L'età dell'innocenza

L’età dell’innocenza di Edith Wharton: raccontare la solitudine

L’età dell’innocenza è un romanzo del 1920 della scrittrice statunitense Edith Wharton, grazie al quale vinse nel 1921 il premio Pulitzer, assegnato a una donna per la prima volta.
La vicenda si svolge nel mondo dell’alta borghesia newyorkese degli anni settanta del XIX secolo, e vede come protagonista il giovane e brillante avvocato Newland Archer, che, nonostante sia fidanzato con May Welland, si innamora della cugina di May, la contessa Ellen Olenska, fuggita da un marito violento e infedele.

età dell'innocenza
Edith Wharton

New York prima 

Non appena il romanzo uscì ebbe un immediato successo: merito sicuramente del tono ironico e sferzante di Wharton, ma soprattutto del ritratto che aveva fatto della New York della cosiddetta Gilded Age. Edith Wharton era riuscita a dipingere in modo conciso ma coinvolgente la metropoli di appena cinquant’anni prima, una metropoli relativamente recente dal punto di vista cronologico, ma lontana anni luce per tutto il resto. L’età dell’innocenza riportò i lettori in una New York raffinata ed elegante, ma incredibilmente statica e ripetitiva: le persone si spostano in carrozza da una via all’altra della città, le famiglie si susseguono sempre uguali da generazioni, tutti si conoscono, sanno tutto di tutti, e aspettano ogni anno la prima all’Opera, come fossero rituali ciclici e primigeni.

New York dopo

Si tratta quindi di una vera e propria aristocrazia immobiliare che, ancorata alle proprie convinzioni, non concepisce alcun mondo al di fuori del loro. Eppure questo mondo esiste, evolve, e rischia di lasciarli indietro. Il romanzo dunque è una spietata critica alla convenzionalità e all’ipocrisia dell’alta società newyorchese: di tutto ciò, infatti, alla fine del libro, non restano che ombre e fantasmi, e “le gambe veloci di un fattorino con una divisa dai bottoni scintillanti” sono sparite, sostituite dalle telefonate interurbane, e spariti sono i valori di una società futile e effimera.

Ipocrisia e solitudine

L’età dell’innocenza racconta la solitudine. L’ipocrisia è il sommo valore che sembra muovere tutte le dinamiche di questo microcosmo. Archer è un ingranaggio del macchinario, e vive la sua vita plasmata dalle abitudini e dalle aspettative sociali, finché non incontra Ellen. Le loro vicende si intrecciano quando Archer è spinto dalla famiglia Welland a dissuadere la donna dal suo desiderio di divorziare dal conte Olenski. Il divorzio, infatti, sebbene sia legalmente permesso, è considerato socialmente inaccettabile. Archer riesce a cogliere l’ipocrisia in cui è immerso e prova ammirazione nei confronti della contessa Olenska, che, facendosi beffe della società, riesce a vivere in maniera schietta e seguendo valori più sinceri. Quando Archer la esorta a non ignorare i suggerimenti della sua famiglia che vuole solo il suo bene, lei scoppia in lacrime:

La vera solitudine è vivere in mezzo a tutte queste persone gentili che ti chiedono solo di fingere!

Salvare le apparenze

Ellen sa che la gentilezza dei suoi familiari è solo per salvare le apparenze, perché, anche se darebbe a lei la libertà, il suo divorzio porterebbe invece disonore alla famiglia. Archer non può che essere impressionato dalla sua sincerità. Infatti prova per lei un’ammirazione profonda, finché questa muta velocemente in un sentimento sempre più intenso. La sua scoperta è una rivelazione per Archer: realizza improvvisamente cosa significhi vivere con intensità ed essere presenti nella propria vita, dopo tanti anni vissuti come se fosse assopito.

Desolazione e rovina

Il dramma incomincia quando Ellen gli chiede di tornare a essere la persona assente di prima, e lui realizza l’impossibilità del loro amore:

Aveva conosciuto l’amore che si nutre di carezze e che a sua volta le nutre; ma questa passione cui si sentiva vicino più che al suo corpo non poteva essere placata con superficialità. Il suo unico terrore era quello di fare qualcosa che avrebbe cancellato il suono e l’impressione delle parole di lei; e la sua unica preoccupazione era quella di dover tornare a essere completamente solo.
Dopo un istante fu sopraffatto da un senso di desolazione e di rovina. Erano lì, vicini e al sicuro e al chiuso; e tuttavia talmente incatenati ai loro destini disgiunti che avrebbero potuto trovarsi in due diverse metà del mondo.

Assenza 

Il destino di solitudine e desolazione di Archer si avvera quando, dopo aver sposato May, Ellen lascia improvvisamente New York senza alcuna apparente spiegazione. È la stessa May a darla, annunciando ad Archer di aspettare un figlio da lui, e di averlo rivelato poco prima ad Ellen. Archer realizza così che May non è affatto l’innocua e ingenua ragazza che lui pensava e che la società si aspettava, così come Ellen, ritenuta una donna priva di moralità, rinuncia deliberatamente alla sua felicità per non minacciare l’integrità di una famiglia che sta nascendo.

Torpore

Così, anche Archer ritorna alla sua assenza e al suo torpore:

Assente…ecco come si sentiva: così assente rispetto a tutto quel che era concretamente reale e vicino alle persone che gli stavano attorno che talvolta si meravigliava che lo credessero ancora tra loro.

Da questo torpore Archer è assorbito per il resto della sua vita. L’ultimo tentativo di cambiamento viene stroncato sul nascere nella biblioteca, che da luogo privato e personale si trasforma nel suo sarcofago quando May blocca la sua intenzione di viaggiare comunicandogli l’arrivo del loro primogenito. Archer non ha più via di fuga, e accetta di recitare la parte che la società gli ha impartito; egli rimarrà infatti un uomo all’antica a tutti gli effetti, anche mentre il mondo è velocemente andato avanti.

La biblioteca

Nell’ultimo capitolo, grazie a una brusca ellissi temporale, Wharton catapulta il lettore nella New York del Ventesimo secolo, ritraendo un Archer circondato dal ricevitore del telefono e dalle fotografie di famiglia, ma dallo spirito rimasto sostanzialmente uguale. La vita gli è scivolata fra le dita, l’ha osservata scorrere all’interno della biblioteca. É Archer stesso ad affermarlo: “era la stanza in cui era accaduta la maggior parte delle cose reali della sua vita”. In biblioteca riceve la notizia della nascita del suo primogenito e in biblioteca lui e May decidono del futuro dei loro figli. Se le “cose reali” della vita sono accadute in biblioteca, la vita trascorsa fuori è stata dunque irreale, come se Archer fosse stato addormentato per tutto il tempo.

Conclusione

L’età dell’innocenza dunque racconta la solitudine, il rimpianto e l’inesorabile scorrere del tempo. Così come la vecchia aristocrazia newyorchese viene spazzata via dall’arrivo del Ventesimo secolo, così Archer non riesce più a scuotersi di dosso il torpore dell’abitudine e di un certo senso di sacrificio, anche quando il figlio, morta May, gli offre l’occasione di recuperare la felicità perduta andando a trovare Ellen a Parigi. I tempi sono cambiati, e non c’è niente a frapporsi fra Archer ed Ellen, eccetto Archer stesso, che continua a compiacersi di identificarsi con l’uomo d’altri tempi che sacrifica la propria felicità per bontà d’animo e per amore della moglie e dei figli.


FONTI

Edith Wharton, L’età dell’innocenza, Feltrinelli, 2017

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.