Don Ernesto Buonaiuti, modello di coerenza

Parlando di cattolici avversi al fascismo, spesso si citano personaggi del calibro di don Luigi Sturzo, storico segretario del Partito Popolare Italiano, oppure sacerdoti come don Giovanni Minzoni, una delle prime vittime della violenza squadrista. Meno spesso si fa invece riferimento alla figura di don Ernesto Buonaiuti, benché rivesta un ruolo chiave nel contesto italiano del primo Novecento e nel ventennio fascista.

Una figura scomoda e poco nota

Il motivo è da annoverare anche nel fatto che Buonaiuti fu in primis un “prete ribelle” all’interno della stessa Chiesa cattolica. Egli infatti fu uno dei più audaci sostenitori delle teorie moderniste già dai primi del Novecento. Il modernismo è un movimento che nasce in seno alla Chiesa cattolica con l’obiettivo di riformarla e di adattarla alla società moderna, le cui innovazioni (culturali e sociali) erano ancora rifiutate dalla Santa sede.

Il fine dei modernisti era quello di portare avanti un rinnovamento interno alla Chiesa; tuttavia, poiché essi utilizzavano metodi di ricerca storica nati all’epoca della critica razionalistica e dell’agnosticismo religioso, le loro posizioni risultavano spesso critiche e rischiavano talvolta di sfociare nell’eresia. Il modernismo verrà perciò condannato dalla Chiesa cattolica con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907) di papa Pio X.

Cristianesimo e comunismo: una conciliazione che nessuno voleva

Ambrogio Donini, allievo di Buonaiuti e suo successore alla cattedra universitaria.

Le ragioni che portarono alla frizione tra Santa Sede e don Buonaiuti furono però dovute soprattutto alla sua originale interpretazione del rapporto tra cristianesimo e comunismo. Buonaiuti era infatti insegnante di Storia del cristianesimo presso La Sapienza di Roma (università laica: molti dei suoi allievi, tra i quali spicca Ambrogio Donini, futuro senatore comunista, svilupperanno diversamente le idee del maestro).

Il sacerdote poneva l’accento sulla somiglianza del cristianesimo primitivo e gli ideali del comunismo, sottolineando come la Chiesa originaria fosse un’organizzazione religiosa basata sulla comunione dei beni. Egli sosteneva inoltre che nella Chiesa si fosse sempre mantenuta una tendenza alla vita comunistica, come nel caso degli ordini religiosi. Il suo libro La Chiesa e il comunismo esordiva così:

Il Cristianesimo è nato comunista, e il comunismo è nato cristiano. Si tratta, naturalmente, di intendersi però così sul significato della parola cristianesimo, come sul significato della parola comunismo.

Buonaiuti non mancava infatti di evidenziare le differenze tra le due posizioni. In particolare, riteneva che il comunismo moderno fosse nato in contrapposizione a tutte le altre forme di comunismo, poiché esso si basava sul materialismo storico e sull’idea della lotta di classe. La posizione del sacerdote nei confronti del regime sovietico era inoltre molto critica: la politica antireligiosa del governo sarebbe nata infatti dall’odio e dall’invidia, in netta contrapposizione rispetto alla dottrina dell’amore tramandata da Gesù.

La Chiesa cattolica non tollerò tali prese di posizione e, dopo diversi richiami, nel 1926 papa Pio XI scomunicò il sacerdote. Nello stesso anno, entrarono in vigore le leggi fascistissime, che ammettevano l’esistenza di un solo partito, quello fascista. Si chiuse dunque anche l’esperienza del Partito Popolare Italiano, partito laico ed espressione dei valori della Sinistra cristiana.

La sua forte fede anche dopo la scomunica

Tuttavia Buonaiuti, nonostante l’avversità della Santa Sede, rimase sempre convinto della propria fede, tanto che continuò a vestire la tonaca anche dopo la scomunica. Una testimonianza della sua convinta adesione al cattolicesimo si trova nel suo rifiuto di accettare la cattedra che gli era stata proposta presso l’università di Losanna nel 1939 a patto di convertirsi al protestantesimo. Rifiuto molto netto (dichiarò di voler rimanere cattolico usque dum vivam, “finché avrò vita”) sebbene si trovasse in condizioni di gravi difficoltà economiche.

Tali difficoltà derivavano dalla perdita della cattedra presso l’Università di Roma avvenuta in seguito alla firma del Concordato tra Chiesa cattolica e il regime fascista. Questo costituisce la parte più corposa e rilevante dei Patti Lateranensi, stipulati nel 1929; con tali accordi Mussolini si garantì (almeno teoricamente) l’appoggio dei cattolici, mentre la Chiesa ebbe la possibilità di operare all’interno dello Stato fascista, esercitando la propria (rilevante) influenza sul popolo italiano.

In questo modo la Chiesa condizionava di fatto molte azioni del regime. Tra gli articoli del Concordato che sancivano i futuri rapporti tra Santa Sede e Stato italiano, ve ne erano due pensati specificamente per privare Buonaiuti dell’insegnamento universitario, oltre che dell’abito talare che egli continuava imperterrito ad indossare nonostante la scomunica.

L’importanza storica di don Ernesto

L’importanza storica di Buonaiuti si spiega anche dal suo rifiuto di prestare giuramento allo Stato fascista. Tra le novità introdotte dal ministro per l’Educazione nazionale, Balbino Giuliano, vi era infatti l’imposizione di un giuramento al regime. In tal modo si limitava la libertà e l’autonomia delle università, giustificando quest’atto come una delle tante regole di controllo dell’ordinamento universitario.

Solo undici (anche se alcuni ne contano qualcuno in più, ma mai più di venti) furono i professori italiani che si rifiutarono di giurare, perdendo così la cattedra. Costoro avevano idee politiche e religiose molto diverse, ma erano accomunati da una avversità all’idea di giurare fedeltà a un regime come quello fascista.

La firma dei Patti Lateranensi

Molti insegnanti giurarono, pur essendo in contrasto col fascismo, per poter continuare ugualmente a esercitare la propria cattedra ed evitare una totale “fascistizzazione” delle scuole (tra questi molti comunisti, che seguivano le indicazioni del partito in tal senso).

Coloro che si rifiutarono lo fecero per mantenere intatta la propria dignità personale e la propria coerenza di fondo, a scapito del loro lavoro, del contatto coi ragazzi e anche del loro reddito. Tra questi spicca Buonaiuti, che non giurò per un’opposizione religiosa (per lui il giuramento era un atto sacro) ma politica.

La grande coerenza di Ernesto Buonaiuti emerge soprattutto dalla sua autobiografia, Il pellegrino di Roma, nella quale, tra le altre vicende, egli ricostruisce il proprio conflitto con la Chiesa cattolica.

Buonaiuti non ebbe vita facile nemmeno alla fine della guerra. Nel 1944, quando il governo Badoglio decise di reintegrare nei ruoli statali tutti coloro che erano stati allontanati dal fascismo, l’ex-sacerdote non poté essere reintegrato nell’insegnamento a causa degli articoli dei Patti Lateranensi sopracitati. Il “prete eretico”, che aveva sempre sperato di tornare ad insegnare in università, morì il 20 aprile 1946 senza aver esaudito il suo desiderio.

FONTI

noisiamochiesa.org

treccani.it

www.treccani.it

Daniela Saresella, Cattolici a sinistra. Dal modernismo ai giorni nostri, Laterza, Roma-Bari, 2011

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