Cannes: “Annette” e il trionfo della finzione dichiarata

Sarebbe facilissimo definire Annette un film “particolare” (raffinato escamotage per non usare il termine “strano”). Aggettivo che, da solo, basterebbe a chiarire la tiepida accoglienza da parte del pubblico di Cannes, titubante negli applausi a fine visione e poco prodigo nella canonica standing ovation.

Il regista Leos Carrax, messo al muro da tutta questa inerzia, si è persino sentito giustificato ad accendersi una sigaretta lì, al centro della Grand Salle Lumière, allungandola pure ad Adam Driver. “Un film particolare”… “Sperimentalismo cinematografico”, probabilmente, sarebbe la descrizione più appropriata di tutte.

Ma possiamo fare di meglio.

Il musical della ridondanza

Converrà rimandare di qualche riga i cenni sulla trama, nient’affatto sufficiente a restituire una prima impressione meritevole. Ecco, cominciamo ad arrischiarci a usare l’etichetta di “musical”: Annette è un film in cui si canta parecchio.

Non un musical qualsiasi, però. Le tracce composte dagli Sparks non si distribuiscono equamente nell’azione narrativa; non vogliono aderire alla prassi più comune del genere, quella di Grease e La La Land, in cui i momenti canori convivono con scene ordinariamente recitate.

Piuttosto, su questo versante, Annette si avvicina alla versione più recente de Les Miserables: gli spartiti vanno a tiranneggiare anche scene che ci aspetteremmo dialogate in modo che a dominare l’esperienza filmica risulta, di fatto, la musica. E così, durante un interrogatorio di polizia, gli agenti non fanno domande ma le cantano, non si muovono con spontaneità ma seguono i passi costruiti di una coreografia. Persino in quelle poche occasioni in cui i personaggi si parlano, c’è sempre qualcosa che obbedisce a una danza pensata, artificiale, come il ritmo seguito dagli scatti dei paparazzi durante il primo dialogo tra i protagonisti.

Ciò che ne esce, in un modo o nell’altro, è una certa sensazione di eccesso, di sovrabbondanza. Ma una sovrabbondanza così smaccata non può che essere frutto di una ricerca consapevole da parte del regista.

La natura di tale ricerca, adesso, è tutta da decifrare. Uno scopo parodico, forse? Un prendersi gioco di tutta la tradizione dei musical? La potenza delle melodie, l’impegno con cui sono state composte ed eseguite sembrerebbe suggerire ben altre ipotesi.

Resta il fatto che qualcosa di bizzarro c’è, nella dimensione musicale di questo film. Basti pensare alla piattezza del testo del tema principale, We love each other so much, costruito quasi per intero sulla ripetizione del verso che gli dà il titolo (in italiano “Ci amiamo tantissimo”, nulla di più semplice e superficiale).

Sotto questo aspetto, se anche le note si susseguono intense, se anche il ritmo ci trascina, We love each other so much si presenta come una canzone ridondante e sovraccarica. La manifesta banalità delle parole ci impedisce un’immersione completa, in una certa misura ci tiene a distanza, mantenendoci vigili e critici: ci ricorda che quello che stiamo vedendo non è reale ma artificiale, ci ricorda che la scena è il risultato di una finzione.

La finzione dichiarata

Finzione che, in effetti, Carrax si rifiuta di nascondere già a partire dal primo fotogramma. Il prologo di Annette è un clamoroso abbattimento della quarta parete, in cui compaiono il regista in persona, la band degli Sparks e gli attori nei panni di loro stessi. Tutti con gli occhi rivolti a noi, al pubblico al di qua dello schermo; e subito lo schermo non c’è più.

Al termine di questa apertura di “cornice”, senza alcuno stacco narrativo, senza alcun riferimento segnaletico (come potrebbe essere una suddivisione in capitoli alla Wes Anderson), la storia comincia, Adam Driver diventa il personaggio di Henry e Marion Cotillard diventa il personaggio di Ann. La realtà in cui vivono il regista, la band e gli attori – che è la stessa in cui viviamo noi – scorre fluidamente nel mondo fittizio della storia di Annette: la realtà scorre nella finzione, e noi con lei.

Annette non vuole imitare la realtà, ma non vuole nemmeno separarsene: se ne distingue per l’artificialità coreografica, e ciononostante riesce a mischiarvisi. Non ci chiede di credere a quello che vediamo, ma soltanto di emozionarci di fronte a ciò.

La quarta parete viene rotta altre volte nel corso della pellicola, da parte di personaggi che guardano in camera e ci parlano, ma anche attraverso brevi inserzioni-notiziario che ci informano frontalmente su sviluppi avvenuti fuori scena. In questo modo, Carrax instaura una continuità penetrante tra il nostro mondo reale e la finzione dichiarata del film, e ci costringe a emozionarci per tale finzione – non a crederle, si badi bene, ma solo a emozionarci per essa.

Il cinema è l’inganno per eccellenza, più di qualsiasi altra forma d’arte: un film è il massimo dell’artificio presentato come il massimo della naturalezza. Annette non rinuncia all’inganno cinematografico, non si spinge a smascherarlo, non ci svela mai il set, le macchine da presa, i camerini degli attori; però la palesa, questa finzione, la gonfia di musica superflua, la ingoffisce di artificiosità. Ci impedisce di crederle.

La viva marionetta

Di tutto questo “ostentare la finzione” – e qui l’artificio si fa veramente lampante – l’epicentro indiscusso è proprio il personaggio eponimo: la piccola Annette, interpretata nientemeno che da un burattino. Proprio così. Annette, nata dalla relazione tra la soprano Ann (Marion Cotillard) e il comico Henry (Adam Driver), esce dal grembo materno sotto forma di un Pinocchio al femminile.

Pinocchio è riconosciuto come burattino da tutti quelli che gli stanno intorno, è oggettivamente un burattino, ricavato da un pezzo di tronco di pino; Annette, invece, agli occhi di mamma papà e il mondo, non ha assolutamente nulla di diverso dagli altri bambini. Chiunque interagisca con lei non ha alcun moto di stupore alla vista di una marionetta animata presumibilmente perché, alla loro vista, la piccola non è una marionetta.

Solo a noi spettatori è dato di vederla come tale: un po’ come quando, in una scena di parto qualsiasi in un film qualsiasi, lo spettatore pignolo si accorge che la produzione ha risparmiato sul neonato servendosi di un fantoccio. L’epicentro di tutta l’operazione di Carrax è la finzione cinematografica che si dichiara allo spettatore.

È un film che gioca a carte scoperte. Anziché facilitarci la basilare “sospensione dell’incredulità”, cioè il tipico abbandono dello spettatore all’inganno filmico, Annette con la sua ridondanza ci incoraggia invece a distaccarci dalla visione, a giudicarla, a scuotere il capo con superiorità (stato d’animo che, per l’appunto, ha pervaso gli applausi incerti di fine visione).

Empatia per la finzione

Questo invito al distacco, tuttavia, è soltanto la prima metà del piano. Infatti una volta che ci ha dato motivo di giudicarlo, una volta che ci ha lasciato prendere le distanze, senza preavviso Annette ci pugnala alle spalle. Fa qualcosa che va nella direzione opposta rispetto al distacco: ci fa emozionare.

Prima ci mette davanti agli occhi l’artificiosità della finzione, e poi ci rende impossibile non emozionarci per questo goffo artificio; prima satura le scene di melodie eccessive, e poi ci sfida a non canticchiarle per un mese; prima ci svela le anomale sembianze lignee della piccola Annette, e poi ci costringe a sintonizzarci con la narrazione nonostante tale anomalia.

La figura di questa bambina-marionetta stride con ogni scena che la circonda, ogni volta avvertiamo un violento attrito tra le sue fattezze fuori posto e il modo normalissimo con cui la trattano gli altri personaggi. L’effetto che ne scaturisce è insieme grottesco e perturbante, ci fa ridere ma al tempo stesso ci mette sull’attenti. E il sorriso distaccato ci muore sulle labbra, quando scopriamo di essere entrati in empatia con le vicende che si susseguono attorno a questo pupazzo.

Annette, dopotutto, è figlia di un cabarettista e di una star dell’opera: è figlia della commedia e della tragedia. La sua assurda presenza artificiale, parimenti alla bizzarria straripante del musical intero, dapprima ci fa sogghignare e scuotere il capo, e un attimo dopo ci rende partecipi di tutta la tensione drammatica della trama.

Proviamo empatia per qualcosa di ostentatamente finto, e proprio attraverso questo improbabile legame viene a sancirsi il confondersi dell’arte con la realtà. Un’interferenza così deliziosamente disturbante che, fuori dalla sala, smettere di pensare ad Annette diventa un’impresa.


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