Eccoci a settembre: sarà il mese del ddl Zan?

“L’ultima puntata” ci aveva lasciati con un migliaio di emendamenti da sviscerare e confrontare, con conseguente slittamento della discussione a dopo la fine della pausa estiva. Ebbene, eccoci a settembre: che ne sarà, adesso, del ddl Zan?

L’arte di temporeggiare

Nel varcare i cancelli del mese, i sostenitori del Disegno di Legge devono prepararsi a tutto. Pure all’eventualità che l’esito della discussione venga ulteriormente posticipato, perché per il 4 e il 5 ottobre sono previste le elezioni amministrative e, quindi, proprio adesso che ci si inoltra in settembre, la priorità di ogni partito è dedicarsi alla campagna elettorale.

D’altronde, se c’è un promemoria che Pillon, Ostellari, Salvini, Berlusconi e molti altri non si stancano di fare è questo: ci sono altre priorità. Eppure proprio da Lega e Forza Italia, a luglio, è arrivato il grosso della valanga di emendamenti al ddl Zan, un ammontare di circa 1000 proposte di modifica che hanno finito per rimandare la decisione di mesi. Verrebbe allora da chiedersi se non sia proprio a causa loro, loro che da mesi intasano il Parlamento con una questione che si poteva risolvere in una giornata, che le “altre priorità” stiano venendo trascurate. “Faccio un appello all’opposizione” ha implorato Alessandro Zan durante un’intervista con «Repubblica»Se loro la smettessero di fare ostruzionismo e dessero la possibilità al Parlamento di approvare una legge di civiltà che il Paese aspetta da tempo, ci sarebbe poi lo spazio per fare tutto il resto”.

Come interpretare in altro modo la assurda quantità di emendamenti presentati (sia ribadito: quasi 1000), se non come una strategia ostruzionistica? Lo scopo dichiarato dai partiti proponenti è quello di instaurare un dialogo costruttivo che possa coronarsi con il raggiungimento di un compromesso che soddisfi tutti quanti…

E ci si potrebbe in effetti lasciare incantare dall’abbondare di proposte, immaginandola come una vasta gamma di possibilità tra cui poter scegliere. Un vero peccato che questi emendamenti non differiscano l’uno dall’altro più dei semi di una melagrana: come fa notare l’avvocata Cathy La Torre, in gran parte le varie alternative si distinguono tra loro solo per qualche dettaglio formale. Una raffica di varianti tra loro pressoché indistinguibili, che fanno scadere il sedicente “dialogo” in una specie di elettrizzante torneo a “trova le differenze”.

Tutto al solo inequivocabile scopo di tergiversare con raffronti e disquisizioni in merito a tali testi. E una volta che si sarà venuti a capo di questo sterile accalcarsi di proposte, se anche una sola di queste dovesse essere approvata allora il ddl dovrà tornare al punto di partenza del proprio iter, cioè alla Camera dei deputati, affinché venga ulteriormente approvato. Infatti il nostro sistema parlamentare è un bicameralismo paritario, tale per cui un disegno di legge per diventare legge deve essere approvato nella stessa identica formulazione da entrambe la camere del Parlamento: la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica.

Il disegno di legge Zan era stato approvato dalla Camera il 4 novembre 2020, e dopo mesi di rinvii voluti dalla Lega era stato calendarizzato al Senato solo ad aprile 2021. Dovendo le due Camere parlamentari approvare lo stesso identico testo, però, un emendamento passato al Senato comporterebbe il ritorno alla Camera del ddl modificato per ricevere conferma. Se il ddl dovesse invece passare senza emendamenti, a quel punto sarebbe pronto per diventare legge.

Ma che cosa propongono questi emendamenti, al di là dei loro minimi tratti distintivi? Lo stampino a cui sono quasi tutti affratellati, in linea di massima, mira a effettuare soprattutto due grandi “correzioni” al ddl Zan.

La soppressione dell’articolo 1

Il ddl Zan si apre distinguendo con precisione i termini “sesso”, “genere”, “orientamento sessuale” e “identità di genere”, quattro caratteristiche identitarie di ogni singolo essere umano. Scopo del ddl è di stabilire delle aggravanti penali proprio per i crimini fondati sulla discriminazione di un individuo fondata su una di queste caratteristiche.

La linea sostenuta dall’opposizione, adesso, è invece propensa a una soppressione di questo primo articolo, nonché alla sostituzione dei “reati commessi con finalità di discriminazione o di odio fondati su sesso, genere, orientamento sessuale o identità di genere” postulati dal del Zan con “reati fondati sull’omofobia o sulla transfobia”. Una modifica che farebbe regredire il ddl Zan a una stadio molto somigliante a quella che era la proposta di legge di Ivan Scalfarotto, presentata alla Camera nel 2018 e sottoscritta, a suo tempo, anche dallo stesso Zan.

A occhieggiare una modifica in tal senso è soprattutto il partito Italia Viva di Matteo Renzi, che ha spiegato la sua presa di posizione dichiarando che secondo lui, per come si presenta attualmente, la legge Zan è destinata all’affossamento, e quindi “meglio un compromesso che niente”. In realtà, come ben puntualizzato da Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay, “il testo è già frutto di un compromesso, di mille limature e mediazioni”. Proprio Zan ha spiegato che il ddl che porta il suo nome era appunto scaturito per far fronte ai problemi del ddl Scalfarotto – problemi rigorosamente giuridici, problemi di chiarezza e obiettività:

“Da un punto di vista giuridico non si possono usare i termini ‘omofobia’ e ‘transfobia’ perché sono troppo specifici, come ‘razzismo’ e ‘sessismo’. Per garantire la tassatività dell’azione penale abbiamo preferito i termini ‘sesso’, ‘genere’, ‘orientamento sessuale’ e ‘identità di genere’ perché sono neutri e onnicomprensivi di tutti: l’orientamento sessuale, ad esempio, non è solo omosessuale, ma anche bisessuale ed eterosessuale”.

Bisogna notare, infatti, che il ddl Zan tutelerebbe anche le vittime di quella “eterofobia” menzionata da Salvini durante una celebre conferenza stampa, mentre la proposta Scalfarotto non vedrebbe oltre l’omofobia (lasciando dunque da parte anche i bisessuali).

Suona allora alquanto bizzarro che sia questa la versione favorita dall’opposizione, trattandosi di un testo assai meno imparziale (e a favore dei soli gay) rispetto al ddl Zan. Per non parlare del fatto che né il termine omofobia né il termine transfobia ricevono la benché minima definizione: a detta di Scalfarotto, “io non penso si tratti di un sacrificio irrinunciabile: la norma è che il legislatore scrive la legge, il giudice la interpreta. Più margine di interpretazione ai giudici? A che pro sostituire una legge precisa e obiettiva con qualcosa che lasci pericolosamente spazio alla valutazione personale?

La soppressione dell’articolo 4

Risulta allo stesso modo un auto-sabotaggio, da parte dell’opposizione, la richiesta di rimuovere l’articolo 4 del ddl Zan, cioè l’articolo che garantisce che “sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. È proprio questo passaggio, insomma, che distingue il ddl Zan dalla “legge bavaglio” che in molti lo additano di essere. Il proposito di sopprimerlo ha le fattezze di un inspiegabile controsenso.

Su tutti i fronti, il ddl Zan è mille volte più oggettivo e preciso della proposta Scalfarotto, proposta ora vista di buon occhio da tutti quelli che rinfacciano al ddl Zan una scarsa oggettività. Un simile paradosso lascia pensare che lo scopo degli emendamenti non sia di trovare un compromesso, ma semplicemente di far ritornare al punto di partenza la versione scempiata che ne uscirebbe.

Resta ora da vedere che cosa accadrà.

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