The Dinner Party di Judy Chicago: una cena tra sole donne

Dicembre è il mese delle festività, dei ritrovi, del tempo passato in famiglia e tra persone care. Di conseguenza, le cene sono ricorrenze frequenti come momento di condivisione e pretesto per ritrovare persone che si perdono di vista durante l’anno. A livello artistico, l’’immaginario della cena compare numerose volte nella Storia dell’Arte, in particolare nella pittura: si pensi ad esempio a I mangiatori di patate di Vincent Van Gogh, piuttosto che alla più recente Libertà dal bisogno di Norman Rockwell. 

Indiscutibilmente, arte e cena richiamano subito il tema dell’Ultima Cena. Nel corso dei secoli, moltissimi artisti hanno rappresentato Gesù con gli apostoli nell’atto di consumare l’ultimo pasto. È un pilastro della pittura a sfondo religioso, che però racconta anche l’assenza programmatica della figura femminile al banchetto. La tavola rappresenta non solo il luogo in cui è servito il cibo, ma simboleggia il potere di chi ha il prestigio di ascoltare le ultime parole di Gesù. Le donne preparano gli alimenti e la tavola, ma non sono invitate a partecipare al banchetto. 

Ecco perché l’opera scelta da noi per questo mese racconta una cena, ma non una cena qualsiasi: rappresenta l’incontro a tavola di 39 donne, tradizionalmente escluse dalla storia o che hanno dovuto subire forti ingiustizie e discriminazioni da parte della società e degli uomini. L’opera del mese è The Dinner Party di Judy Chicago, una cena tra sole donne. 

Gli anni ’70 e l’arte femminista negli USA 

Judy Chicago (nome d’arte di Judith Cohen) nasce a Chicago nel 1939, e ben presto si trasferisce a Los Angeles, dove studia pittura e scultura alla rinomata UCLA. Fin dalla metà degli anni ’60, Chicago si interessa all’arte femminista: si interroga sulla costante assenza delle donne negli archivi della storia. È il decennio che incentiva una maggiore consapevolezza sulla libertà delle donne, che si svincolano dal prefissato ruolo di mogli e madri e lottano per i pari diritti.

Nel 1971, insieme alla collega Miriam Shapiro, Judy Chicago sviluppa il Programma d’Arte Femminista CalArts al California Institute of the Arts. Lo spazio si prefigge l’obiettivo si supportare artiste donne attraverso spazi, mostre e rassegne, anche in maniera critica e combattiva. L’artista di Chicago, dunque, tutta la sua carriera artistica tratta temi femministi attraverso grandi opere: sono opere epiche, installazioni e lavori d’artigianato, che spesso coinvolgono il pubblico e in particolare le donne.

The Dinner Party

L’artista realizza l’opera monumentale tra il 1974 e il 1979, con il supporto e l’aiuto di donne, artiste e non. The Dinner Party si configura come la prima opera epica femminista, volta a raccontare l’esclusione delle donne nella civiltà occidentale. A detta di Chicago, l’opera intende “mettere fine al ciclo continuo di omissioni che hanno escluso le donne dagli archivi della Storia”. È un monumento fatto da donne, per le donne, che ha coinvolto nei cinque anni di produzione oltre 400 persone. Judy Chicago è stata quindi capace di coinvolgere molte persone in una grande opera partecipata, figlia dell’arte partecipata e dei suoi processi di cui vi abbiamo parlato in questo articolo. Dal 2007 l’opera è esposta in maniera permanente al Brooklyn Museum di New York. 

L’installazione si compone di un grande tavolo a forma di triangolo equilatero, con tre ale lunghe 15 metri ciascuna e ospitanti 13 posti a sedere. Il numero 13 non è casuale, siccome si riferisce esplicitamente al numero di presenti all’ultima cena. Ad ogni posto è assegnato un telo ricamato con il nome di una donna celebre e i relativi simboli ad essa accostati. Anche le stoviglie, il tovagliolo, il calice e le posate sono di fattura artigianale e dipinti a mano, con riferimenti iconografici femminili. Molti piatti, ad esempio, rappresentano forme che ricordano la vulva, come la farfalla e il fiore. Il tavolo poggia su un supporto piastrellato, dove 999 piastrelle raccolgono i nomi di altrettante donne che simbolicamente parteciperebbero a questa cena. 

Simbolismo: il triangolo, i numeri, il fiore 

The Dinner Party si può comprendere a pieno solo una volta che tutti i fini dettagli vengono analizzati e apprezzati. Si tratta di una grande sinfonia simbolica, che prende in prestito tutte le immagini artistiche e culturali riferite alla figura femminile, in particolare alla vulva. Si pensi innanzitutto al triangolo, il quale è visto dallo spettatore con la punta rivolta verso il basso, classica forma che rappresenta l’accoglienza dell’utero materno. La forma del triangolo è anche utile ai fini dell’arrangiamento dei posti a tavola: la prima ala presenta figure femminili antiche e preistoriche, la seconda accoglie figure relative al Medioevo e la terza ospita donne dell’epoca moderna. 

In molti casi, i piatti in ceramica sono tridimensionali e, come sopracitato, le loro forme richiamano la vulva, come nel caso del fittizio posto a sedere di Virginia Woolf. Alcune rappresentazioni ricordano poi i dipinti di fiori della pittrice Georgia O’Keeffe, la protagonista dell’ultimo posto a sedere di The Dinner Party. Il piatto pensato per lei dalla Chicago è un tributo alla sua arte floreale, che richiama la capacità riproduttiva dei fiori e l’impollinazione, oltre che l’apparato genitale femminile. 

3 ale, 39 donne

La prima ala del tavolo è quindi dedicata a figure femminili dell’età antica e preistorica, fino alla caduta dell’Impero Romano. In particolare, il decimo posto a sedere della prima ala è occupato da Saffo, poetessa greca vissuta all’incirca tra il 630 e il 570 a.C.

Saffo faceva parte di un’aristocratica famiglia di Lesbo e visse un periodo in Sicilia durante gli scontri politici per il controllo della città. La delicatezza poetica di Saffo è leggendaria: pare addirittura che Platone la considerasse nientemeno che la decima musa. Inoltre, la parola “saffico” deriva dalla lirica e poesia di Saffo. A partire dal XIX secolo infatti, si diffonde la leggenda per cui la poetessa nutrisse attrazione sessuale per le donne e lo trasmettesse nelle sue poesie. Secondo altre fonti tuttavia, le dimostrazioni di amore e affetto ad ambo i generi erano una cosa comune nel contesto sociale e culturale aperto della Grecia antica. 

La seconda ala ha invece come ospite la figura di Artemisia Gentileschi, la cui storia è raccontata in questo articolo. La pittrice di scuola caravaggesca non poteva non rientrare tra le donne celebrate da Judy Chicago. Rinomata pittrice dall’eccezionale talento, subisce uno stupro da parte del suo mentore (e amico del padre) Agostino Tassi. Quest’ultimo rifiuterà poi di sposarla, essendo già sposato.

L’animo artistico e interiore della Gentileschi subisce così un trauma dopo quell’avvenimento e il successivo processo. Una forte carica femminista sgorga perciò dai suoi quadri, in particolare nella sua versione di Giuditta che decapita Oloferne, datata 1612-1613, un anno dopo lo stupro. 

La terza ala si chiude con il banchetto di figure femminili molto note, tra le quali le già nominate Virginia Woolf e Georgia O’ Keeffe. Compaiono anche Elizabeth Blackwell, prima donna ad esercitare la professione medica negli Stati Uniti e Margaret Sanger, pioniera della contraccezione e diritti riproduttivi. 

L’apripista dell’arte femminista

L’opera ha suscitato numerose reazioni, sia positive che negative. Se per alcuni The Dinner Party non è altro che un’oscena rappresentazione, più adatta a una campagna pubblicitaria che a un’opera d’arte, per altri è l’apripista dell’arte femminista. 

The Dinner Party di Judy Chicago va poi contestualizzata nell’epoca in cui è stata prodotta, ovvero gli anni ’70, accompagnati dalla rivoluzionaria volontà di valorizzare il nudo e il corpo femminile. Vista l’opera con gli occhi di oggi, si potrebbe puntualizzare la scarsità di donne non bianche e non eterosessuali, per esempio. È chiaro, però, che ogni opera dev’essere guardata con la lente socio-culturale degli anni in cui è stata realizzata. 

Quest’opera partecipata rappresenta quindi la nostra scelta del mese per valorizzare, in vista delle cene natalizie, un’importante frammento di memoria artistica. È interessante immaginare cosa si sarebbero dette quelle donne se avessero potuto effettivamente sedersi a quel tavolo tutte insieme. Chissà come sarebbe diverso il mondo adesso. 


FONTI

Brooklyn Museum

Feminists: Ritratti di un’epoca, Johanna Demetrakas, Netflix 2018

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