Condanna a Lucano: se solo la legge funzionasse così bene per tutti

I 13 anni (e 2 mesi) emessi nei confronti di Domenico “Mimmo” Lucano, ex sindaco del borgo di Riace, non hanno tardato a suscitare scosse di incredulità e indignazione non solo in Calabria, bensì in tutta Italia: anche a Milano, venerdì scorso, un gruppo di manifestanti ha esibito uno striscione con l’esortazione “Restiamo umani”.

Le polemiche

La percezione di chi disapprova questa condanna, infatti, è che a essere punito sia un “reato di umanità”, e che l’unica colpa di Lucano sia stata quella di aver dimostrato solidarietà nei confronti degli immigrati che dal 1998 accoglieva in città.

Tuttavia, come ha saggiamente osservato l’ex magistrato Gianrico Carofiglio, “le proteste su sentenze di cui non si conoscono i contenuti rischiano di essere incaute. Non si può dire, del resto, che il giudizio del tribunale di Locri sia stato grossolano: parte delle accuse sono state ritenute inconsistenti e quindi respinte (ad esempio quella di concussione e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina), mentre l’ammontare della condanna è scaturito da calcoli scrupolosi fondati su prove tangibili. “La matematica non è un’opinione, le pene non si stabiliscono a peso” afferma Luigi D’Alessio, procuratore di Locri.

La legge e la giustizia

Molti però non vogliono cedere nemmeno di fronte all’accuratezza legislativa, arrivando ad affermare che a volte bisogna distinguere tra quello che dice la legge e ciò che è veramente giusto: un commento sul caso Lucano pubblicato su «Domani» (n° 269) parla di bivio tra legge e coscienza”, analogamente alla “clamorosa contraddizione tra legge e giustizia” avvistata dal «Manifesto».

La falla di discorsi del genere, tuttavia, è la loro pretesa di confrontare l’oggettività della legge, fissata e stabilita, con quella che è una visione soggettiva dell’idea di giustizia, variabile di persona in persona. Perché se ognuno si mette a inseguire la sua personale percezione del “giusto” a dispetto delle regole sociali, allora poi non ci si può lamentare di fronte a un corteo di neofascisti in processione verso Predappio.

Non ci si dimentichi, d’altronde, che è questo stesso tipo di ragionamento che ha portato il rapper Salmo, lo scorso agosto, a organizzare un concerto illegale sputando in faccia alle norme contro il covid: “mi sono battuto per le mie idee”, questa era stata la giustificazione del cantante, come a rivendicare il diritto del singolo di infrangere una legge in base ai propri gusti.

Le arringhe di chi difende la moralità di Lucano non sono poi tanto diverse. Ma pecca di ideologia chi non si rende conto che, di fronte a un sistema di regole, bisogna rispettarle tutte, dalla prima all’ultima: l’atto di ignorarne una soltanto, e di ritenere giusta la propria trasgressione, finisce per legittimare chiunque a ignorarle tutte quante.

Un grande esempio di savia comprensione di questa tassatività ci è stato offerto, qualche mese fa, da Maria Falcone, che in merito alla liberazione di Giovanni Brusca, l’assassino di suo padre, ha dichiarato: “mi addolora, ma questa è la legge e va rispettata”. Il che non significa che una legge non possa essere cambiata, beninteso; ma il cambiamento deve passare attraverso una proposta, una votazione e un’intesa da parte della maggioranza parlamentare (e rappresentativamente della popolazione), non attraverso l’infrazione del singolo.

Non una condanna all’accoglienza

Detto questo, una cosa dev’essere ben chiara in merito alla questione di Mimmo Lucano. Perché è facile, di primo acchito, fraintendere le ragioni del verdetto, e pensare che la legge italiana stia davvero punendo una condotta di solidarietà. Invece, come puntualizzato da Michele Pemunian, il pubblico ministero che ha condotto l’indagine su Lucano, la verità è che “non era sotto processo l’accoglienza, ma la violazione di norme di legge”.

Violazioni che comprendono falso in atto pubblico e in certificato, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, abuso d’ufficio e peculato. In relazione a quest’ultimo capo d’imputazione, nella fattispecie, sembrerebbe che i fondi designati per i corsi d’italiano per migranti non siano stati usati per il loro scopo, e che molti degli alloggi che spettavano ai migranti finissero occupati da altri. Secondo il procuratore di Locri, i migranti accolti a Riace “erano vittime dei reati di Lucano, non certo beneficiari”.

L’incostanza della legge

Quello che comunque allibisce, in tutta questa storia, è che la precisione millimetrica adottata dal tribunale per il caso di Lucano trovi applicazione in modo terribilmente saltuario, generando inaccettabili incongruenze giudiziarie. Basti rimettere le lancette al 2018, quando il maceratese Luca Traini venne condannato a 12 anni dopo aver sparato a sangue freddo a 6 persone – 12 anni per tentato omicidio plurimo, contro i 13 a Lucano per le sue “irregolarità”.

Per dirla con il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra: “io stesso ho avuto esperienze di altri centri di accoglienza in cui la situazione era decisamente diversa rispetto a Riace: mi piacerebbe che la stessa attenzione, la stessa inflessibilità mostrata con Lucano venisse manifestata da altri Tribunali, da altre Procure nei confronti di soggetti magari oggetto di esposto o di denuncia senza che vi sia stato alcun provvedimento delle procure”.

La pena stabilita per Lucano sarà anche giusta, ma la stessa giusta scrupolosità dovrebbe animare tutti quanti i processi, non solo alcuni. 

 

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