poesie politiche

Bertolt Brecht, “Poesie politiche” su un tacito dissenso

Non solo uomo di teatro, Brecht è stato anche un poeta che ha raccontato la realtà ed è riuscito, spogliandola, a conoscerla a fondo. Non è di certo, la sua, una poesia che ricerca bellezza o artificio, ma è attraverso toni aspri e sguardi severi che riesce, e lo fa assai bene, a creare una poesia critica, una poesia che prende atto della realtà e la racconta con la chiarezza di chi le cose le vede dall’alto, ma anche con la durezza e la giusta distanza di chi certe cose le ha vissute. Queste sono le Poesie politiche.

È comunque necessario non distinguere in maniera troppo netta la produzione poetica da quella teatrale di Brecht: non solo molte delle sue poesie sono canti e corali, spesso presenti negli spettacoli teatrali, ma soprattutto le dinamiche così come gli obiettivi del suo teatro e della sua lirica sono sostanzialmente gli stessi.

Un altro motivo per cui le poesie politiche potrebbero esser definite teatrali è la costante presenza nei testi di un interlocutore singolo o di una massa: in tutte le poesie deve esserci, ovviamente, un lettore per far sì che questa e il suo messaggio possano continuare a vivere, ma in questo caso vi è un vero e proprio richiamo; sembra esserci un confronto diretto tra poeta, che narra i suoi versi come un attore su un palcoscenico, e platea – gremita o semivuota che sia – spesso evocata e richiamata nella stessa poesia. Un’evocazione che però non vuole esser senza conseguenze: l’indifferenza del lettore, o spettatore, è la risposta che Brecht vorrebbe il più possibile tenere lontana; poco importa se di fronte a lui si trovi qualcuno che accetti o rifiuti le sue posizioni, l’importante è che lo faccia in modo netto.

Questa impostazione tuttavia non ha un effetto pedagogico, non ci sono i buoni sentimenti necessari a presentare una lezione o a celarla sotto di essi. C’è invece una forte affermazione della presenza di due personalità, il poeta e l’interlocutore, i quali condividono la stessa situazione di trasformazione continua di se stessi e degli altri in un mondo percorso da incessanti conflitti interiori.

Brecht, dunque, non vuole fare la morale ma, come dice Asor Rosa nell’introduzione alla raccolta, è un poeta che “si sforza, se mai, di dire ciò che loro vorrebbero dire, se solo potessero”. “Loro” sono gli operai, i proletari, gli sradicati, le donne sfruttate. La forza delle sue poesie non sta nell’evolversi del pensiero, l’impatto che i versi hanno sul lettore viene dalle immagini evocate, immagini che sono ritagli netti della realtà.

Queste immagini sono state parte anche della polemica anti-populista di Brecht che ha contrapposto all’esaltazione demagogica delle classi popolari parole di grande durezza concettuale ed espressiva che mirano al raggiungimento di una verità: “una” perché ogni verità è di parte e può aspirare a essere universale solo se si presenta nel modo più giusto e corretto, quindi senza concessioni a nessuna delle parti in causa.

Cosa si può trovare oggi nelle poesie di Brecht? È lui stesso a lasciare una sorta di testamento intitolato “Ai posteri” in cui non vuole trasmettere lo stesso messaggio di ribellione e denuncia delle altre composizioni ma, anzi, si scusa per la forza e la violenza con cui ha espresso il proprio messaggio. Il ritornello che si presenta costantemente in questa composizione è “Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!” ovvero “Davvero, vivo in tempi bui!“. Perché, forse occorre ricordarlo, Brecht è vissuto in anni in cui tensioni e aspirazioni avevano raggiunto livelli molto alti: sono gli anni della Grande Guerra, della Repubblica di Weimar, del nazionalsocialismo, della Seconda guerra mondiale e della creazione di uno stato socialista in Germania.

Non dovrebbe dunque stupire né la durezza dei suoi scritti né il componimento in cui si scusa con il futuro lettore, scuse che provano anche la consapevolezza del poeta del suo essere rivoluzionario.

Il sarcasmo facilita la lettura dei componimenti allontanando un poco il lettore dalla forza delle immagini evocate. In Ballata sull’approvazione del mondo questo sarcasmo è evidente, è un testo che ritrae la menzogna e la sua abilità di nascondere (e nascondersi), di fingersi innocua. Domande di un lettore operaio potrebbe essere la prosecuzione della Ballata, una risposta, oppure la domanda che la fa poi nascere.

Le due poesie andrebbero, forse, lette assieme: non c’è un singolo colpevole quasi per nulla, così come non c’è un singolo eroe; è l’approvazione o l’azione collettiva, nel bene e nel male, a portare cambiamenti. Brecht costruisce un confronto fra quello che si vede e quello che si nasconde, fra quello che si ritiene giusto e quello che poi si racconta, anche a se stessi, facendolo passare per giusto. La lucidità con cui riesce a osservare ciò che gli accade intorno viene offuscata nel momento in cui diventa chiara la posizione di chi gli si trova davanti, il ruolo che quella o quelle persone rivestono. Il conflitto che si crea non è mai esterno al soggetto, la Ballata è costruita in modo tale da mostrare come paura e indifferenza, in questo ordine, riescano a cancellare ogni volontà di opporsi a ciò che si vede di sbagliato: “meglio vile che morto”.

Il testo si chiude con “Ma il sudiciume del vostro sudicio mondo non esiste – questo lo so – senza la mia approvazione”, un’approvazione che è sì del singolo, ma è di tutti coloro che guardano e non intervengono, e impediscono che quella muta approvazione possa diventare un’azione attiva. La stessa azione che il lettore operaio non riesce a ricoprire nel singolo; i suoi dubbi rimangono domande.

Ballata sull’approvazione del mondo

1

Non sono ingiusto, ma nemmeno coraggioso,

oggi mi hanno fatto vedere il loro mondo,

ho visto solo il dito, tutto insanguinato,

allora in fretta ho detto che era di mio gusto.

3

Da allora ho detto sí a tutti,

meglio vile che morto,

solo per non cadere in quelle mani,

ho approvato ciò che approvare non si deve.

12

E a qualche passo da me vedo dei teppisti

pestare bambini, donne e anziani.

Ma poi mi accorgo: hanno manganelli,

e capisco che teppisti certo non sono.

16

Il poeta ci fa leggere la sua montagna incantata.

Ciò che (per soldi) dice, lo dice con perizia!

Ciò che (gratis) tace: la verità sarebbe stata.

Vi dico: quell’uomo è cieco e non corrotto.

26

Ho visto il mondo lodare gli strozzini e dio,

sentito la fame urlare: dateci qualcosa!

Ho visto grasse dita levarsi verso il cielo.

E allora dico: avanti, lassù qualcosa troverete!

30

Nemica di miseria e abiezione,

la mia arte ormai ha perso ogni suo slancio.

Ma il sudiciume del vostro sudicio mondo

non esiste – questo lo so – senza la mia approvazione.

Domande di un lettore operaio

Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?

Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.

Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?

[…]

Cesare sconfisse i Galli.

Non aveva con sé nemmeno un cuoco?

Filippo di Spagna pianse, quando la flotta

gli fu affondata. Nessun altro pianse?

Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi,

oltre a lui, l’ha vinta?

Una vittoria ogni pagina.

Chi cucinò la cena della vittoria?

Ogni dieci anni un grand’uomo.

Chi ne pagò le spese?

Quante vicende,

tante domande.


FONTI

Treccani.it

Poesie politiche. Introduzione di Alberto Asor Rosa, a cura di Enrico Ganni, Collana ET Poesia, Einaudi, Torino, 2015

CREDITS

Copertina

 

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