Carceri

Il dramma delle carceri italiane: cosa si può migliorare?

Una permanenza in carcere non è certamente quello che i più considererebbero un soggiorno desiderabile. Ma, pur nella generale impopolarità dell’alloggio, c’è da dire che esistono carceri e carceri: un conto è essere detenuti presso Halden, in Norvegia, dove i prigionieri possono cucinare, giocare alla PlayStation, rilassarsi e dormire su letti confortevoli; un conto ben diverso è essere rinchiusi nel mezzo dei traffici di armi e stupefacenti che ogni giorno alimentano il clima di violenza nella prigione La Modelo, in Colombia. Tra questi due estremi, rispettivamente il paradiso e l’inferno della carcerazione, c’è un lungo purgatorio di esperienze carceriere più o meno funzionanti, più o meno efficaci, più o meno in grado di non venir meno a quella norma piuttosto assodata che è la capacità di riconoscere ad ogni persona, anche quando ha sbagliato, il diritto di un essere umano.

In questa lunga lista di prigioni mediocri, in un punto abbastanza basso del purgatorio, si inserisce anche il sistema carcerario italiano, che nel corso dei decenni ha accumulato critiche, denunce, episodi paradigmatici che ne svelano lo scorretto funzionamento.

La recidiva

Tanto per cominciare: in Italia sette detenuti su dieci tornano in prigione dopo aver riottenuto la libertà. Il problema della recidiva tra i carcerati italiani sembrerebbe a primo sguardo un problema personale dei detenuti stessi: che colpa ne ha il carcere se il suo prigioniero reitera il medesimo reato per cui era già stato sbattuto dentro una volta?

In realtà la recidiva è un vero e proprio fallimento per un sistema carcerario che si propone, in teoria, di favorire il reinserimento dei propri detenuti nella società. Ed è un fallimento ancora più grande quando, statistiche alla mano, le probabilità di recidiva si alzano all’aumentare del sovraffollamento delle strutture detentive. Secondo Will Italia ci sarebbe infatti una correlazione tra i numeri troppo elevati di detenuti nelle carceri italiane e il rischio di commettere nuovamente lo stesso reato per cui si è stati giudicati colpevoli una volta.

Il sovraffollamento crea difficoltà nella gestione umana dei prigionieri, contribuendo a generare situazioni di vita degradanti all’interno del carcere che vanno a braccetto con la mancata attuazione dei programmi di reinserimento nella società. Una possibile soluzione sarebbe quella di ricorrere più spesso a misure detentive alternative, come i domiciliari o i servizi per la comunità, in modo da alleggerire la pressione sulle carceri troppo affollate. I dati parlano a favore di questa proposta: il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria sottolinea come i casi di recidiva tra coloro che abbiano subito metodi di detenzione alternativa scendono drasticamente al 19%, a fronte di un buon 68% tra chi ha ottenuto l’incarcerazione classica.

Una voce di denuncia

Nel 2020 Dana Lauriola, attivista No Tav, fu prelevata dalla sua abitazione di Bussoleno, in provincia di Torino, per scontare la pena di due anni ottenuta a seguito di una manifestazione di protesta contro la costruzione dell’Alta Velocità in Val di Susa. Al di là della contestabile severità del tribunale di Torino nella valutazione della condotta di Lauriola, l’esperienza della giovane attivista No Tav aiuta a mettere in luce alcune grosse lacune del sistema carcerario italiano.

In un’intervista rilasciata a Propaganda Live Lauriola si era espressa sulla difficile condizione dei detenuti del carcere Le Vallette nel contesto della diffusione incontrollata del Covid-19. Nel settembre 2020, quando Lauriola fu condotta in carcere, l’Italia si trovava nel pieno della pandemia e le prigioni, affollate e poco controllate, costituivano delle camere a gas per i detenuti, tremendamente esposti al contagio.

Ma la denuncia di Lauriola non coinvolge soltanto la  gestione del Covid: celle minuscole (due metri per quattro, arredi inclusi) fanno da casa a due o più carcerati, il meccanismo carcerario è soffocantemente normato in ogni momento della giornata, i comportamenti poco rispettosi nei confronti di tutti i detenuti sono all’ordine del giorno. “In carcere non c’è nulla di dovuto” affermò con amarezza Lauriola nel corso dell’intervista, “tutto è concesso, comprese le visite dei parenti. Avevamo diritto appena a sei ore di colloquio mensili, ottenute tra l’altro solo dopo uno sciopero della fame da parte dei detenuti.

Dalle parole di Dana Lauriola emerge la drammaticità di un sistema carcerario che svilisce il detenuto, a malapena riconoscendogli i diritti alla base del vivere civile.

L’emblematico caso Cucchi

La voce dell’attivista No Tav non è certamente l’unica ad essersi fatta sentire nel panorama della denuncia al mancato funzionamento delle prigioni italiane. Testimonianza di irriducibile importanza sul tema è certamente quella di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi, imprigionato nel carcere di Regina Coeli a Roma e morto dopo essere stato trasferito nel reparto detenuti dell’ospedale Fatebenefratelli. Portava sul corpo evidenti segni di colluttazione, aveva una mascella fratturata e pesava soltanto 37 chilogrammi.

Grazie soprattutto al coraggio della famiglia Cucchi furono avviate delle indagini sul personale carcerario del Regina Coeli, fin dall’inizio impegnato a negare qualsivoglia coinvolgimento con la morte del trentunenne romano, imputata – falsamente – all’anoressia, alla dipendenza dalla droga e a un’inventata sieropositività.

Pestaggio, violenza psicologica, deliberata sottovalutazione delle condizioni fisiche del detenuto, abbandono terapeutico e infamia sulla sua memoria: questa è l’immagine che il sistema carcerario italiano ha dato di sé attraverso il tragico caso Cucchi. E se la condanna dei poliziotti implicati nel pestaggio ristabilisce un qualche ordine di giustizia, rimane indelebile l’effige del corpo martoriato di Stefano, denuncia innegabile della violenza che sopravvive in molte carceri italiane.

Violenza ribadita anche dal caso della prigione di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Nel 2019 si conclusero le indagini che individuarono i responsabili di veri e propri atti di tortura nel confronti dei detenuti. Non c’è certo da stupirsi se i prigionieri, sottoposti a questo continuo clima di violenza e svilimento personale, non maturino un rinnovato rispetto verso le istituzioni statali.

Un caso virtuoso e possibilità per il futuro

Ma il sistema carcerario italiano possiede al suo interno alcuni esempi virtuosi da cui trarre ispirazione per migliorare le situazioni più critiche di alcune strutture penitenziarie. Il carcere di Bollate a Milano, per citarne uno, si è distinto grazie al bassissimo tasso di recidiva, che si attesta intorno al 18%, circa un quarto della media nazionale. Questo valore molto positivo si mantiene grazie a una capillare attività di reinserimento, attuata tramite un servizio di call center, lo smart working interno al carcere e un ristorante gestito dai detenuti.

Il carcere di Bollate ci insegna che la scommessa di un sistema penitenziario efficiente passa in primis attraverso i programmi di reintegrazione nella comunità, che contemplino anche una valorizzazione professionale del detenuto. In quest’ottica suonano ridicoli gli appena 132,9 milioni destinati alla ristrutturazione delle strutture carcerarie italiane inclusi nel PNRR: soldi insufficienti e mal finalizzati, che rischiano di appiattire il dramma dei detenuti a una semplice questione di spazi. È vero che le strutture insufficienti, che costringono al sovraffollamento, costituiscono un problema delle prigioni italiane, ma una riforma che funzioni deve necessariamente tener conto di una più completa rivisitazione dei metodi detentivi, trasformando l’esempio positivo di Bollate nella regola e non in una sporadica eccezione virtuosa.

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