Segnale rosa in cinese indicante vagoni per sole donne

Vagoni per sole donne. Andare oltre l’essere pro o contro

Ultimamente si è molto parlato della possibilità di creare dei vagoni per sole donne – chiamati anche vagoni rosa – su vari treni. La proposta, promossa da una petizione disponibile su Change e che ha largamente superato le 43.000 firme, arriva in seguito all’ennesimo caso di stupro ai danni di due ragazze che percorrevano la tratta Milano-Varese con Trenord.

Come si può immaginare, si sono scatenati gli animi e sono emersi moltissimi pareri e punti di vista diversi, tra chi è pro, chi contro e chi non prende una posizione netta a riguardo. Anche sui social e negli ambienti di attivismo, persone facenti parte della stessa comunità si sono ritrovate a esprimere pareri diversi o anche opposti tra loro (di cui abbiamo qui due interessantissimi esempi di attiviste, chi più tendente al pro e chi più critica e tendente al contro).

Il presidente della Regione Lombardia, Fontana, ha immediatamente bocciato l’idea etichettandola come “una sorta di apartheid al contrario”, preferendo un aumento dei controlli, magari con il supporto dell’esercito.

Coloro che appoggiano l’idea dei vagoni rosa lo fanno motivando ciò con un diffuso senso di maggiore sicurezza e puntando sul mutuo aiuto tra donne e sull’autosorveglianza.

Coloro che invece si oppongono all’idea lo fanno spiegando come i vagoni possano essere, al massimo, un mero palliativo momentaneo e non una soluzione. Sottolineano come servirebbero comunque maggiori controlli e diversificati per assicurarsi che le persone vengano smistate correttamente e, soprattutto, si sottolinea come si regredisca in quanto a libertà e diritti, di oltre un secolo, creando una gabbia (rosa, appunto).

La realtà è che, per quanto legittime siano entrambe le posizioni, la situazione è molto più complessa e sfaccettata di un mero essere pro o contro, di un giusto e sbagliato.

Esempi di sperimentazioni per il mondo

Innanzitutto è palese e oggettivo che il problema esista e non sia accettabile. In molti altri Paesi si sta già da tempo sperimentando con vagoni (o corse) per sole donne, anche se i risultati e i dati non mostrano alcun miglioramento a livello sociale.

In India, ad esempio, i cosiddetti Ladies’ Specials, vagoni per sole donne, sono attivi dal 2009 eppure le statistiche evidenziano come le discriminazioni o violenze machiste ai danni delle donne non siano minimamente diminuite, anzi, aumentate. Semplicemente non hanno luogo in quei vagoni. In Brasile anche esistono, ma i controlli sono quasi inesistenti e quindi la divisione non viene propriamente rispettata. Stesso discorso per il Messico.

In alcuni Paesi, come ad esempio lo sciita Iran, la suddivisione sui mezzi è talmente netta che anche le coppie sposate devono sottostare all’obbligo di separarsi. Bisogna anche tener conto che in alcune parti del mondo, soprattutto laddove vige la sha’ria, le divisioni uomo-donna sono dettate da altre ragioni che esulano dalle molestie e dalla sicurezza.

Altri esempi di vagoni per sole donne si trovano in Indonesia dal 2010, negli Emirati Arabi, dove sono anche disponibili taxi per sole donne, o ancora in Egitto dal 2007. Riguardo questi ultimi due Paesi va specificato che il livello di possibilità e qualità di vita tra uomini e donne è estremamente diverso. Negli Emirati Arabi le donne non godono, ancora oggi, degli stessi diritti degli uomini neanche negli ambiti legati alla vita di tutti i giorni e sono effettivamente ritenute cittadine di serie B a tutti gli effetti. L’Egitto vanta ben il 99% di donne che ammette di essere stata molestata per strada o subito una qualche forma di violenza (e di recente ha anche fatto scandalo una pubblicità egiziana per la Citroën, nella quale si utilizza un dispositivo annesso all’automobile per fotografare sconosciute a loro insaputa) e tassi di alfabetizzazione femminile non elevatissimi.

In tempi più recenti è stata avanzata la stessa proposta, da Jeremy Corbyn, in Regno Unito. Anche lì le reazioni sono state miste.

Il fatto che queste misure siano proposte o prese in più parti del mondo evidenzia, purtroppo, un problema grande e reale. Non si tratta solo di prendere un treno o un auto, ma di essere riconosciute, rispettate e tutelate tanto dalla società quanto dallo Stato. Negli Stati Uniti è stata addirittura redatta una guida di buone pratiche per individuare e gestire al meglio le problematiche riscontrate dalle donne sui mezzi. Ad esempio, è stato rilevato come la percezione di sicurezza di determinati mezzi pubblici possa spingere o dissuadere le donne dal loro utilizzo. È risultato, inoltre, come trovare mezzi vuoti o deserti possa aumentare il senso di ansia e insicurezza. Sempre stando a suddetto studio le donne più anziane si sentirebbero meno al sicuro rispetto alle più giovani e altrettanto per le donne meno abbienti, nere o appartenenti a minoranze etniche rispetto alle loro omologhe bianche e benestanti.

Molte delle persone che si sono opposte ai vagoni rosa l’hanno fatto additandoli come una misura ipocrita figlia del pinkwashing, utilizzata solo per ripulirsi la coscienza senza attivamente fare nulla. Viaggiare sicure qualche ora o minuto in treno per poi dover affrontare paura e pericolo per le strade, sul posto di lavoro, con gli amici o spesso anche dentro casa non significa aver raggiunto la parità, bensì è il segnale di quanta strada ancora ci sia da fare e di come il problema dei mezzi sia solo il sintomo di una ben più grande malattia chiamata patriarcato.

Andare oltre la polarizzazione di giusto o sbagliato

Da una parte è effettivamente ingiusto costringere le donne ad isolarsi – per quanto si sentirebbero effettivamente più al sicuro – perché non si è saputo e non si è voluto educare gli uomini e la società patriarcale che dà loro supporto. È l’ennesima forma di victim blaming, in un certo senso, dove sono le vittime (o potenziali tali) a doversi risolvere il problema e supportare a vicenda.

È anche comprensibile che molte persone, al leggere della proposta di vagoni per sole donne, l’abbiano etichettata come una proposta anacronistica che riporta le battaglie per i pari diritti e per l’emancipazione indietro di un secolo. È vero. Ma allo stesso tempo bisogna anche prendere atto del fatto che le donne continueranno a prendere i mezzi, volenti o nolenti. Il potersi permettere di cambiare linea, orario, mezzo o smettere di fare la pendolare non è un privilegio che tutte hanno. Sono soprattutto le più svantaggiate a non potersi permettere questo lusso, chi per motivi economici, chi di studio, lavoro o salute. E nel mentre che si aspetta un cambiamento della società e degli uomini queste donne devono continuare ad essere molestate o stuprate mentre sono in viaggio?

La proposta dei vagoni, per quanto parziale e infelice, è un sollievo momentaneo per chi altre scelte non ha. Una piccola, triste tutela in più per far capire a queste persone che non sono né dimenticate né invisibili.

Altre problematiche connesse a questa proposta, di cui ancora poco si è parlato, sono le seguenti: chi e come effettuerà i controlli? Le coppie uomo/donna cosa faranno? Le madri con minori o anziani o persone che hanno bisogno di supporto? Le persone non binarie?

Fontana aveva proposto di aumentare i controlli con la collaborazione dell’esercito, ma si tratterebbe di emulare la scena di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, in cui i dissennatori salgono a bordo e ispezionano vagone per vagone? Gli uomini verranno scortati via? Come decidere a quanto dovrebbe ammontare una pena pecuniaria?

Per le persone non binarie questa situazione potrebbe generare o peggiorare la disforia sociale? Le persone AMAB (assigned male at birth, cioè coloro alla cui nascita è stato assegnato il genere maschile) che si presentano in maniera più femminile saranno fermate dai propri documenti e costrette a stare in aree maschili? Stesso discorso per moltissime donne trans che ancora non hanno ottenuto la rettifica dei documenti.

Divisione di spazi e segregazione di genere

La violenza di genere non si combatte aggirando il problema, quindi creando aree e zone di segregazione di genere, però non si può nemmeno lasciare chi ha bisogno al proprio destino. Moltissime sono le donne, la quasi totalità, che condividono tra di loro trucchi e consigli su come spostarsi, di giorno o notte, sui mezzi. Cosa fare o non fare, dove è più sicuro sedersi, come possa essere più conveniente rispondere. Addirittura alle volte si cambia il proprio modo di vestire. Ogni persona dovrebbe godere dello stesso diritto di poter viaggiare liberamente e serenamente, senza dover vivere in un costante stato (giustificato) di allerta.

La segregazione di genere viene definita dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere come le “differenze nei modelli di rappresentanza delle donne e degli uomini nel mercato del lavoro, nella vita pubblica e politica, nel lavoro domestico e di cura non retribuito e nelle possibilità di istruzione delle giovani donne e dei giovani uomini”. La segregazione non può essere né la risposta né la soluzione perché poggia su basi fallaci. Segregare le persone a ruoli e spazi in base all’idea binaria di genere è limitante e, soprattutto, non rispecchia più la realtà dei fatti e le necessità odierne. Spesso le limitazioni sono minime o subdole. Ad esempio rendere difficile l’accesso alle donne ad alcune realtà può essere un ostacolo per molte, ma non per tutte. Purtroppo spesso, questi spazi, sono quelli in cui vengono registrati i maggiori tassi di discriminazioni su basi di genere e molestie, rendendo la vita e il lavoro delle donne presenti un incubo, spesso portandole ad andarsene.

Fa riflettere che nonostante le varie proposte e realizzazioni di questo tipo gli uomini, in massa, non si siano risentiti o vergognati. Costringere metà popolazione a isolarsi non è un motivo di vanto. Per questo bisogna partire con l’educazione sin dalla prima infanzia al rispetto e alla parità, bisogna incrementare le pene laddove sono previste, migliorare sicuramente i controlli, stimolare il senso civico delle persone ed intraprendere un percorso di profonda evoluzione e maturazione sociale, che veda anche lo Stato e le istituzioni tutte come soggetti attivi, pronti a mettersi in discussione, intervenire e migliorare in maniera corposa e non blanda o momentanea. Bisogna avere il coraggio, soprattutto tra uomini e tra coloro in posizioni di potere e privilegio, di farsi avanti e mettersi in prima linea contro queste dinamiche pericolose e patriarcali, perché finora le donne e le altre minoranze ne hanno avuto abbastanza di coraggio, quando volevano solamente avere tempo di godersi un viaggio.

CREDITI:

Copertina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.