-sovietici e filo-americani. Questo brano non può che far rumore. La casa discografica, per smorzare la situazione, affiancò a questa canzone la cover Se perdo anche te, grande successo di Morandi.

Quando C’era un ragazzo che come me, doveva essere cantata alla terza edizione del Festival delle Rose, la Rai propose un cambiamento. L’intento era di non nominare direttamente Vietnam e Vietcong, ma parlare di Corfù e Cefalù. Gianni Morandi, ma anche Franco Migliacci, l’autore del testo, non accettarono. Per non essere oscurati in diretta tv, si propone di allungare la serie onomatopeica così da rendere palese la censura. In questo modo Morandi avrebbe dovuto cantare un ta-ta-tà al posto di Vietnam e Vietcong. 

Effettivamente Gianni cantò così fino però a farsi scappare, forse volontariamente: “Adesso è morto nel Vietnam”, come da originale. La polemica raggiunse addirittura il Parlamento, il quale, per buona parte, aveva a cuore i rapporti con gli americani.

Brennero ‘66

L’edizione del 1966 del Festival delle Rose fece scalpore anche per altre canzoni come ad esempio Mille chitarre contro la guerra e Brennero ‘66. Quest’ultimo era il titolo con la quale i Pooh avrebbero dovuto partecipare. Il riferimento è ai fatti del terrorismo altoatesino, con le spinte indipendentiste sudtirolesi. Anche in questo caso però, il tema era considerato troppo ruvido. Non si dovette modificare il testo, ma il titolo: troppo esplicito. Così Brennero ‘66 partecipò alla kermesse con il nome Le Campane del silenzio. La canzone infatti apre con il suono di campane e il testo ne fa più volte riferimento.

Questi due esempi dunque sono stati effettivamente casi di censura… ma sono stati dovuti al buon costume e alla morale? A spingere la Rai a censurare sono state inevitabilmente le situazioni politiche del tempo e le tensioni sociali che si voleva evitare di far esplodere.

Dio è Morto e 4/3/1943

Parlando invece di scabrosità e morale, di esempi ce ne sono moltissimi. Dio è Morto, di Francesco Guccini, cantata anche dai Nomadi, è forse il caso più eclatante. La Rai decise di oscurare il brano e di non trasmetterlo in quanto considerabile come blasfemo. Fu proprio Guccini a spiegare che Dio è Morto è una formulazione usata per rifarsi ovviamente al filosofo tedesco Nietzsche. Tutto questo non servì e la canzone rimase oscurata. Il fatto eloquente è che Radio Vaticana stessa, non riteneva il brano blasfemo, tanto è vero che lo trasmetteva. Il Vaticano aveva colto il senso della canzone: un testo di condanna e speranza che appunto conclude con “Dio è risorto”. Anche qui la Rai pare aver agito per evitare ogni possibile fraintendimento, temendo che qualcuno potesse intendere la canzone come non religiosa. 

Sempre per motivi blasfemi, ma anche di pudicizia, la famosa 4/3/1943, di Lucio Dalla, dovette subire una modifica nel finale.

E ancora adesso che bestemmio e bevo vino,

Per i ladri e le puttane mi chiamo Gesù Bambino.

Si trasforma in:

E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino,

Per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino.

In questo modo non si accosta al nome di Gesù né il gesto della bestemmia, né ladri e prostitute, evidentemente non tollerati dal senso religioso del tempo. 

La censura nelle canzoni che parlano di sesso

Per quanto riguarda l’ambito sessuale, negli anni Settanta la censura ha risparmiato ben poco. 

Ciò che andava a toccare gli ambiti sessuali in modo netto era considerato volgare e difficilmente ammissibile. Basti pensare a canzoni come Questo Piccolo Grande Amore, di Claudio Baglioni, del 1972. Il testo non aveva molti indugi nel parlare esplicitamente del rapporto carnale tra i due, e ciò non era gradito. Così nella versione destinata al 45 giri, la voglia “di essere nudi” diventa quella “di essere soli”. Allo stesso modo il verso “le mani sempre più ansiose di cose proibite”, muta in “le mani sempre più ansiose, le scarpe bagnate”.

Per una sottigliezza, dovette risciacquarsi in Arno anche Bella Senz’Anima, di Cocciante. In un passo, la versione originale recita “e quando a letto lui…”. Semplicemente un “a letto” che fu considerato troppo esplicito e dunque si optò per “un giorno”. 

Una canzone che fu censurata dalla Rai nella sua complessità fu Il Gigante e la Bambina, nel 1970. Il brano di Ron, racconta in modo idilliaco, quasi bucolico, di un atto di pedofilia. Tutto è figurato e lirico, eppure, se anche un ascoltatore disinvolto potrebbe non cogliere il senso, è stato proprio questo aspetto a rendere la canzone disturbante, il parlare di uno stupro in modo così semplice e naturale, come se fosse un cartone animato.

Bocca di Rosa e La Città Vecchia

Anche Fabrizio De André subì censure per le sue canzoni ostinate e impegnate. 

Bocca di Rosa recita, come è noto:

Spesso gli sbirri e i carabinieri al proprio dovere vengono meno,

Ma non quando sono in alta uniforme e la accompagnarono al primo treno.

Faber dovette mettere un velo su questo periodo che si trasformò in:

Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri,

Ma quella volta a prendere il treno la accompagnarono malvolentieri.

Anche in La Città Vecchia si trova una censura stilistica. Il “vecchio professore” della canzone, non chiamerà più la prostituta “specie di troia” ma “pubblica moglie”.

Alice: una piccola ma significativa censura

Una delle canzoni più importanti di De Gregori è Alice del 1973. Il brano ha visto solamente una piccola censura che però dà l’ennesima prova della chiusura del tempo che sfociava nel bigottismo. Non venne infatti tollerato il mendicante arabo che “ha un cancro nel cappello”. 

Nominare una malattia mortale, era stato considerato irrispettoso e di cattivo gusto. Fu così che quel mendicante arabo cominciò ad avere semplicemente “qualcosa nel cappello”. 

Lo scandalo di America

Siamo nel 1979 e Gianna Nannini, non ancora cantante affermata, sta per far uscire il suo terzo album, California. Già l’immagine dell’album fu oggetto di polemica: la Statua della Libertà che ha in mano un sex toy.

La prima canzone del disco, America, fu un successo e lanciò Nannini. Insieme al successo però scoppiò il dibattito. America racconta la masturbazione ed entra a gamba tesa nella sfera sessuale. Se pensiamo che a cantare tutto ciò fu una donna, ecco spiegato come la parte più moralista, e forse ipocrita, della società si sia risentita.

Nonostante qualche grido allo scandalo, il brano si è affermato, anche come simbolo di emancipazione, ed è passato alla storia. Rosa Chemical, un mese fa, lo ha portato sul palco di Sanremo nella serata delle cover con Rose Villain.

Negli anni successivi: Vasco Rossi

La censura, come detto, ha agito per lo più negli anni Sessanta e Settanta, ma in generale anche prima… e dopo. 

Dagli anni Ottanta in poi non si può non citare Vasco Rossi come uno di quelli che più ha destato scalpore e indignazione. Primo grande esempio del personaggio di Vasco Rossi è la sua apparizione a Sanremo dell’82 quando, come tutti sanno, si posizionò ultimo in classifica. Vado al Massimo, canzone di certo non sanremese, dovette subire delle modifiche testuali per renderla “presentabile”. 

In questo modo le allusioni alle foglie di coca da masticare in Messico si stemperano. L’originale recita: “Vado in Messico, voglio andare a vedere […], se laggiù masticano tutti foglie intere”. La versione corretta: “[…] se laggiù van tutti a gonfie vele”. I versi successivi continuano con allusioni di questo tipo. L’intento, come si capirà una manciata di parole dopo, è satirico. La stoccata è nei confronti dei giornalisti che scrivevano di lui come “drogato”, o altri aggettivi non proprio piacevoli.

Argomento e sorte simile anche per Bollicine. Il brano allude, attraverso la Coca-Cola, probabilmente alla droga. Tuttavia il pezzo è anche una descrizione del caso delle radio private e delle pubblicità sempre più protagoniste con i loro slogan. Il gioco di parole che dovette subire modifica è l’esplicito  “si fa le pere”, mutato semplicemente in “mangia le pere”. Si vede come negli anni Ottanta la censura continui ad agire, ma il pubblico si sta evolvendo. L’album Bollicine venderà più di un milione di copie.

I casi più recenti

Siamo nel 1999 quando Elio e le Storie Tese rilasciano il pezzo La Visione. Il teso è ricco di turpiloqui e riferimenti più che espliciti a organi sessuali. Risultato: praticamente tutte le radio decidono di non trasmettere la traccia.

Uno degli ultimi grandi casi è stato quello di Fabri Fibra nel 2010. Esce in estate il singolo Vip in Trip, canzone con un successo stratosferico che impazza in tutte le radio, ma censurata. Il testo originale infatti è colmo di riferimenti punzecchianti. Il rapper marchigiano nomina esplicitamente politici e personaggi famosi. Su tutte, le frecciatine più pesanti sono rivolte a Laura Chiatti e Piero Marrazzo. Per questo motivo in radio circola la versione originale bippando questi nomi e in alcuni casi anche un riferimento all’AIDS. 

Non è chiaro se ci fu una querela da parte di Laura Chiatti, o delle pressioni da parte delle radio o della casa discografica. Fatto sta che anni dopo la strofa dovette cambiare totalmente. Fabri Fibra, che ama essere pungente, chiude la nuova strofa così:

Quando penso,

Alla vita che immaginavo di fare coi dischi,

Come questa strofa, era diversa.

Questi brani riportati sono solamente alcuni esempi di censura. Tra tagli più o meno evidenti, tra variazioni più o meno imposte, tra politica e buon costume, il mondo della musica e dell’arte in generale, è sempre in realtà stato oggetto di censura.

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