Il Reddito di Cittadinanza è superato?

Con l’insediamento al governo della coalizione di destra guidata da Giorgia Meloni, gli elettori hanno scelto una direzione chiara per il Paese. Tra i temi destinati a restare “scottanti” anche a campagna elettorale bella che conclusa figura senza dubbio il Reddito di Cittadinanza, a più riprese osteggiato dalla destra ora maggioranza e difeso a spada tratta dai suoi promotori (5 Stelle in prima fila). Mentre però il dibattito politico italiano sembra, ancora una volta, attaccarsi più alle bandiere che ai temi, all’interno della società civile (italiana e non) si sviluppano nuove forme di risposta a una piaga di povertà e disuguaglianza economica contro la quale ancora nessun vaccino è stato mai realizzato.

Paracadute sociale o truffa allo Stato?

Si parta dal principio: cos’è il reddito di cittadinanza? Il sito dedicato del governo lo descrive come “una misura di politica attiva del lavoro e di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale […] sostegno economico ad integrazione dei redditi familiari.” In parole povere, si tratta di un sussidio erogato dallo Stato, su base mensile, a sostegno dei nuclei famigliari che vivono al di sotto di una data fascia ISEE (circa novemila euro), e/o disoccupati. L’importo si calcola sul nucleo famigliare complessivo (non sull’individuo), e seguendo una precisa scala di calcoli può variare in cifre tra i sei e i novemila euro annui. Si tratta comunque di una misura che si propone di agevolare il reinserimento nel mondo del lavoro: significa che se il beneficiario (o i beneficiari) non dimostra di impegnarsi attivamente nella ricerca di un nuovo impiego, anche grazie alle (del tutto inefficienti) strutture messe appositamente a disposizione, egli o ella perderà diritto al sussidio.

La misura fu fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle guidato da Luigi Di Maio nel 2018, subito dopo l’inaspettato successo elettorale che li vide maggiore forza politica del Paese. Introdotto nel 2019 dal governo giallo-verde, è rimasto una misura intoccabile sotto il Conte II, con il rinnovato premier che si fece grande promotore dei suoi effetti benefici. Tutt’ora Conte rivendica la misura, e promette guerra a chiunque minacci di rimuoverla, come la nuova maggioranza. La domanda sorge spontanea: se le cose stanno tutte qui, perché qualcuno dovrebbe voler abolire questo paracadute? Le cose, in effetti, non stanno tutte qui.

L’Italia e i suoi non detti

L’Italia è il primo Paese nell’Unione Europea per evasione fiscale. I dati della NADEF relativi al 2018. Si stima una propensione all’evasione di quasi il 20%. Nello stesso anno, l’ammontare di entrate sottratte al Fisco è stimato su almeno 100 miliardi di euro (con alcune grosse categorie non conteggiate). I dati in questione non mettono solamente in luce (se mai fosse ancora necessario) l’enorme contraddizione di un Paese che deve tenere una tassazione massima a oltre il 40% per rientrare delle mancate entrate, ma anche (e nel nostro caso soprattutto) l’esistenza di vero e proprio patrimonio sommerso nel nostro Paese. Tradotto: un’enorme quantità di denaro privato del quale alcuni beneficiano, ma senza che lo Stato ne sappia nulla. Molti evasori nostrani risultano tecnicamente nullatenenti (o poco più) al Fisco.

Logica conseguenza: se l’evasore in questione ha un commercialista particolarmente bravo nel suo lavoro, può darsi che ci scappi anche il sussidio dallo Stato. Del resto, i sussidi statali contro la povertà, come il RdC, vengono erogati appositamente per sostenere chi è nullatenente. Sono quasi quotidiane (a seconda di convenienza, si potrebbe maliziosamente sussurrare) le notizie di frodi ai danni allo Stato: milionari de facto che però incassavano “regolarmente” il sussidio che gli spettava, in quanto appartenenti alla più bassa fascia ISEE. Non sono rare nemmeno le notizie di veri e propri clan mafiosi con l’abitudine di giocare questo “scherzetto” allo Stato. Ed ecco un primo, rilevante tema dei detrattori del succitato RdC.

Un dibattito più ampio?

Ma le obiezioni non si fermano qui. Oltre a complesse (e spesso un po’ arzigogolate) analisi economiche, c’è una battaglia ideologica di fondo, sul tema. Non a caso non è solo Conte a difendere a spada tratta il “suo” RdC: nella scorsa campagna elettorale, la lista di estrema sinistra “Unione Popolare” (guidata da Luigi de Magistris e fondata sulla base di Potere al Popolo di Marta Collot) ha incluso nel proprio programma non solo il mantenimento dello stesso, ma anche il suo aumento a un massimale di diecimila euro e a una serie di misure volte ad aumentarlo progressivamente. Il discorso, evidentemente, non ha qui nulla a che vedere coi famigerati “furbetti del reddito”, ma con un dibattito ideologico quasi esclusivo in un clima di apparente crisi identitaria della sinistra italiana. L’idea che ispira le proposte di De Magistris (e, sempre un po’ più implicitamente, di fatto anche quelle di Conte) è che il Reddito sia un sostegno a chiunque sia in difficoltà, e non tanto come un “navigatore sociale per il reinserimento lavorativo”.

La destra ha talvolta ipotizzato non una soppressione, bensì una revisione della norma. Il principio era: bene l’idea essenziale, ma rendiamola più rigida. Attualmente la direzione più probabile è quella di escludere i percettori che rifiutino una valida e legale proposta di lavoro. A sinistra, invece, la misura è vista come sussidio alla povertà, e la differenza è in questo senso abissale. Non accompagnamento necessario verso il lavoro, dunque.

“Lavoro”, nel XXI secolo

Il dibattito, per quanto chiassoso, sembra in un certo senso già superato in un contesto in cui le disuguaglianze economiche si fanno sempre più marcate (come dimostrano i dati Oxfam). In Italia il RdC è solo un piolo nella scala immaginata da associazioni ben più ambiziose, come Istituzione per il Reddito Universale: un nome, un programma. Sta nascendo un’onda, nemmeno tanto silenziosa, che chiede il ripensamento totale dell’idea del “lavoro” all’interno della società. A partire da misure già sentite anche da differenti orientamenti politici (come l’innalzamento del salario minimo), questa si estende a proposte come l’introduzione di uno strumento, il Reddito di Base Universale appunto, che addirittura superi l’insufficiente RdC. Come spiega il blog «Umanisti per il Reddito Universale» (una delle comunità online più frequentate):

si tratterebbe di un’assegnazione che interesserebbe tutte le persone senza alcuna precondizione se non quelle della cittadinanza e della residenza. In sostanza, […]senza indagare  sul fatto che  abbiano un impiego o meno. Tale assegnazione dovrebbe essere sufficiente per sostenere le necessità elementari di tutti. Essendo universale e incondizionato, il reddito di base evita i danni morali e psicologici legati alla stigmatizzazione sociale nei confronti dei percettori di sussidi.

Ben oltre il sussidio, quindi. Il movimento si prefigge l’obiettivo di eliminare la povertà (vista come sintomatica di un sistema economico) garantendo a tutti i cittadini, insieme ai servizi di welfare sempre garantiti, un aiuto economico per soddisfare i propri bisogni primari. Non un incentivo al lavoro, che qua viene esplicitamente escluso dai parametri: a differenza del RdC, questo strumento ipotetico sarebbe volto alla sussistenza di tutti gli individui, più che alla resilienza del nucleo famigliare.

Tutto il mondo non è Paese

Se queste proposte possono già di loro suonare piuttosto radicali, in effetti l’Italia non è proprio un’avanguardia su questo fronte. In tutto il mondo il problema della disuguaglianza economica si fa sentire, e diversi Paesi (anche europei) hanno già iniziato a (o stanno per) sperimentare misure ancor più estreme. Del resto, il nostro Paese, che pure si trova “forte” in questa triste classifica (i quaranta miliardari nostrani detengono una ricchezza maggiore rispetto a quella del 30% più povero, 18 milioni di persone), non è certo la maglia nera. Senza addentrarsi nelle partigianerie ideologiche, è teoria comune di molti economisti neoliberisti della “nuova guardia” che il sistema economico attuale favorisca naturalmente l’insorgere di disuguaglianze sociali, le quali vanno dunque contrastate con vari interventi da parte dello Stato. Questa, in estrema e colpevole sintesi, era anche la teoria di John M. Keynes, uno dei più importanti economisti del XX secolo oggi molto stimato.

Se un sistema o una dottrina presentano delle fragilità sistemiche, è ovvio che tanto più ortodosso sia l’approccio verso essi tanto più se ne subiranno le criticità. Non è un caso che uno dei Paesi in maggiore difficoltà sul fronte dello sviluppo umano siano gli Stati Uniti d’America, de facto i padrini del neoliberismo (genitore 2: il Regno Unito, non messo molto meglio, come noto da cronaca). L’1% più ricco degli americani possiede quindici volte la ricchezza di metà della popolazione, che nel complesso si assesta oltre i 300 milioni. Il quotidiano economico super-conservatore «Financial Times» è arrivato a pubblicare un articolo in cui definisce quelle americana e britannica delle società povere, con alcune persone davvero ricche”. Sono ormai decenni che la tendenza è avviata, e le speranze che sia un miracoloso nuovo boom economico a invertirla, complici i tetri sviluppi geopolitici e qualche imprevista pandemia, appaiono poco plausibili. Il campo allora diventa fertile per revisioni della dottrina, alcune ideologiche altre meno.

Socialisti dell’Illinois

Proprio gli Stati Uniti sono un caso interessante da analizzare. In virtù della situazione dipinta poco fa, la più grande potenza militare ed economica al mondo è forse la più interessante avanguardia dell’onda descritta. L’esempio più radicale è descritto da molti osservatori come un’eredità imprevista della pandemia: il movimento Anti-Work. Non si tratta di una vera e propria organizzazione, al momento, ma solo di una tendenza sociale che sta plasmando tramite Internet la propria comunità, e che vede negli Stati Uniti la propria patria. L’essenza alla base del movimento è che la pandemia abbia offerto alle persone un periodo prolungato e forzoso di tempo per sé stesse, in cui esse si sono scoperte da un lato fragili, dall’altro molto più complesse di quanto credessero. Molti aderenti affermano di essersi resi conto solo in quel momento di quanto tempo ed energie il loro lavoro assorbisse, e che in quel momento hanno realizzato di aver “sacrificato” più di quanto volessero. Tra chi ha riscoperto qualche hobby, chi si è dedicato agli studi, chi alla famiglia e chi semplicemente all’ozio, tutti costoro hanno allora modificato irrimediabilmente il bilancio fatto della propria vita.

Come detto, non si tratta di una vera e propria associazione. La comunità centrale più simile a qualcosa di organizzato è il canale sul social Reddit r/antiwork: questo, inevitabilmente, significa che non esiste niente del genere di un “manifesto” del movimento, nessuna rivendicazione precisa. Queste infatti variano abbastanza a seconda delle individualità: qualcuno chiede orari di lavoro più larghi e maggiori ferie. Altri, sicuramente spinti anche da visioni ideologiche, richiedono una totale revisione del ruolo del lavoro nella vita delle persone: una delle “tesi” più fortunate è quella che vuole un lavoro gestito e coordinato “dal basso”, auto-organizzato e volto a lavorare solo lo stretto necessario. Una visione ancora più radicale, e fortunatissima proprio in America, è quella del diritto al non-lavoro: si ritorna alla richiesta di un reddito universale con cui mantenere tutti, e si rivendica la possibilità per un individuo semplicemente di non avere un lavoro.

Un esempio europeo

Senza scomodare una società sicuramente vicina sotto molti punti di vista, ma comunque strutturata in maniera ben diversa da quella italiana, si può ricercare un altro esempio più vicino a noi. La Spagna è spesso stata, nella storia, patria di avanguardie di iniziative popolari, e ancora una volta non si fa lasciare indietro, complice il fatto che i “cugini” spagnoli sono tra i peggiori Paesi UE in materia di disuguaglianze, con oltre 13 milioni di persone (quasi il 30% della popolazione) sul limite della soglia di povertà assoluta. La Spagna ha però una bussola chiara in questa crisi, un’agenda dettata dal partito di maggioranza, ovvero il PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo). La maggioranza del governo guidato da Pedro Sànchez è composta da socialisti e socialdemocratici, sebbene alcuni screzi tra i “garofani” madrileni e quelli catalani abbiano spesso rallentato l’operato dell’esecutivo. Non a caso, la Spagna è stato il primo Paese europeo a introdurre la Renda Minima Vidal, un equivalente del nostrano Reddito di Cittadinanza. Ma le cose stanno andando oltre.

La patria dei sostenitori del reddito di base, a dire il vero, non sta alla corte dei Re, ma in Catalogna, più precisamente nella “città-stato” di Barcellona. Qui, tra il 2017 e il 2019, il governo regionale (che per note vicende mai concluse gode di ampie autonomie costituzionali) ha sperimentato una forma di reddito di base estesa a tutti i cittadini disoccupati o a rischio di povertà, al quale però non si perde diritto al momento dell’assunzione. Luis Torrens, l’esperto che si è occupato dello studio per conto del governo locale, sostiene che la criticità del RdC italiano stia proprio nel fatto che “si perde nel momento in cui si trova occupazione, così le entrare del cittadino rimangono uguali o addirittura peggiorano: per questo motivo non si ha nessun interesse a ottenere quel lavoro perché il guadagno reale rimane immutato.” Si tratta evidentemente di una tesi che in Spagna fa molto discutere, e che sicuramente incendierebbe il dibattito anche in “casa nostra”; ma che alla maggioranza di governo catalana è piaciuta non poco.

Visione

Il problema della povertà e della disuguaglianza è forse intrinseco nella società umana. Da che l’essere umano è venuto al mondo, c’è sempre stato chi stava meglio e chi stava peggio. Molti chinano il capo di fronte a questo dato di fatto, accettandolo come dogmatico; altri invece sostengono che il genere umano si sia evoluto proprio tendendo a questo, a un’eliminazione delle disuguaglianze insite nell’obsoleta sfida darwiniana. Una volta che l’uomo come specie ha potuto smettere di preoccuparsi della propria sopravvivenza contingente, e ha preso a occuparsi del proprio benessere, il percorso ha certo richiesto un costo, tanto al pianeta quanto alla stessa specie. Si è però riusciti a creare delle condizioni in cui, attraverso la cooperazione, le sfide che ci vengono poste possono essere affrontate in maniera efficace: è questa l’idea fondante della società così come la si conosce.

Molte cose sono state tentate, con vari risultati. Le idee possono essere complementari ma anche in aperta conflittualità tra loro, perché alla base della loro formulazione c’è sempre uno sforzo creativo, una visione del mondo. È inevitabile lo scontro tra ideologie, perché la società umana è fatta anzitutto di diversità di pensiero, che non è mai uguale a se stesso ma si concretizza in un insieme infinito e ingarbugliato di sfaccettature. Quella del Reddito Universale è una proposta, un’idea, una visione che raccoglie consensi, forse più variegati che estesi, ma racconta una visione del mondo.

 

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