Vita di A.G.: un romanzo paradossale di Vjačeslav Staveckij

Vita di A.G. è un romanzo dello scrittore russo Vjačeslav Staveckij, finalista del prestigioso premio letterario Bol’saja Kniga 2019. È stato pubblicato nel 2021 da Francesco Brioschi Editore, nella collana Gli Altri dove si propongono letterature un po’ lontane dal centro. Questa collana si suddivide in filoni differenti a seconda dell’area geografica degli autori, come Iran, Turchia, Russia, Mondo Arabo e Africa.

La parabola esistenziale di uno spietato dittatore: dall’ascesa alla caduta

Si può considerare Vita di A.G. un libro provocatorio che racconta di una dittatura in modo inedito, offrendone una visione tragicomica. È ambientato in un passato distopico, nella Spagna di primo Novecento, sfondo dell’ascesa di Augusto Goffredo Avellaneda de la Gardo. Seguiamo la narrazione della sua esistenza retrospettivamente, quando già siamo a conoscenza della caduta del suo regime e della sua condanna. I piani temporali s’intersecano in un romanzo pieno di colpi di scena e di avvenimenti senza scadere mai nella banalità.

Avellaneda rivive le sue glorie passate, mentre viaggia per la Spagna: è stato deciso che, data l’efferatezza dei suoi crimini e delitti, la morte sarebbe una pena troppo debole. Dunque dovrà vivere e verrà portato di città in città, dove è destinato a essere esposto in una gabbia. La folla si raduna in piazza e funge da coprotagonista nel romanzo le cui reazioni ormai determinano la vita dell’ex-caudillo. Nonostante la prigionia, Avellaneda fa vari incontri: tra questi una bambina dalla quale si illude di aver ricevuto un briciolo di umanità e il violinista Segundo con cui stipula un’intesa artistica. Interagisce con i soldati e tenta il suicidio in vari modi con i metodi più disparati.

Miti dell’infanzia: da caudillo megalomane a clown

Avellaneda è diventato caudillo, ispirato dagli hidalgos-conquistadores del secolo d’oro spagnolo. Era solo un bambino quando leggeva le avventure di Pizarro e Cortés. La sua infanzia però è stata suggestionata anche da uno zio clown e giocoliere, che l’ha istruito e che, con disciplina ferrea, l’ha iniziato a diversi trucchi del mestiere. Così, una volta in gabbia, quello che era stato uno spietato e sanguinario dittatore si trasforma in un clown. In qualunque città la popolazione accorre ad assistere ai suoi numeri di giocoleria e fa così scalpore a tal punto che si iniziano a formulare teorie complottiste: sembra più realistico che sia stato il governo a sostituire il caudillo con un clown.

In realtà trasformandosi in clown Avellaneda muta del tutto concezione di se stesso e questo cambia radicalmente la sua esistenza. Un’illuminazione o una certa maturità di pensiero lo portano a rendersi conto che fino a quel momento ha sempre cercato il consenso e la benevolenza del popolo. Questo è accaduto sia durante il massimo splendore del suo regime, sia durante gli anni prigionia. Ora non è più tenuto a corrispondere a delle aspettative, perché non ha più nessun interesse riguardo a quello che la gente pensa. Non ha più nulla da perdere, non ha più un nome da tenere alto e inizia a vivere bene. Rimane indenne e insensibile alle risate, che non lo toccano più perché le alimenta godendone. Non soffre più della perdita di intimità o del fatto di essere esposto come un “esemplare di dittatore”.

Riconciliazione con un popolo dal quale aveva sempre cercato benevolenza

Forse in una società basata in gran parte sulle apparenze, potremmo ripensare le nostre relazioni con gli altri in questi termini. Potremmo chiederci quanto influisca il loro giudizio o quello che presumiamo sia il loro giudizio sui nostri comportamenti e sul nostro essere. Andare oltre quell’idea che abbiamo o ci siamo costruiti su di noi potrebbe aprirci una via verso la felicità e la libertà. Forse per una volta potremmo disattendere le aspettative degli altri per iniziare a esistere per quello che siamo, non più in funzione di un pubblico o di un’identità costruita.

Nel momento finale, dopo una serie di rivolgimenti politici, Avellaneda si riappacifica con il popolo e accoglie il proprio destino:

Riuscì a girarsi leggermente sulla panca e a vedere gli occhi della gente che circondava il patibolo, occhi in cui per la prima volta dopo lunghi anni non c’erano né odio né scherno, e nemmeno la criminale accondiscendenza che schiaccia più di qualsiasi giudizio. Come faceva un tempo lui con i suoi nemici, lo guardavano senza esultare, addirittura con compassione, una compassione parca, contenuta, ma pronti a portare fino in fondo quello che avevano cominciato.

In quell’istante Augusto Goffredo Avellaneda de la Gardo si riconciliò con il suo popolo. Era felice di morire sapendo che almeno qualcosa da lui l’aveva imparato.

Una prospettiva paradossale, tragicomica e sempre in grado di sorprendere

L’ambientazione di Vita di A.G. non è totalmente fantasia e invenzione: la vicenda individuale di Avellaneda, oltre a condizionare un intero Paese, s’incrocia con la Grande Storia. A tratti emergono eventi riconoscibili. Per esempio, il caudillo finisce per considerare suoi unici amici Hitler e Mussolini, ai quali il romanzo allude con chiarezza senza citarli direttamente. Li incontra in circostanze ben definite, ma che suonano paradossali. Come gran parte del romanzo. Così inizia il colloquio:

Dopo i convenevoli d’obbligo – amichevoli pacche sulle spalle, baci, moine e allusioni ambigue – i due affascinanti dittatori di Germania e Italia si scambiarono un’occhiata, si schiarirono la gola con il pugno davanti alla bocca e, stesa sul tavolo una carta immensa, gli proposero di partecipare alla spartizione del mondo. […]

– Coraggio – disse il tedesco, un Napoleone pallido e magrolino con fare da sergente ma in uniforme da generale. – La resa dei conti è vicina.

– Sì, esatto – confermò l’italiano fregandosi le manine grassocce. – Sarà tutto un parapiglia.

Vita di A.G. si dimostra una lettura sempre in grado di sorprendere con il suo umorismo arguto, ma che talvolta sfocia nella tragedia. La prosa si dipana con uno stile elevato ma non difficile, capace di tratteggiare un universo umano e i personaggi che lo popolano. Talvolta una nota ironica coglie alla sprovvista, ma lo stile e la cadenza del romanzo, che si delinea in un ritmo del tutto specifico, permette di accogliere certe assurdità di cui pullula come accettabili, quasi nella norma.

Avellaneda dovrebbe essere un mostro tremendo, eppure ci appare dotato di una sua umanità a tratti quasi comica.

… E qualche cenno sull’autore

Vjačeslav Staveckij, nato a Rostov nel 1986, è un archeologo, giornalista e alpinista. La rivista «Znamja» ha pubblicato vari suoi racconti ed è stato finalista dei premi Debjut nel 2015 e V.P. Astaf’ev nel 2018. Come romanziere ha esordito con Vita di A.G.


FONTI

Brioschieditore.it

Vjačeslav Staveckij, Vita di A.G., 2021, Francesco Brioschi Editore

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