Michelangelo: la riforma del ritratto nelle Cappelle Medicee

Firenze, 1524. Michelangelo era finalmente giunto a un definitivo compimento della stancante e gravosa “tragedia della sepoltura”, come la definì Ascanio Condivi con quel Mosè della tomba di Papa Giulio II che gli aveva dato così tanti pensieri da diventare addirittura un tormento. Aveva persino finito i suoi Prigioni, uomini incatenati che reagiscono alla schiavitù e che, nel progetto del Papa, dovevano rappresentare le provincie sottomesse per mezzo del suo esercito. Così,  dopo lunghe interruzioni in cui le sue mani si erano per lo più sporcate di tempera, anziché polvere, giunse a una conclusione: gli mancava la scultura.

Veduta del complesso di San Lorenzo

Questa volta, tuttavia, il geniale artista voleva farla diventare il mezzo di una riflessione, di una riforma personale. Accettò, dunque, con grande entusiasmo il nuovo incarico offertogli. Doveva realizzare i sarcofagi di Giuliano de’ Medici (duca di Nemours) e di Lorenzo de’ Medici (duca di Urbino), da collocare nella Sagrestia Nuova, da lui stesso progettata precedentemente e annessa alla Chiesa di San Lorenzo.

Le Cappelle Medicee della Chiesa di San Lorenzo

Michelangelo iniziò a progettare l’ambiente della cappella medicea dal 1520, su commissione di Leone X, concludendo il tutto nel 1534. L’artista, basandosi sulla pianta della Sagrestia Vecchia di Brunelleschi, articolò lo spazio in forme più complesse, per mezzo di un gioco caleidoscopico ottenuto dagli archi trionfali che si aprono sopra delle pseudo absidi. Decise di incamerare nelle due pareti laterali i sepolcri dedicati a Giuliano e Lorenzo, rispettivamente fratello e nipote di Leone X. La commissione comprendeva poi le sepolture di Lorenzo il Magnifico e suo fratello Giuliano, che però non furono mai eseguite.

Sagrestia Nuova

Quasi un secolo più tardi, venne eretta una seconda cappella, denominata Cappella dei Principi, uno sfarzoso ambiente ottagonale sormontato dalla cupola della basilica, seconda per grandezza soltanto a Santa Maria del Fiore. Quest’ultima nacque come mausoleo della famiglia Medici ed è qui che vennero sepolti i granduchi. Voluta da Cosimo I, fu costruita dal 1605 al 1640 su disegno dell’architetto Nigetti e completata soltanto dall’ultima rappresentante di casa Medici, Anna Maria Luisa (l’Elettrice Palatina), nel 1740.

La Sagrestia Nuova: le allegorie del tempo

Lo spazio architettonico della Sagrestia Nuova è organizzato intorno ad un’ampia cupola, a imitazione di quella del Pantheon, con il motivo decorativo dei cassettoni che diventano man mano più piccoli nell’approssimarsi alla lanterna, ampliando così l’effetto di profondità. Nella parte inferiore, la maggior novità è data dalle edicole sovrapposte a otto porte d’ingresso. Le uniche due sepolture messe in opera nella cappella, collocate a lato dell’altare principale, recano le statue dei duchi medicei accompagnati dalle allegorie del tempo.

La Notte e il Giorno

Con esse Michelangelo crea un discorso filosofico. Sul sarcofago di Giuliano è infatti lascivamente adagiata la Notte, una donna assopita, in una posa contorta, come capita quando si viene colti da un sonno improvviso. Dorme perché non vuole sentire né vedere la vergogna del mondo. Accanto a lei compare il Giorno, un uomo che dà le spalle a chi lo guarda e scruta con occhi severi l’osservatore, come se volesse giudicare le sue debolezze. Michelangelo l’ha pensato come un monito contro la povertà d’animo e ne lascia alcune parti incomplete per renderlo più drammatico.

Sul sarcofago di Lorenzo compare invece l’Aurora, una donna sensuale e sonnolenta che si sta risvegliando, affiancata dal Crepuscolo, un uomo molle e flemmatico che si è appena coricato. Sono quattro presenze, quattro caratteri e quattro modi di raccontare l’universo maschile e femminile. A Michelangelo non interessa celebrare la forza e la gloria dei Medici con queste figure. L’obiettivo è piuttosto quello di condurre lo spettatore ad una riflessione sul destino degli esseri umani, un destino imprevedibile e spesso crudele.

Il Crepuscolo e l’Aurora

Le statue medicee e la critica alla forma del ritratto

Ma è al vertice delle due tombe che troviamo le rispettive sculture dei loro depositari. È la prima volta che Michelangelo deve eseguire dei ritratti, anche se in realtà non lo sono affatto. Com’è noto, Michelangelo è uno dei più celebri detrattori della forma del ritratto, questo perché dissocia brutalmente la somiglianza al modello dalla funzione memoriale. Per lui il ritratto può esistere in una condizione di assoluta idealizzazione, deve mostrare la forza e l’animo, non il sembiante. È vano pretendere che il modello sopravviva nella somiglianza, per l’artista è invece importante riuscire a giungere ad una certa verità.

Giuliano de’ Medici

La critica della forma del ritratto nacque nello scultore a seguito di una riflessione basata sulla preoccupazione della dissoluzione del ritratto nella personalità del suo esecutore. Eseguire un ritratto significa giungere ad un contatto con un’altra identità, la cui anima viene quasi necessariamente scrutata, per capirne i segreti e le bellezze. Tale processo poteva concludersi quindi in un confronto, rischiosamente intimo, tra soggetto ed artista. È per questo che Michelangelo considerava “ogni ritratto come un autoritratto”.

Lorenzo de’Medici

Seguendo tale procedimento, la personalità dell’artista, persino nei suoi difetti o nelle sue mediocrità, si impone al punto da impregnare tutte le figure che dipinge. Come fare dunque, per non restare così tanto coinvolti? Come giungere a una verità? Provò a rispondersi che tra il modello e la sua immagine può far da schermo soltanto la personalità dell’artista, che rende vana ogni pretesa di una rappresentazione fedele.

L’idealizzazione rappresentativa nel ritratto michelangiolesco

Pertanto Michelangelo ritrasse Lorenzo e Giuliano de’ Medici non come la natura li aveva formati e composti, bensì esternando loro grandezza, una grandezza che verrà ricordata molto più del loro semplice e mero aspetto.

[…] là dove per contrario molti eccellenti maestri hanno fatto pitture e ritratti di tutta perfezione in quanto all’arte, ma non somigliano né poco né assai colui per cui sono stati fatti. E per dire il vero, chi fa ritratti dee ingegnarsi, senza guardare a quello che si richiede in una perfetta figura, fare che somiglino colui per cui si fanno: ma quando somigliano e sono anco belli, allora si posson dir opere singolari, e gl’artefici loro eccellentissimi.” (Vasari, Le vite, cit. t. IV).

Questo luogo, con le palpitanti sculture che lo ravvivano, è parte di una testimonianza della geniale personalità di Michelangelo: una mente innovativa, anticonformista e capace di mettere in discussione i dettami del tempo. La sua originalità, che risiede nel profondo del suo animo semplice, può far riflettere in un confronto col mondo contemporaneo e persino esser presa ad esempio.


FONTI

Studio da parte dell’autrice

E.Pommier, Il ritratto. Storie e teorie dal Rinascimento all’Età dei Lumi, Einaudi, Torino, 2003

Opera Medicea Laurenziana

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