Spreco alimentare, un problema da 1.6 miliardi di tonnellate

Partendo dall’Onu fino ad arrivare all’Unione Europea, passando per le iniziative di fondazioni e privati, ogni anno sono numerosissime le campagne contro lo spreco alimentare. Ma siamo sicuri di essere davvero consapevoli dell’entità di questo problema?

Cos’è lo spreco alimentare e quanto vale

Per spreco alimentare si intende la diminuzione in termini di quantità e qualità del cibo dovuta a decisioni o azioni intraprese lungo la filiera agroalimentare dai rivenditori, dagli operatori della somministrazione alimentare e dai consumatori (HLPE, 2014)

In Italia, secondo il rapporto annuale dell’Osservatorio Waste Watcher, lo spreco domestico rappresenta i quattro quinti del totale. Lo spreco di cibo per persona equivale a 700 grammi alla settimana. Ciò significa che ogni anno nelle case degli italiani finiscono nella spazzatura 2,2 milioni di tonnellate di cibo. I numeri non migliorano se si guarda alla situazione globale. La FAO stima che, ogni anno, un terzo del cibo destinato al consumo venga sprecato, per un totale di 1.6 miliardi di tonnellate.

Secondo il Barilla centre for food and migration, lo spreco alimentare, provocato tanto dai consumatori quanto dai produttori, è costituito in larga misura da parti di cibo non commestibili come le ossa e i gusci d’uovo. Anche queste componenti, tuttavia, richiedono un determinato utilizzo di risorse nella filiera, risorse che impattano negativamente su ambiente, economia e via discorrendo. L’aspetto più preoccupante dello spreco alimentare, infatti, è che gli effetti collaterali non riguardano un settore preciso, ma hanno ricadute su più fronti.

Danni all’ecosistema

Un rapporto dell’U.N Environment Program mostra gli effetti che l’industria agroalimentare ha sul nostro ecosistema. Si stima che il 50% della terra abitabile sia destinata ad uso agricolo, di cui la metà si trova in stato di impoverimento a causa dell’agricoltura intensiva e dell’uso di fertilizzanti chimici o pesticidi. L’impoverimento del suolo determina una perdita di fertilità che a sua volta ha come dirette conseguenze la desertificazione o il dissesto idrogeologico. In termini di biodiversità e deforestazione, la produzione intensiva di alimenti destinati al consumo ha causato una perdita del 60% della biodiversità e l’agricoltura costituisce la principale causa di deforestazione tropicale e subtropicale.

Cosa c’entrano questi dati con lo spreco alimentare? Secondo la FAO il 30% del suolo destinato all’agricoltura produce cibo che non viene consumato, pari a 1,4 miliardi di ettari. Questo significa che se si producesse cibo per quantità proporzionate alle reali esigenze nutrizionali della popolazione, e se ognuno di noi consumasse di conseguenza, riusciremmo a “salvare” un’area grande tre volte l’Europa. Se, invece, non cambiamo subito le nostre abitudini, questi numeri saliranno incessantemente e sarà necessario destinare all’agricoltura altri 6 milioni di ettari l’anno (circa le dimensioni della Norvegia), per i prossimi dieci anni.

L’impatto ambientale

 Se fosse una nazione, lo spreco alimentare sarebbe la terza più inquinante del mondo

La filiera agroalimentare sfrutta il 30% dell’energia disponibile sull’intero pianeta. Di questo 30%, il 38% è utilizzato per produrre cibo sprecato. Il problema non risiede tanto nell’utilizzo di energia, quanto nelle emissioni che da essa derivano.

Ogni anno sprechiamo 1,3 gigatonnellate di cibo commestibile, che equivale alle emissioni di 3,3 gigatonnellate di CO2. Lo spreco alimentare determina l’8% delle emissioni di gas serra del mondo intero, l’equivalente delle emissioni relative al trasporto su strada.

Se poi analizziamo contemporaneamente i vari contesti su cui lo spreco alimentare produce effetti collaterali, notiamo come in realtà si tratti di un circolo vizioso. Il cibo sprecato determina una forte percentuale di gas serra e, allo stesso tempo, causa la deforestazione di vaste aree. Quindi, più CO2 si produce, meno alberi ci sono. Meno alberi ci sono, più CO2 si sprigiona nell’atmosfera, e così via.

Un ulteriore problema è l’emissione di gas metano derivante dalla decomposizione degli scarti di cibo, dal bestiame e dalla produzione di carne, che è la più inquinante. Non solo, la carne è anche uno dei prodotti più soggetti a spreco alimentare. Nel mondo, infatti, sono 12 miliardi gli animali nati per essere sprecati.

Il danno economico

Lo spreco alimentare si traduce anche in spreco economico. La FAO sostiene che lo spreco alimentare determini una perdita di un trilione di dollari. Questa perdita economica ricade non soltanto sui produttori, ma anche sui consumatori. Per ogni famiglia, lo spreco di una tonnellata di cibo ha un costo di 50 euro. In media, ogni nucleo familiare spende $1.800 in cibo che poi viene gettato nell’immondizia.

Per capire invece quanto vale lo spreco alimentare per le aziende, basta guardare i dati relativi alla produzione alimentare negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti spendono 218 miliardi di dollari nella produzione, nel trasporto e nello smaltimento di cibo che non viene consumato, l’equivalente dell’1,3% del PIL nazionale.

Oltre ai costi economici, c’è da considerare anche i costi ambientali e i costi sociali. I primi, derivano dall’inquinamento prodotto dalla filiera agroalimentare e ammontano a 700 miliardi di dollari. I secondi, comprendono il maggiore rischio di conflitti, la perdita di mezzi di sussistenza e gli effetti nocivi sulla salute collegati all’esposizione ai pesticidi, per un totale di 900 miliardi di dollari.

Il paradosso del cibo

L’aspetto più mortificante di tutta questa situazione è il cosiddetto “paradosso del cibo”. Nel mondo si produce più del cibo necessario per sfamare l’intera popolazione mondiale. Malgrado ciò, 821 milioni di persone soffrono di malnutrizione per carenza di cibo e 2,1 miliardi di persone soffrono di obesità o sono in sovrappeso. La quantità di cibo sprecato è quattro volte superiore a quella necessaria per sfamare le persone denutrite nel mondo. Detto in parole povere, la fame nel mondo è un prodotto del tutto umano derivante dalla maldistribuzione delle risorse.

Quali soluzioni possibili?

Negli ultimi anni, grazie alle campagne di sensibilizzazione lanciate dalle organizzazioni internazionali e dai governi nazionali, sembrano essersi accesi i riflettori sul problema, ma resta ancora molta strada da fare.

La Commissione Europea ha emanato delle linee guida sulla sicurezza e l’igiene alimentare, applicabili alle donazioni di cibo. Lo scopo è quello di promuovere questa attività e combattere lo spreco. In Unione Europea circa 550 milioni di tonnellate di cibo sono redistribuite a 6,1 milioni di persone, si tratta però di una piccola percentuale.

Diversi ristoratori, infatti, si lamentano della complessità dell’iter burocratico per accedere ai programmi di redistribuzione che spesso costringe questi ultimi a desistere e gettare le rimanenze della giornata. Questo dimostra come, al di là delle singole azioni che può intraprendere ciascuno di noi, fondamentali per un cambiamento di tendenza, è necessario ripensare l’intero settore agroalimentare per renderlo più equo e sostenibile.


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