La riforma dell’art. 41: la lotta alla mafia dal 1992 al 2022

Sono passati trent’anni dalle stragi di mafia che portarono il governo e il Parlamento a varare l’ergastolo ostativo, ovverosia il divieto di liberazione condizionale per gli affiliati alla criminalità organizzata che né si pentono né collaborano con la giustizia. Un anno fa, la norma, ritenuta incostituzionale, non è stata cancellata dalla Corte costituzionale, la quale ha preferito concedere alle Camere altri sei mesi per portare a termine la riforma.

“Con 285 voti a favore, 47 contrari e un’astensione, la Camera ha approvato in prima lettura la riforma dell’ergastolo ostativo, la legge che determina il divieto di concessione dei benefici penitenziari nei confronti dei detenuti o internati che non collaborano con la giustizia”. Accadeva il 31 marzo 2022. La Camera ha approvato, ora tocca al Senato. Che cosa prevede la riforma?

Nel testo approvato oggi – ha detto la sottosegretaria alla Giustizia Anna Macina – è scritto che i detenuti al regime di 41 bis, il carcere duro, non possono accedere ai benefici. Perché? Perché se si trovano in quel regime penitenziario significa che i magistrati ritengono che esistano ancora collegamenti con la mafia – spiega – Prevedere il contrario sarebbe stato un paradosso. Abbiamo inserito questa specifica nel testo della legge per garantire certezza del diritto. Una misura conforme al dettato della Corte che lo ha messo per iscritto nella pronuncia del 2021.

La riforma dell’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario

L’Aula della Camera boccia a scrutinio segreto l’emendamento di Riccardo Magi (+Europa) alla riforma dell’articolo 41 bis dell’ergastolo ostativo che avrebbe tolto dal regime ostativo i reati contro la Pubblica Amministrazione (PA) e modificando l’equiparazione dei reati contro la PA a quelli di mafia e terrorismo (introdotta con la Spazzacorrotti a inizio 2019).

Il Parlamento è stato sollecitato dalla Consulta per intervenire anche sulle attuali regole dell‘articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, in quanto non permettono la “liberazione condizionale” (sospensione della pena detentiva: vi si può far ricorso quando ne sia stata scontata una congrua parte) se l’internato per reati di mafia – anche dopo ventisei anni di pena scontata – non collabora con la giustizia. Anche la Corte di Strasburgo boccia la norma: lo Stato non può imporre il carcere a vita ai condannati solamente sulla base della loro decisione di non collaborare con la giustizia.

Approfondendo la questione però, la collaborazione con i magistrati risulta non essere comunque abbastanza per la valutazione del distacco dall’organizzazione mafiosa.

Ci sono stati casi di false collaborazioni da parte di chi non aveva affatto abbandonato l’organizzazione. È vero che stiamo parlando di diritti di libertà, ma ci dev’essere sempre un bilanciamento tra valori costituzionali, e qui — lo ripeto — ci sono in ballo anche ragioni di sicurezza legate alla specificità del fenomeno mafioso. Non a caso, nella sua storia, la giurisprudenza della Corte ha lasciato in vita norme ai limiti della tollerabilità costituzionale proprio in ragione della peculiarità di quel fenomeno criminale,

ha confermato il presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato.

Il commento di Giuliano Amato, Presidente della Corte costituzionale

16 maggio 2022, Corriere della Sera, l’intervista di Giovanni Bianconi titola “Giuliano Amato: «La Consulta è obbligata a rispettare il Parlamento. Sulla mafia è legittimo avere leggi più severe»“.

Abbiamo già dichiarato incostituzionale il diniego automatico dei permessi ai condannati che non hanno collaborato – afferma il Presidente della Corte costituzionale italiana dal 2022, Giuliano Amato -. Nel caso della liberazione condizionale, invece, spetta al Parlamento stabilire se e come regolarla, tenendo conto della maggiore severità che caratterizza la disciplina dei reati di mafia.

Amato sembra sottolineare non troppo velatamente, in questa sua intervista, la sua preoccupazione riguardante una parificazione fra i condannati per mafia a quelli per altri reati in relazione alla concessione dei benefici: “La liberazione condizionale non è un diritto assoluto, il detenuto può chiederla a determinate condizioni fissate dalla legge”. Riprendendo la famosa citazione di Gian Carlo Caselli, secondo cui il legame di un’organizzazione mafiosa è più stabile del matrimonio, il Presidente della Corte ritiene che sia legittimo stabilire differenze tra le condizioni previste per un criminale comune e quelle per un membro di un’organizzazione mafiosa, proprio in virtù della loro “fede”.

Dal Maxiprocesso al “pizzo”

L’ergastolo ostativo deriva dal Maxiprocesso di Palermo (1986-1992) inerente a crimini quali: omicidio, traffico di stupefacenti, estorsione, associazione mafiosa ecc. Questo processo penale si tenne a Palermo per i crimini di mafia, e l’organizzazione criminale imputata fu Cosa Nostra.

Il nome deriva dalle proporzioni del processo: in primo grado gli imputati furono 475, anche se poi il numero scese a 460 nel corso del processo. Il processo di primo grado si concluse con quasi venti ergastoli e pene detentive per un totale di poco meno di tremila anni di reclusione. A seguito di un complesso iter processuale, tali condanne furono poi quasi tutte confermate dalla Cassazione.

Amato divenne Presidente del Consiglio nel 1992, proprio quando il Parlamento adottò l’ergastolo ostativo. Era l’indomani della strage di Capaci (l’uccisione del magistrato antimafia Giovanni Falcone e degli agenti della scorta). Il commento di Amato:

L’uccisione di Falcone portò all’immediata elezione di Scalfaro al Quirinale e quella di Borsellino, avvenuta mentre da neopresidente del Consiglio ero impegnato a tempo pieno sulla crisi economica, ripropose in maniera traumatica la questione irrisolta della mafia. Trent’anni dopo ci siamo ancora dentro, e la Corte ne è pienamente consapevole come dimostra la vicenda dell’ergastolo ostativo. L’antimafia ha fatto grandi passi avanti da allora, ma se ancora oggi ci sono imprenditori che subiscono attentati se non pagano il “pizzo” significa che la strada è lunga, e temo non finirà nemmeno il giorno in cui sarà catturato Matteo Messina Denaro.

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