Il Mediterraneo e le sue storie: cortometraggi per riflettere

Quando si parla di tematiche sociali particolarmente sensibili, la rappresentazione cinematografica può diventare un mezzo importante per raccontare storie, testimonianze ed esperienze di vita da tutto il mondo. Sempre più spesso, molti registi scelgono la forma del cortometraggio per cucire insieme i loro racconti e offrirli allo spettatore. Tra i tanti temi affrontati nei cortometraggi, l’immigrazione nel Mediterraneo, con i suoi drammi e le sue speranze, ha saputo fornire molti spunti di riflessione su un tema estremamente vasto e complesso, ancora oggi difficile da affrontare con l’attenzione che esso meriterebbe. Nonostante le infinite sfumature che lo contraddistinguono, i cortometraggi sul Mediterraneo, seppur non così celebri o diffusi, sono un valido strumento per accendere il pensiero critico del pubblico e, in pochi minuti, trasmettere sensazioni forti e indelebili.

Come anticipato, l’immigrazione ha tante sfaccettature, che si declinano nei volti di migliaia di uomini, donne e bambini. Anche a causa degli eventi più recenti, il Mediterraneo è uno dei luoghi protagonisti delle vicende migratorie. Il mare, che al tempo stesso salva e condanna, è il filo conduttore delle storie di popoli e nazioni diverse, tutti accomunati dalla ricerca di un futuro diverso, di una seconda possibilità rispetto a quel che sembra un destino già segnato. Raccogliere le storie di tutti gli uomini e le donne che hanno attraversato il Mediterraneo, o di coloro che hanno tentato di farlo, è pressoché impossibile, ma i cortometraggi qui presentati forniscono alcuni efficaci esempi delle vicende di cui questa fetta di umanità è protagonista. 

Penalty, la metafora della sopravvivenza

Tra i cortometraggi più conosciuti sul tema delle migrazioni nel Mediterraneo c’è sicuramente Penalty, nato dalla regia di Aldo Iuliano nel 2016. Esso affronta la questione sociale del fenomeno migratorio da un punto di vista estremamente umano, senza intrecciarsi con vicende politiche. Nel corso del corto, non vi è alcun riferimento spazio-temporale, lasciando allo spettatore una maggiore libertà di interpretazione. Questa scelta diventa un’occasione per empatizzare maggiormente con i personaggi protagonisti, chiunque di noi potrebbe essere uno di loro. Il contenuto del corto è semplice, ma al tempo stesso molto intenso.

Per rendere al meglio l’idea della lotta alla sopravvivenza viene utilizzata la metafora molto più immediata del gioco del calcio: un gruppo di migranti si trova a giocare una partita per la propria esistenza. Cosa c’è in palio? La libertà, la possibilità di avere la propria vita salva. Il destino di ciascun giocatore è in un tiro di rigore, sinonimo di vita o morte. Il gioco diventa anche una battaglia tra esseri umani che lottano per lo stesso obiettivo e si aggrappano con tutte le loro forze all’ultima possibilità di raggiungerlo. 

Il risultato narrativo è più che efficace, coinvolgendo lo spettatore immediatamente e in maniera spiazzante. Inoltre, l’uso di attori non professionisti per interpretare i personaggi protagonisti rende più reali e sincere le espressioni di ciascun interprete. È lo sguardo a parlare, sostituendosi ai dialoghi, ma senza lasciare spazio ad ambiguità nel racconto. 

Frontiera, l’altro lato della migrazione

Sono tantissimi i cortometraggi e i film che descrivono i viaggi della speranza attraverso il Mediterraneo che ogni anno migliaia di persone affrontano sfidando la sorte, ma molti meno sono quelli che analizzano la vicenda da un altro punto di vista. Uno di questi è Frontiera di Alessandro Di Gregorio, vincitore per il Miglior Cortometraggio ai David di Donatello del 2019. I due protagonisti della storia narrata sono un membro della Guardia Costiera e un impiegato in un’agenzia di pompe funebri. I due, con i loro ruoli, rappresentano l’altro lato della migrazione. Il primo cerca di salvare chi ce l’ha fatta o almeno di recuperare le vittime, il secondo arriva ormai quando la sorte ha già fatto il suo corso e non resta più nulla da fare, può soltanto cercare di dare loro un nome e una dignità dopo la morte.

Entrambi vivono il dramma della migrazione a modo loro: la tragedia non è soltanto di chi soccombe in mare, ma anche di chi assiste impotente a queste scene con la stessa intensità e disperazione. Anche qui non vi sono dialoghi, le scene sono abbastanza emblematiche senza l’uso delle parole, che risulterebbero forse superflue rispetto a ciò che i due hanno davanti ai loro occhi. E il silenzio dei personaggi accompagna lo spettatore fino al finale, in cui le immagini scorrono indagando quel che si cela in fondo al mare, ciò che esso trascina nelle sue profondità: uomini, donne e tutte le loro speranze. Anche chi sopravvive allora è incerto e lo si comprende da un terzo personaggio che i due protagonisti vedono aggirarsi vicino alla scogliera. Quando si sopravvive, ma tutti coloro che erano con te non ce l’hanno fatta, cosa resta da fare? 

Bon Voyage, decidere il destino…

I viaggi che molte persone intraprendono nel Mediterraneo per cercare la salvezza non solo coinvolgono chi sta sull’altra costa, ma toccano anche chi, per coincidenza del destino, si imbatte in loro. Questo è quello che succede a Jonas e Silvia, protagonisti del cortometraggio ambientato nel Mediterraneo Bon Voyage del regista Mark Vilkins, prodotto nel 2016 e arrivato in lista per il premio come Miglior cortometraggio agli Oscar.

I due personaggi principali delle vicende narrate sono una coppia svizzera, impegnata in una traversata del Mediterraneo con la propria barca a vela. Tutto procede in maniera lineare, finché una notte si imbattono in una barca piena di uomini, donne e bambini. I due rimangono scossi dall’incontro e avvertono la Guardia costiera libica, sperando di poter aiutare le persone a bordo dell’imbarcazione, poi si allontanano.

…degli altri

In un momento di presa di coscienza della loro scelta, decidono di tornare a cercare la barca, ma scoprono che è ormai troppo tardi. Cercano allora di salvare i pochi sopravvissuti, offrendo loro di salire sulla propria barca. A questo punto inizia il dibattito interiore dei due protagonisti. Da un lato, portare queste persone in Europa sarebbe illegale, ma garantirebbe loro di aver salva la vita. Dall’altro, riportarle nel loro Paese di provenienza significherebbe condannarle, ma sapere in coscienza di aver seguito le regole.

Il cortometraggio si concentra sulla scelta della coppia, che si trova inevitabilmente coinvolta in qualcosa di forse troppo grande e complesso. La costruzione della trama e il modo in cui le vicende vengono narrate portano lo spettatore a immedesimarsi in questa scelta, scatenando una lotta fra la parte umana e quella razionale che ciascun individuo possiede. Bon Voyage porta in scena un dramma che invita alla riflessione. Chiunque di noi potrebbe essere Jonas o Silvia, chiunque di noi potrebbe un giorno imbattersi in una situazione simile. Quale sarebbe la nostra scelta? Forse dirlo con certezza è più difficile di quel che si possa pensare. 

Lifeboat, il viaggio da vicino

La traversata del Mediterraneo è qualcosa che è sempre un po’ difficile da immaginare per chi non l’ha mai vissuta sulla propria pelle: quel che sappiamo di questi “viaggi della speranza” proviene principalmente da immagini prese da servizi al telegiornale o da documentari, che restituiscono allo spettatore un’idea perlomeno generale di quel che significa attraversare il mare per salvarsi. Lifeboat di Skye Fitzgerald è uno di questi esempi: creato nel 2018, esso è un cortometraggio che rientra nel genere del documentario. Prendendo come esempio centrale una delle imbarcazioni che ogni anno attraversano il Mediterraneo, Lifeboat racconta i momenti più carichi di tensione di chi fugge attraverso il mare e di chi, dall’altro lato, cerca di aiutarli a sopravvivere, soccorrendoli in mare aperto. 

Spesso, chi fa parte di quella maggioranza che vive questa esperienza attraverso lo schermo di un televisore o le immagini su un giornale ha un’idea però molto vaga di ciò che accade a ciascuna delle persone sulla barca. Il rischio che essi siano ridotti meramente a numeri o statistiche è sempre dietro l’angolo. Lifeboat ci ricorda invece la profonda umanità che si nasconde dietro il fenomeno migratorio, in cui ogni persona porta con sé un passato, le esperienze di una vita e le proprie aspettative per il futuro. Ciascuno di noi potrebbe essere quell’uomo, quella donna o quel bambino che cerca di aggrapparsi a una possibilità di sopravvivenza. Spesso ci si rifiuta però di empatizzare, sentendo la questione come qualcosa di profondamente lontano da noi.

Spunti e confronto: cortometraggi e Mediterraneo

Dunque, le diverse sfumature che si intrecciano in questi documentari confermano ancora una volta quanto la questione dell’immigrazione sia molto più vasta e complessa di quel che pensiamo. Inoltre, ciascun documentario rimarca alcuni aspetti particolari: il Mediterraneo e le sue storie, pur così geograficamente vicine a noi, ci sembrano sempre troppo lontane.

I cortometraggi sul Mediterraneo qui presentati non sono altro che l’inizio di un percorso che può essere sicuramente approfondito. Raccolgono storie diverse, in cui ciascuno dei personaggi protagonisti si trova a fare i conti con se stesso prima ancora che con l’ambiente che lo circonda. Questo si trasferisce inevitabilmente sullo spettatore che a livello umano e razionale si trova in un confronto sul suo ruolo nella questione e su quali sarebbero le sue eventuali scelte.

Questi cortometraggi rappresentano solo una piccola parte di tutto il patrimonio cinematografico sul tema. Sono un’occasione per ragionare sulla questione dell’immigrazione e del Mediterraneo sotto tanti punti di vista diversi, invitandoci a una riflessione tutt’altro che superficiale.

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