Professione: reporter – liberarsi di sé stessi

Per quale ragione un uomo potrebbe desiderare di sbarazzarsi di sé stesso, della sua identità e del suo passato? E se per caso vi riesce, è forse possibile per lui ricominciare da capo e diventare una persona nuova? Questi sono i due interrogativi fondamentali che pone Professione: reporter (The Passenger), lasciando eventuali risposte allo spirito critico dello spettatore. È un film del 1975 diretto da Michelangelo Antonioni, l’ultimo dei tre lungometraggi in lingua inglese girati dal regista per il produttore Carlo Ponti, dopo Blow-up (1966) e Zabriskie point (1970).

La malattia dei sentimenti

Professione reporter prosegue quell’analisi della malattia dei sentimenti che rappresenta lo scopo più profondo della filmografia di Antonioni. Con questa espressione bisogna intendere quel malessere esistenziale che ha colpito l’uomo del Novecento, il quale si è trovato a dover vivere in un mondo ormai privo di punti di riferimento e di senso. Per usare le parole di Antonioni, lo scarto verificatosi è quello tra uomo tolemaico, posto al centro del mondo in tutta la pienezza di sé, e uomo copernicano, un minuscolo essere riscopertosi solo ai confini dell’universo. Oppure, tra uomo morale, ancorato ad un sistema di valori inadeguato ma di cui non riesce a sbarazzarsi, e uomo scientifico, proiettato verso il futuro e disposto a rinnegare le sue stesse credenze di giorno in giorno.

Per analizzare questo fenomeno il regista ferrarese ha adottato esplicitamente, almeno a partire da L’avventura, una forma modernista per riflettere in modo autentico la frammentazione del mondo a lui contemporaneo, insieme alla paure e alle debolezze dell’uomo che lo abita. Ciò comporta una decostruzione dei tradizionali stilemi narrativi, nel caso specifico di Antonioni: incompiutezza dell’intreccio, dilatazione e sospensione del tempo, simbiosi tra ambiente e personaggi, rifiuto di una separazione netta tra esterni ed interni, e infine un’insistenza sui cosiddetti tempi morti. Quest’ultimo aspetto consiste nel cogliere nella narrazione l’eco dei fatti, i gesti pedinati, le rifrazioni, i momenti opachi, sottolineando l’ambiguità del reale e dell’essere umano.

Professione: reporter

Antonioni, con Professione: reporter, riprende la sua indagine sui sentimenti e la coniuga con un intreccio pirandelliano. David Locke (Jack Nicholson) è un reporter anglo-americano di successo ma, nonostante ciò, stanco della sua vita. Per motivi di lavoro egli si trova in una vasta e desolata zona desertica del Nord Africa: è alla disperata ricerca di contatti con una delle due fazioni delle guerriglie interne che si stavano verificando nel paese. Ma dopo una giornata passata a vagare nel deserto senza alcun risultato, irritato e sfinito, rinuncia. Fin da queste prime scene nella sua frustrazione si coglie un malessere indefinito, come se fosse esausto di sé e di ciò che sta facendo.

Lo scambio d’identità

Tale sensazione si concretizza nel momento in cui, tornato all’albergo in cui alloggiava, trova il suo vicino di stanza, David Robertson, un uomo d’affari inglese, morto sul letto. Alla vista del corpo, senza troppa esitazione, elabora l’idea di scambiare la sua identità con quella di Robertson. In altre parole: decidere di uccidere David Locke. Allora, sostituendo le foto dei due passaporti e i suoi vestiti, il “fu David Locke” diventa un’altra persona e, desideroso di gustare la sua nuova libertà, torna in Europa. Va prima a Londra, alla sua vecchia casa, dove quasi incredulo verifica che per il resto del mondo David Locke è ufficialmente morto. Poi a Monaco e Barcellona, dove inizia un viaggio sulle tracce della sua nuova identità. Nella prima di queste due città scopre che l’uomo d’affari inglese progettava e vendeva armi forse agli stessi ribelli di cui lui andava in cerca nel deserto.

Cambiare se stessi

Antonioni mostra come cambiare identità non significa cambiare sé stessi. Locke si è liberato della sua identità nel mero senso anagrafico, ma in fondo è rimasto sempre lo stesso. Anche la libertà che inizialmente assapora, ad esempio nella scena sulla teleferica di Barcellona in cui egli si sporge fuori dalla cabina guardando il mare e aprendo le ali al vento, è un’illusione.

teleferica Barcellona

Locke non può fuggire dalla propria storia e dalla propria cultura, perché queste costituiscono il modo in cui pensa e vede il mondo. Egli è invischiato nelle proprie abitudini; non a caso in una delle conversazioni con Robertson, mostrate tramite un flashback, afferma che: “siamo noi a essere sempre uguali. Interpretiamo ogni nuova esperienza usando gli stessi vecchi codici. Ci auto-condizioniamo”. E alla fine, a conferma di ciò, nel corso del vagabondaggio per la spagna con la ragazza senza nome interpretata da Maria Schneider, egli dirà proprio di non potersi liberare dalle sue “cattive abitudini”.

Pirandello scriveva nel Fu mattia Pascal, con cui il film condivide una certa affinità tematica, che:

Ogni oggetto in noi suol trasformarsi secondo le immagini ch’esso evoca e aggruppa, per così dire, attorno a sé. […] spesso il piacere che un oggetto ci procura non si trova nell’oggetto per sé medesimo. La fantasia lo abbellisce cingendolo e quasi irraggiandolo d’immagini care. Né noi lo percepiamo più qual esso è, ma così, quasi animato dalle immagini che suscita in noi o che le nostre abitudini vi associano. Nell’oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi mettiamo di noi, l’accordo, l’armonia che stabiliamo tra esso e noi, l’anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata dai nostri ricordi.

La gabbia delle abitudini

Il principio è lo stesso: siamo noi con le nostre abitudini a plasmare il modo il cui vediamo la realtà, la quale non si manifesta mai interamente quale essa è in sé stessa. Ma tale processo, che in Pirandello non ha necessariamente accezione negativa, in Locke assume la forma di una prigionia, come una gabbia angustiosa. Questo perché in ultima istanza ciò da cui egli fugge non sono né il suo lavoro né i suoi affetti bensì sé stesso. Ciò di cui vorrebbe liberarsi è il suo vissuto.

Il desiderio di fuga si chiarifica in una battuta che Locke pronuncia in una scena non inclusa nel montaggio finale, ma di cui Antonioni ha lasciato una testimonianza. Il protagonista affermava: “è curioso come ci si ricordi di certe cose e ci si dimentichi di altre. Se all’improvviso ricordassimo tutto quello che abbiamo dimenticato e dimenticassimo tutto quello che ricordiamo, saremmo persone completamente differenti”. Stravolgere la propria memoria significa stravolgere la propria identità, il modo in cui ci si racconta e quindi in cui ci si percepisce. In altri parole significa diventare un’altra persona.

L’impossibilità di essere un altro

A questo aspetto si contrappone l’impossibilità di accedere veramente alla nuova identità che Locke ha assunto, cioè quella di David Robertson. Si lascia coinvolgere nel traffico d’armi in cui l’inglese era implicato in quanto progettista, ma quest’ultimo era un uomo d’azione, aveva delle competenze nel campo e delle convinzioni. Locke invece no, anzi nel suo lavoro di reporter non faceva altro che assistere ai fatti soltanto come uno spettatore neutrale, senza mai intervenire o parteciparvi. Anche la vita sentimentale di Robertson rimane misteriosa e inaccessibile: sarà inutile infatti presentarsi agli innumerevoli appuntamenti sparsi nell’agenda di quest’ultimo, perché non si presenterà mai nessuno.

Locke resta in bilico tra due identità che per motivi differenti gli sono altrettanto estranee. L’unica cosa salda sono le sue abitudini, il suo autentico sé, che però non riesce a cambiare, e il malessere che ne consegue. Infatti, la ragazza gli rimprovera che a differenza di Robertson lui non crede a nulla ed è un rinunciatario. Ma ciononostante lo accompagnerà fino alla fine della sua parabola, forse per spirito d’avventura o per pietà.

 

Il film si conclude in un piccolo albergo spagnolo con la morte di Locke, a causa degli emissari dell’antiguerriglia che erano sulle sue tracce. In questo luogo il suo andare alla deriva giunge alla fine. Tutto viene raccontato in un piano sequenza (cioè una ripresa ininterrotta, senza tagli) di 7 minuti, in cui i fatti vengono mostrati soltanto allusivamente e indirettamente, tramite rumori, gesti invisibili e ombre. Infine il riconoscimento: di fronte al cadavere steso sul letto la moglie afferma di non averlo mai conosciuto, mentre la ragazza senza nome sta al gioco e conferma che si tratta di Robertson. Locke muore come un altro: nell’incapacità di cambiare veramente se stesso egli muore da estraneo.


FONTI

Michelangelo Antonioni, Fare un film è per me vivere, 2001, Marsilio Venezia

Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, 1993, Einaudi Torino

 

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