Quando l’aborto chiede nuovi elettori

Gli Stati Uniti ridimensionano il diritto all’aborto: ora toccherà agli stati federali decidere autonomamente tempi e procedure. Nel frattempo nel resto nel mondo, Italia compresa, sempre più ostacoli e restrizioni limitano un diritto fondamentale: l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza.

La “nata sbagliata”

In poche settimane abbiamo assistito al dibattito politico che si è creato negli Usa a proposito del diritto all’aborto. L’allarme è scattato il 3 maggio quando su «Politico» è apparsa la bozza di un documento ufficiale firmato da uno dei nove giudici della Corte Suprema americana, Sauel Alito, conservatore, che ha espresso l’interesse di bloccare la storica sentenza Roe v. Wade del 1973, goffamente definita “nata sbagliata”. Il 12 maggio la conferma del Senato: non sarà legge. Dopo cinquant’anni in cui l’aborto era legale a livello federale, i senatori repubblicani – più un democratico – hanno votato contro. Adesso ciascuno Stato potrà regolarsi con autonomia e, di fatto, in quelli governati dal partito Repubblicano l’interruzione di gravidanza è e sarà fortemente limitata. Oggi sono già ventidue gli Stati che hanno adottato legislazioni molto restrittive, come il Texas e più di recente l’Oklahoma.

Intanto Gucci ha espresso l’intenzione di pagare le spese di viaggio alle dipendenti americane costrette a trasferirsi per abortire.

Tutto il mondo è paese

L’interruzione di gravidanza volontaria (Igv) non è una procedura medica – non soltanto –, ma un campo di battaglia, una trincea lunga quanto l’intero pianeta. Non di rado si contano morti e feriti. In queste settimane la guerra in Ucraina ci racconta di numerose donne vittime di stupri da parte dei soldati russi – e non solo. Chi riesce a fuggire cerca asilo in Polonia ma deve fare i conti con un sistema politico restrittivo. La legge polacca consente alle donne di interrompere una gravidanza solo in rarissimi casi: salute, incesto, stupro – e solo dietro accertamento di un magistrato. Ma come garantire questa possibilità in tempi di guerra, quando si fugge dalle proprie abitazioni e non si conosce l’identità del colpevole?

La repressione continua anche altrove: è di queste settimana la notizia dal Paese centroamericano di El salvador, dove la legge vieta qualsiasi interruzione. Una donna è stata condannata a trent’anni di carcere per aver avuto un aborto spontaneo. Amnesty International sta tentando un dialogo con il governo.

In molti altri Paesi l’aborto è stato legalizzato ma le forze ostruzioniste di medici, infermieri nonché del sistema giudiziario sono sempre all’erta: in Argentina l’aborto è legale dal 2020 ma il caso della dottoressa Miranda Ruiz rivela altre difficoltà.

Il Center for Reproductive Rights offre una panoramica mondiale sulla situazione dell’aborto nel mondo.

In Italia, un diritto?

In Italia la possibilità di abortire è favorita dalla legge 194 del 1978. Se sulla carta tutto sembra semplice in realtà esistono molte interferenze e ostacoli. “La 194 infatti si apre con la dichiarazione sulla tutela della maternità e non parla quasi mai di diritti della donna, di scelta, di autodeterminazione” spiega Vittoria Loffi, coordinatrice della campagna «Libera di Abortire MA» in una intervista per «Palinsesto Femminista». In Italia “le persone che desiderano accedere a un’interruzione volontaria di gravidanza possono provarci ma ci sono una serie di ostacoli legislativi, culturali e morali”. Anzitutto scoraggia la percentuale di ginecologi che esercita obiezione di coscienzasette su dieci in tutta Italia, a cui si aggiunge il numero di obiettori anestesisti (46%) e quello di infermieri e operatori socio-sanitari (42%). Sono numerose le testimonianze (raccolte da «L’Espresso») di procedure sanitarie mal eseguite in cui il personale medico, piuttosto che aiutare e rendere meno traumatico il percorso, sembra voler punire e stigmatizzare chi sceglie una Igv. Del resto è nel reparto maternità che avvengono le operazioni.

Un denso vademecum è stato pubblicato da «Libera di Abortire» per offrire informazioni chiare su diritti, procedure e modalità, e per non lasciarsi scoraggiare o intimidire da chi la pensa diversamente. Oltre all’apparato burocratico e agli obiettori di coscienza, infatti, l’accesso a una Igv è ostacolato dal lavoro indefesso di numerose organizzazioni pro-life (anti-aborto) che spesso si legano con le amministrazioni dei consultori o con le strutture ospedaliere nel tentativo di interferire nella scelta, dissuadendo con discorsi e dépliant, o addirittura facendo richiesta d’accesso ai così detti “rifiuti sanitari”.

L’esperienza di Francesco Tolino è indicativa. Nell’inchiesta de «L’Espresso» “In nome di tutte” racconta che dopo l’Ivg ha trovato presso il cimitero Flaminio di Roma una piccola croce che riportava il suo nome. Ma non è stata l’unica: si tratta infatti di una prassi istituzionalizzata. I cimiteri dei feti da più di vent’anni vengono gestiti dall’Associazione cattolica Difendere la Vita con Maria (Advm) che agisce su tutto il territorio nazionale e conta oltre tremila associati e sessanta sedi locali. “Con soli 20 euro puoi sostenere il costo del seppellimento di un bambino non nato” riporta il sito.

In Italia la possibilità di abortire è concessa, ma non si tratta di un diritto. Lo stigma e la vergogna sociale cercano, ancora, di soffocarne la libertà.

Basta sensi di colpa

Perché sembra essere così difficile permettere alle donne di gestire il proprio corpo?

L’aborto è un incrocio trafficato. Ambizioni politiche, procedure giuridiche, ortodossia religiosa, opinioni morali e, non ultimi, diritti umani si scontrano per aggiudicarsi la precedenza. Ma si tratta del corpo delle donne, non di una piazza pubblica; un corpo intrinsecamente prezioso, generativo, dall’alto valore sociale.

Come mostra (nuovamente) il dibattito negli Stati Uniti, la politica trasforma i corpi in strumento di campagna elettorale. L’esito della votazione era prevedibile. L’intenzione dei Democratici era costringere gli oppositori a prendere una posizione esplicita e denunciarsi all’elettorato in vista delle elezioni di metà mandato che rinnovano Camera e Senato. Biden raccomanda ai cittadini “più senatori pro-scelta in novembre”.

L’aborto resta ingabbiato nelle strutture di potere del patriarcato. A chi possiede un utero viene negata la possibilità di rinunciare al ruolo riproduttivo, un ruolo biologico che la cultura, dall’alba dei tempi, ha trasformato in dovere coniugale e sociale – ridimensionando l’intera esistenza femminile alla dimensione domestica.

I motivi per cui una persona decide di abortire sono numerosi e sempre diversi, perché qualcun altro dovrebbe decidere per lei?

IGV in TV

Del resto il tabù dell’aborto è rimpinzato di luoghi comuni. I prodotti mediatici offrono spunti di riflessione per comprendere da quali tasselli è composto il puzzle culturale. Nel 2018 la saga di Don Matteo, il mite parroco alleato delle forze dell’ordine, aveva affrontato la questione nell’episodio “L’errore più bello” in prima serata. Un’immagine chiara che mostra con quali giudizi e luoghi comuni si rappresenta l’aborto.

Sui media internazionali indaga Abortion Onscreen che, scovando queste rappresentazioni culturali attraverso i media, denuncia le modalità narrative, il perenne dramma che accompagna la scelta e che mostra le donne coinvolte come giovani sprovvedute, incoscienti e incapaci di decidere con determinazione. Ma è davvero così?

IGV, ho abortito e sto benissimo è un gruppo di donne e soggetti LGBT che si occupa proprio di sovvertire questo automatismo culturale e riformulare l’esperienza dell’aborto non come “una tragedia da cui è impossibile riprendersi, un trauma sistematico” ma una decisione senza conflitti e vergogna e, soprattutto, senza sensi di colpa.

 

CREDITS
Copertina: Marta Fej, Nella questione del parto non avete voce

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