pornografia

Quanta disuguaglianza di genere c’è nella pornografia?

Una delle scoperte più consistenti degli studi sulla pornografia fino ad oggi è che esiste un divario considerevole tra uomini e donne quando si tratta del loro uso personale e dell’accettazione della pornografia come prodotto di cui usufruire. Questo divario pornografico solleva una serie di domande sui modelli e sulle dinamiche relazionali che sorgono tra uomini e donne, come per esempio l’influenza dei diversi valori culturali sulla nozione di mascolinità e il loro impatto sul benessere della sessualità.

Le etichette di femminilità e mascolinità hanno infatti un’influenza significativa sulle percezioni e sui comportamenti dei singoli individui, soprattutto nella società occidentale dove gli stereotipi di genere giocano un ruolo costitutivo. Sebbene negli ultimi anni i cambiamenti sociali abbiano liberato in una certa misura le donne dai vincoli sostenuti dai ruoli di genere e le norme tradizionali non siano così restrittive come una volta, persiste ancora in larga misura lo stigma e l’aspettativa del “le brave ragazze non lo fanno“, e se lo fanno, devono sentirsi colpevoli e vergognarsene.

Nata dalla vergogna

Lo slut-shaming, l’esposizione pubblica e la vergogna degli individui per il loro comportamento o la loro storia sessuale, è un fenomeno diffuso soprattutto su Internet e sui diversi social che colpisce principalmente le donne e troppo spesso porta con sé esiti tragici. “L’umiliazione da sgualdrina” non è però una novità, ma una forma di soppressione culturale della sessualità femminile praticata fin dall’antichità attraverso cui si categorizzava una donna come santa o meretrice.

Al centro di questo giudizio polarizzato si è trovata nel 2013 Júlia Rebeca, una diciassettenne brasiliana che con un tweet ha dato l’addio e lasciato delle scuse ai suoi genitori: “Ho paura ma penso che questo addio sia per sempre“. I media brasiliani hanno riferito che, prima del suicidio, era stato diffuso su Internet un video di Júlia impegnata in atti sessuali e che subito dopo era stato creato un account Instagram intitolato “juliarebecaputa”, con il suggerimento di “bruciare all’inferno“.

Júlia si è vergognata ed è stata messa al rogo online per la sua cosiddetta mancanza di virtù sessuale, ovvero la sua percepita non conformità ai comportamenti sessuali normativi, in questo caso a causa dei suoi atti sessuali con più partner.

Desiderio e controllo

Dentro l’ecosistema della vergogna sessuale, negli ultimi tempi su Internet si è inserito un ulteriore elemento di “minaccia”, il fenomeno dello sextortion, in cui i criminali ricattano le persone, nella maggioranza uomini, per impedire la pubblicazione di immagini intime. In molti casi vengono richiesti soldi, ma anche immagini o video di nudi e atti sessuali. Sono emerse infatti diverse storie di individui indotti a registrarsi mentre compivano atti sessuali prima di essere ricattati.

L’FBI ha recentemente avvertito che il numero di denunce è notevolmente aumentato nella prima metà del 2021. L’agenzia ha infatti ricevuto oltre 16.000 rapporti quest’anno, una tendenza al rialzo esacerbata anche dalla pandemia. L’FBI ha rilevato che la maggior parte delle vittime segnala che il contatto iniziale è reciproco, tuttavia, il truffatore di solito è il primo ad avviare uno scambio di contenuti sessualmente espliciti, incoraggiando così la vittima a seguirlo.

Una volta che la vittima condivide le foto, inizia la campagna di ricatto. Le persone colpite da queste truffe hanno dichiarato di essersi sentite imbarazzate, vergognose e isolate, ed è proprio su questi sentimenti che fanno leva i criminali in questione. Un caso di studio del 2019 su tali vittime mostra che spesso queste entrano in una spirale di disperazione, isolamento sociale e paura perpetua. L’aggravato senso di vergogna e impotenza scoraggia molte vittime dal farsi avanti, temendo che i loro amici e familiari vedano immagini o video destinati solo a occhi privati.

Pornografia, donne e confini

Per molti, la pornografia vendicativa è profondamente legata a questioni più ampie di disuguaglianza di genere e misoginia online. La maggior parte degli stereotipi sulla sessualità derivano infatti dall’assunto che i maschi abbiano bisogni psicologici e sessuali diversi rispetto alle donne e che le differenze tra i sessi siano naturali, così come il predominio maschile.

Ciò riflette la teoria del doppio standard sessuale in cui le donne sono giudicate più duramente degli uomini per comportamenti sessuali comparabili. In base a questa concezione agli uomini è consentito avere molti partner sessuali senza penalità, mentre alle donne è “permesso” di impegnarsi in relazioni sessuali solo quando hanno una relazione amorosa impegnata.

In quest’ottica, il sesso esiste come qualcosa che un uomo fa “per” una donna, dove a quest’ultima è essenzialmente vietato dirigere il proprio piacere sessuale a causa dei rischi di etichettatura. La narrazione più comune è di fatto quella secondo cui gli uomini sono presumibilmente più interessati al sesso e ci si aspetta perciò che assumano il ruolo dominante, mentre le donne sono considerate passive, più difficili da eccitare e devono essere “persuase” a farlo. La donna riveste così il ruolo della “preda” e subisce la vergogna di sentirsi un trofeo sessuale.

Il sentimento del disgusto

In uno studio condotto da Noel Clark presso la Seattle Pacific University molte donne hanno descritto il proprio sentimento legato alla pornografia e alla propria sessualità come qualcosa di disgustoso e interiorizzato, a riprova del fatto che alle donne fin dall’adolescenza viene insegnato a regolare e limitare fortemente la propria eccitazione e desiderio. Questo porta a limitare la comprensione da parte delle donne della propria sessualità e la loro stessa capacità di prendere decisioni in merito al comportamento sessuale che ritengono in linea con i propri valori.

Tali messaggi suggeriscono uno scenario in cui, indipendentemente da come una donna si comporti sessualmente, sarà sempre carente a causa di quel presupposto per cui non può essere sia soddisfatta che rispettata allo stesso tempo. Se le donne sono abituate a ricevere indicazioni contrastanti che giudicano le loro esperienze sessuali come azioni cattive, suggerendo una responsabilità morale del corpo, è quindi probabile che sviluppino maggiormente un sentimento di vergogna e quindi che il loro stesso desiderio sessuale ne risenta.

Questa connotazione morale delle scelte del genere femminile è indicativa di come gli stereotipi impediscano di arrivare a un livello di reale parità e libertà, dove parità non è però esatto sinonimo di uguaglianza. Puntare solo all’uguaglianza significherebbe di fatto semplificare la complessità, negare la specificità del femminile. L’obiettivo della parità richiede invece il riconoscimento del presupposto che la donna è e agisce diversamente dall’uomo e che, allo stesso tempo, ogni donna è diversa da tutte le altre, con i propri singolari desideri e aspettative.

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