Giornata contro la violenza sulle donne. Facciamo il punto

Il 25 Novembre segna l’annuale ricorrenza della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita il 17 dicembre 1999 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Questa ricorrenza segna anche l’inizio dei “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere” che culminano il 10 dicembre con la Giornata Mondiale dei Diritti Umani. Ovviamente non si tratta di una coincidenza, bensì di una scelta ponderata per sottolineare ulteriormente come la violenza contro le donne costituisca anche una violazione dei diritti umani.

25 novembre
Elina Chauvet

Uno dei simboli di questa giornata è il colore rosso, spesso associato a delle scarpe rosse indossate o esposte durante le manifestazioni, come metafora dei femminicidi e delle tante violenze perpetrate ai danni delle donne. La prima a proporre questo binomio fu l’artista messicana Elina Chauvet con la sua opera Zapatos Rojos nel 2009.

Nella risoluzione delle Nazioni Unite, composta da sei articoli, si definisce nel primo la violenza contro le donne come

“ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata”.

Negli articoli successivi si prosegue elencando esempi di atti di violenza (quali violenza fisica, psicologica o sessuale), i diritti che dovrebbero sempre essere garantiti alle donne, si indica cosa dovrebbero fare gli Stati affinché il problema possa ridursi il più possibile e si suggeriscono misure da intraprendere.

Sebbene questa ricorrenza esista da anni e nonostante il documento sia disponibile in più lingue e ogni anno gli Stati promettano di agire con sempre maggiore fermezza contro ogni violenza di genere, i dati non sono particolarmente incoraggianti.

Alcuni dati recenti

Stando ai dati aggiornati fino al novembre 2021, solo in Italia, sono stati registrati 108 casi di femminicidi.

Purtroppo c’è un problema di misoginia di base, senza risolvere il quale non si potrà raggiungere l’obiettivo della parità di genere, pari opportunità e rispetto. Ad esempio, stando ai dati ISTAT pubblicati nel 2019, preso un campione di popolazione italiana tra i 18 e i 74 anni, circa il 32,5% riteneva che la realizzazione nel mondo lavorativo fosse più importante per gli uomini che per le donne, mentre il 27,9% riteneva che debbano essere gli uomini a provvedere alla famiglia.

Riguardo il tema della violenza nella coppia il 7,4% delle persone ritiene accettabile che l’uomo possa schiaffeggiare o rivalersi sulla propria compagna in caso di flirt o “civetteria” e ben il 17,7% ritiene accettabile che si controlli abitualmente telefono o piattaforme social della propria compagna.

Anche le motivazioni dietro il perché della violenza, stando sempre a suddetta indagine, sono interessanti. Secondo il 77,7% è perché le donne sono considerate un oggetto di proprietà dell’uomo, secondo il 75% perché gli uomini hanno bisogno di sentirsi superiori. Salta subito all’occhio come ci sia un problema culturale di fondo.

Altri dati interessanti sono quelli raccolti dal GMMP (Global Media Monitoring Project), che analizza le rappresentazioni di genere sui vari canali di informazione e media. La media in una giornata tipo è del solo 25% di notizie radio, televisive o web che parlino di donne e solamente il 27% che riguardi gesta o personaggi femminili.

Delle donne si parla poco, spesso per tristi notizie di cronaca o male. Spesso i killer, nella maggioranza dei casi compagni o ex compagni delle vittime, pianificano l’omicidio o lo portano avanti con inaudita violenza e disprezzo della vittima, eppure vengono descritti come “poveri uomini innamorati”, o ancora “padri di famiglia” sempre mossi da inspiegabili “raptus”. Non può essere un raptus quando si è pianificato tutto nei minimi particolari, magari anche in anticipo.

Anche in assenza di pianificazione, non si può parlare di “delitto passionale” o dire “l’ha uccisa per il troppo amore”. Uccidere qualcuno non è amore, è violenza. In questo caso di genere, poiché la donna di turno viene uccisa quando esce dal recinto del volere dell’uomo di turno, che la percepisce come proprio prolungamento o proprietà e non tollera di non poterla controllare.

Una violenza multiforme e poco appariscente

Le donne non vengono solo uccise, praticamente quotidianamente, ma sono soggette anche a moltissimi altri fenomeni di uccisione o mortificazione morale e sociale.

Basti pensare allo slut shaming, al cat calling o al cosiddetto revenge porn – che come fa saggiamente notare Carlotta Vagnoli andrebbe chiamato più correttamente NCII (Non Consensual Intimate Images) – poiché l’idea di revenge, vendetta, implica un qualche fantomatico torto subito.

La portata di questi fenomeni è tale da aver spinto donne a cambiare le proprie abitudini di vita e addirittura lo Stato a inserire il reato di revenge porn.

Spesso le donne in primis faticano ad ammettere che alcuni atteggiamenti e dinamiche, come ad esempio il catcalling, siano forme di violenza, e quindi ad accettarlo.

Stando a una ricerca sulla situazione italiana di Hollaback! assieme alla Cornell University ben il 79% delle donne ha subìto molestie per strada a meno di 17 anni, il 9% aveva meno di 10 anni, oltre 1 su 2 è stata palpeggiata e 2 su 3 seguite per strada. Ancora è presente la sbagliata idea che il catcalling siano innocenti complimenti di dubbio gusto, ma non è così.

Non è così innanzitutto perché non sono graditi dalla stragrande maggioranza delle persone che lo ricevono e poi, cosa ancora più significativa, contribuiscono in maniera esponenziale a non far sentire sicure le donne per strada, sia quando li ricevono, sia sapendo che potrebbero riceverli. Sempre stando a dati ISTAT del 2018 emerge come 8.816.000 donne tra i 14 e 65 anni sono state vittime di molestie sessuali. Questi numeri spiegano il perché moltissime donne abbiano dovuto cambiare abitudini, strade, orari, modo di vestire (e spesso anche di porsi) e non siano sempre ben disposte verso lo sconosciuto di turno, non sapendo chi potrebbe essere e cosa potrebbe fare loro.

Camminare per strada, magari per andare a lavoro, a fare una visita, stanche o dopo che si è avuta una brutta giornata e sentirsi urlare cose spesso volgari e non richieste da sconosciuti, sentirsi fischiare come un tempo si faceva ai cani e il tutto con insistenza è disumanizzante, umiliante e terribilmente spaventoso se ci si trova sole o non si è in grado potenzialmente di difendersi. Come spiegato dalla fumettista Emma Clit nella sua opera Bastava chiedere. Dieci storie di femminismo quotidiano, le basi del catcalling sono estremamente affini a quelle del più classico stupro, con il quale ci si vuole imporre e prendersi, spesso per spregio, ciò che si vuole.

Ancora oggi le donne traumatizzate da questi fenomeni vedono il proprio vissuto sminuito da frasi quali “bhè, se ti fischiano almeno vuol dire che sei bella”, per non parlare di vero e proprio vicitm blaming come“vabbè ma vestita così da quelle parti si poteva immaginare”.

Sebbene moltissime donne denuncino le varie minacce, molestie o comportamenti discriminatori vari, ciò raramente impedisce loro di venir uccise, di vedere le proprie immagini divulgate (magari su enormi gruppi Telegram inneggianti allo stupro) e non si garantisce loro alcuna tutela reale.

Le varie forme di violenza e discriminazione

Le donne vengono pagate meno dei colleghi uomini per via del gender pay gap, le donne trans* corrono addirittura più rischi di venir uccise o stuprate delle donne cis e inoltre spesso non sono tutelate dallo Stato e sono soggette a maggiori discriminazioni. Le donne, ancora, non vengono credute in ambito medico per via dell’health gap, rischiando di portarle a subire sofferenze atroci per anni o addirittura andare incontro alla morte per mancata o errata diagnosi.

Devono vivere nell’ansia e nella paura di spostarsi da sole la notte, di frequentare zone buie, non possono vestirsi come più gradiscono altrimenti “se la sono cercata”, sono sottorappresentate in quasi ogni livello sociale e statale, rischiano di vedere non solo le proprie immagini private ma anche semplicemente i propri volti girare illegalmente e senza consenso su gruppi nei quali vengono augurate loro cose terribili, vengono screditate più facilmente rispetto agli omologhi uomini sul posto di lavoro e, nei rari casi in cui vengono menzionate per ragioni positive (ad esempio l’elezione di Kamala Harris come vicepresidente negli USA) o vengono amichevolmente chiamate per nome, senza lo stesso registro e rispetto dei loro colleghi uomini, o diventano semplicemente “donne”. Una donna diventa preside. Una donna va nello spazio. Una donna diventa CEO. A tal proposito è nata una pagina Instagram, @ladonnaacaso, che raccoglie tutti gli esempi di questo tipo, per sottolineare il divario con le descrizioni per uomini e donne. Costrette a una narrativa sbagliata e negativa e nella migliore delle ipotesi disumanizzante.

Le donne e le questioni che le riguardano sembrano essere percepite come una scocciatura o come non importanti abbastanza da prendere in mano la situazione e agire, sebbene a qualsiasi persona in politica piaccia ergersi a paladino (e qualche volta paladina) dei diritti delle donne, senza mai attivamente fare nulla.

Il brutto esempio della politica

Un esempio lampante si è avuto il 22 novembre 2021 alla Camera, quando la ministra per le Pari Opportunità Elena Bonetti, si è trovata praticamente sola a discutere la mozione contro la violenza sulle donne (erano presenti otto persone su 630 tra deputati e deputate).

In questi casi arriva in automatico la frase “non tutti gli uomini sono / fanno così”, ed è vero, ovviamente. Ma sono abbastanza da aver creato dei fenomeni sociali che necessitino di nomi e tutele legali e statali. Sono abbastanza da essere la maggioranza. Sono abbastanza da costringere le donne a dover stare spessissimo all’erta nelle “tipiche” situazioni di potenziale pericolo, ad esempio in alcuni quartieri o strade di notte, rientrando a casa e abbastanza da aver forgiato una mentalità tale che i titoli dei giornali, i media e le narrative delle questioni femminili siano impregnate di elementi maschili in cui alla fine diventano loro vittime e protagonisti, oscurando nuovamente non solo la donna, ma anche la problematica.

Per questo 25 novembre sarebbe bello vedere più uomini partecipare attivamente, schierandosi apertamente contro la violenza di genere, che sia fisica, psicologica, economica o sessuale. Sarebbe bello avere un’ondata di presa di coscienza dal basso, in cui nei libri scolastici non si trovino più “la mamma cucina e stira” ed “il papà va a lavoro”, in cui non si richieda quasi solo – o comunque più spesso – alle figlie di svolgere faccende domestiche ed essere responsabili e in cui avere il compagno/padre/figlio/fratello che fa le stesse cose non venga percepito come un evento epocale o come un aiuto, dato che l’uso del termine aiutare presupporrebbe che si tratti in realtà del compito delle donne. Sarebbe bello se tutti i termini sessisti e il linguaggio sessista venissero finalmente visti per quel che sono ed evitati, le donne credute quando denunciano, pagate il giusto, ascoltate se stanno male, non inseguite per strada e lasciate libere di vestire come vogliono. Sarebbe bello non avere più la necessità, ancora tristemente pressante, di avere una giornata per chiedere al mondo e agli uomini di lasciar vivere e trattare alla pari l’altra metà della popolazione.

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